Oscar Farinetti: “Il rischio è la vita. Ma in Italia abbiamo paura di fallire”
Oscar, partiamo da una parola che normalmente associamo a qualcosa di negativo: rischio. Il vocabolario lo definisce come l'esposizione al pericolo che qualcosa venga danneggiato o che accada qualcosa di negativo. Sei d'accordo?
No, tutt'altro. È proprio sbagliata l'idea che il rischio sia necessariamente qualcosa di brutto. Il rischio è una componente fondamentale della nostra vita. Anzi, per certi versi può essere persino una fonte di piacere: pensiamo a chi scia a tutta velocità, a chi guida una macchina, a chi cerca l'adrenalina. Ci sono persone che fanno del rischio una vera e propria esperienza fisica. La questione, però, è un'altra: il rischio non si può eliminare. Possiamo soltanto imparare a gestirlo.
In che senso il rischio è inevitabile?
Lo è fin dall'inizio. Noi siamo sottoposti al rischio ancora prima di nascere: non decidiamo dove nascere, quando nascere, se nascere sani oppure con qualche problema. Da quel momento in poi la nostra vita è una successione di rischi. Alcuni possiamo governarli, altri no.
È molto diverso, per esempio, decidere di investire in una nuova impresa, sapendo che potrebbe andare male, rispetto al rischio di un terremoto. Nel primo caso puoi fare qualcosa: studiare, prepararti, prendere precauzioni. Nel secondo puoi soltanto accettare che quel rischio esista.
La cosa interessante è che il rischio funziona un po' come la paura. La paura gestita diventa coraggio; la paura non gestita diventa panico. E non avere paura, invece, non è coraggio: è temerarietà. Con il rischio vale la stessa regola. Non bisogna eliminarlo, bisogna imparare a gestirlo.
Tu ha costruito una parte importante della sua storia proprio sulla capacità di rischiare. Ma sei davvero partito da zero, come spesso si racconta?
No. Sono partito sotto zero.
La mia famiglia non aveva soldi: mio padre era un imprenditore, molto bravo, secondo me persino più bravo di me, ma molto meno fortunato. Quando ho iniziato a lavorare eravamo pieni di debiti. Tra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta gli interessi sui debiti passarono dal 6 al 25 per cento in pochissime settimane. Fu un periodo terribile.
Mio padre aveva appena comprato un terreno e costruito quello che allora si chiamava UniEuro, che era completamente diverso dall'UniEuro che conosciamo oggi. Era sostanzialmente un ipermercato, soprattutto alimentare, con una piccolissima parte non food. Il reparto degli elettrodomestici era ridicolo: dodici metri quadrati. C'era una lavatrice, sopra la lavatrice un televisore, sopra il televisore uno stereo. Era quasi un'esposizione verticale.
E tu come entri in questa storia?
Avevo studiato Economia e commercio, ma non mi sono laureato. Mi mancavano sette esami. A un certo punto la situazione familiare era complicata e ho deciso di andare a lavorare. Pensavo: sette esami li recupero, poi mi sposo, magari faccio il militare. Alla fine quei sette esami non li ho mai più dati.
Mio padre ha vissuto tutta la vita con il rimpianto che io non fossi riuscito a laurearmi per colpa del lavoro. È morto nel 2009. Nel 2010 ho ricevuto la prima laurea honoris causa e nel 2011 la seconda. Sarebbe stato felicissimo.
Quando sono entrato in azienda, mio padre mi disse: “Tu che hai studiato, guarda quella roba lì”. Quella roba erano i computer di allora: Commodore 64, Amiga. Io guardavo quei prodotti e vedevo già qualcosa che gli altri non vedevano.
Che cosa vedevi?
Vedevo il futuro.
Guardavo le persone che entravano nei negozi con i figli e compravano uno stereo, un computer, un televisore. E vedevo la felicità che quei prodotti producevano. Mi ricordo il Commodore 64: ci giocavamo a tennis, con quella pallina che andava avanti e indietro sullo schermo in bianco e nero. Ci metteva una vita ad arrivare dall'altra parte, ma io pensavo: questo non è semplicemente un giocattolo. Questo diventerà un computer, e il computer diventerà un elettrodomestico.
Avevo capito che stavamo passando dall'analogico al digitale. Anche perché andavo ogni anno al CES di Las Vegas, la grande fiera mondiale dell'elettronica di consumo. Investivo soldi per andare a vedere che cosa sarebbe arrivato qualche anno dopo. Lì vedevi il futuro prima degli altri.
E così ho convinto mio padre a seguirmi.
È lì che comincia la tua prima grande scommessa?
Sì. Nel 1989 vendemmo la parte alimentare di UniEuro e io ho reinvestito quei soldi nell'elettronica. A 34 anni ero diventato ricco. Ma la cosa importante non erano i soldi: era aver capito che il mondo stava cambiando.
Poi sono arrivati i negozi, sempre più negozi. Nel 1999 ne avevo sessanta o settanta. A quel punto potevo permettermi di fare pubblicità in televisione. E lì ho fatto un'altra cosa che per me è fondamentale: ho copiato.
Copiato?
Certo. Io credo che una delle caratteristiche principali di chi vuole combinare qualcosa nella vita sia proprio saper copiare.
Attenzione: copiare non significa imitare. Significa vedere una buona idea, capire perché funziona e adattarla. Io ogni giorno vedo cose che potrei copiare. Quando vado in un posto, che sia un'azienda, un ristorante, un museo o una fiera, cerco sempre qualcuno più bravo di me da cui imparare.
È una forma di umiltà, ma anche di intelligenza.
E così arriva Tonino Guerra e l'"ottimismo".
Avevo bisogno di un testimonial e scelsi Tonino Guerra, che allora non era conosciuto dal grande pubblico. Volevo costruire intorno a lui l'idea di "Benvenuti nell'era dell'ottimismo".
L'ottimismo, per me, non significa pensare che tutto andrà bene. Significa pensare che i problemi possono essere risolti. È una cosa molto diversa.
Ottimismo e pessimismo riguardano il futuro, non il presente. E questa idea è strettamente legata al rischio: se penso che qualunque problema possa essere affrontato e risolto, posso permettermi di rischiare. Se penso che davanti a ogni difficoltà ci sia soltanto una catastrofe, non farò mai nulla.
Citi spesso Leonardo da Vinci. Perché?
Per una frase straordinaria: “Godo in sovrappiù a provarci che a farcela”.
È una frase potentissima, perché oggi viviamo esattamente al contrario. Sembra che l'unica cosa importante sia riuscire. Ma se non ci provi, non puoi riuscire.
Un imprenditore che ha avuto successo ha quasi certamente sbagliato più volte di quante abbia avuto ragione. Leonardo, per esempio, non ha realizzato tutte le opere che aveva immaginato. Ma quelle che ha realizzato hanno avuto un valore enorme.
A me è successa la stessa cosa. Ho sbagliato tantissimo. Ma quelle poche cose che ho azzeccato hanno avuto un valore talmente grande da rendere quasi irrilevanti gli errori.
E questo dovrebbe essere il modo corretto di guardare al fallimento.
Leonardo oggi verrebbe considerato un fallito?
Certo. Se consideri la sua produzione, molte opere non sono andate a buon fine. Ma se non avesse fatto quelle opere sbagliate non avrebbe realizzato quelle poche che sono diventate immortali.
A me è successo qualcosa di simile. Ho sbagliato molte cose. Ma quelle che ho azzeccato hanno avuto un valore talmente grande che gli errori, dal punto di vista economico, sono diventati quasi una piccola cosa.
Questo non significa che gli errori non mi facciano arrabbiare. Mi fanno girare le balle e cerco sempre di aggiustarli. Solo che a volte raddrizzare una cosa che hai sbagliato fin dall'inizio è quasi impossibile.
Prendiamo allora i due casi estremi: Eataly, che consideri uno dei tuoi più grandi successi, e FICO, che invece consideri un grande errore.
Eataly è la barchetta a vela, FICO era il transatlantico. E la barchetta a vela mi piace molto di più.
FICO era un'idea che avevo pensato per il dopo Expo. All'inizio l'ho creato e l'ho gestito personalmente per i primi sei mesi. È andato benissimo, e per circa due anni è andato molto bene.
Poi me ne sono andato. E, come mi è successo altre volte, sono rimasto con il cerino in mano. Mi succede spesso: ho avuto molti business nei quali sono entrato con il 10 o il 20 per cento. Poi l'attività cominciava ad andare male, si metteva altro capitale, poi altro ancora, finché alla fine rimanevo io l'unico proprietario. E magari quell'attività non funzionava comunque.
Quindi non sempre l'errore è stato soltanto una questione di idea.
No. A volte è stato il luogo, altre volte la gestione, altre ancora il momento.
FICO, per esempio, era un'idea che secondo me avrebbe funzionato molto meglio in un altro contesto, come progetto per il dopo Expo. Invece è finita fuori Bologna, in un luogo sbagliato per quel tipo di progetto.
Adesso è stato completamente trasformato e io stesso sto cercando di cambiare nuovamente quelle strutture.
Eppure hai avuto anche successi molto importanti con imprese che sembravano, all'inizio, quasi folli.
Sì. Penso, per esempio, alle bibite che ho fatto con un mio grandissimo socio e amico, che purtroppo è morto.
Abbiamo creato prodotti biologici, non pastorizzati, con presìdi Slow Food. Quando li presentavamo ai distributori ci dicevano che eravamo pazzi.
"Non venderete niente", dicevano. "È troppo caro. A cosa serve la bottiglia di vetro? Perché non la plastica? A cosa serve il tappo di alluminio riciclabile?"
Erano tutte cose che per noi erano fondamentali.
Poi alcune di quelle aziende sono state vendute con risultati enormi. Una l'avevo comprata a otto e l'ho venduta a ottantotto. In un'altra attività, quella della birra, avevo investito 300 mila euro per il 25 per cento e poi l'azienda è stata venduta per una cifra di circa 40 milioni.
Ne ho azzeccate molte. Ma ne ho sbagliate ancora di più.
Eataly da dove nasce?
Nasce da un'idea molto semplice. Io adoro le idee semplici, quelle che sembrano quasi banali ma che possono cambiare tutto.
Le mie icone sono la mela di Newton, l'uovo di Colombo e il Terzo Paradiso di Pistoletto. Sono idee semplici che hanno avuto conseguenze enormi.
Eataly nasce mettendo insieme due cose fondamentali della nostra vita: il cibo e l'amore. Il cibo è quello grazie al quale viviamo, l'amore quello grazie al quale ci riproduciamo. Mettere insieme questi due valori significa cambiare il nostro rapporto con il cibo e, attraverso il cibo, con il pianeta.
E c'è anche un'idea estetica dietro Eataly.
Sì: passare "from duty to beauty", dal senso del dovere alla bellezza e al piacere.
Quando frequentavo i mercatini biologici vedevo prodotti fantastici ma spesso presentati in un modo quasi punitivo. Guardavi i produttori e sembrava che fossero appena usciti da un'isola deserta.
Io pensavo: se per mangiare bene devo diventare come loro, forse preferisco McDonald's. Allora ho preso quei prodotti e ho cercato di presentarli meglio, di inserirli in un ambiente bello, piacevole, contemporaneo. E abbiamo integrato mercato, ristorazione e didattica. Tre elementi che, messi insieme, diventavano qualcosa di nuovo. E poi c'era la narrazione: doveva essere di alto livello, ma comprensibile a tutti.
Qui arriviamo al tema dello storytelling, che ha segnato molto anche quell'epoca. Ma facciamo un passo indietro. C'è un paradosso che riguarda l'Italia: siamo uno dei Paesi con più imprese per abitante e contemporaneamente uno dei Paesi in cui il rischio sembra avere uno stigma. Come si spiegano queste due cose insieme?
È una delle grandi dicotomie italiane.
Noi siamo un Paese pieno di contrasti. E per capire questo bisogna ragionare anche per generazioni. Pensa alla differenza enorme tra la generazione di mio nonno e quella di mio padre. Mio nonno era nato alla fine dell'Ottocento, ha vissuto il fascismo, le leggi razziali, la guerra. Mio padre invece è stato partigiano, ha partecipato alla costruzione della Costituzione.
Poi è arrivato il miracolo economico. L'Italia dopo la guerra aveva perso tutto. Eppure, in poco più di dieci anni, è diventata una delle principali economie del mondo.
E la tua generazione?
La mia generazione ha combinato molto meno. Ci metto dentro anche parte della tua. Abbiamo accumulato debito, abbiamo fatto delle cose belle e delle cose brutte. Ma io oggi confido moltissimo nei ventenni. Penso che possa essere una generazione importante, come lo è stata quella di mio padre.
Però restano quei circa cinque milioni di imprese italiane, moltissime delle quali piccole o piccolissime.
Quella è la nostra biodiversità trasferita dalla terra al cervello e al cuore degli italiani.
Noi siamo fatti così: preferiamo la piccola impresa, magari perché comporta meno rischi. Assumi meno persone, hai meno stipendi da pagare, meno responsabilità.
In parte, però, abbiamo trasformato questa caratteristica in un limite. Lasciamo piccole le imprese anche perché abbiamo paura di farle crescere.
Quindi il numero enorme di piccole imprese non è necessariamente un segno di coraggio imprenditoriale.
No. È anche un modo per fermarsi.
Nasciamo perché abbiamo questa biodiversità, perché ci piace fare impresa. Ma poi spesso non cresciamo perché abbiamo paura. E ci sono la burocrazia, le regole, tutto il resto.
Poi naturalmente ci sono gli eroi. Ferrero, per esempio, e tanti altri grandi imprenditori italiani. Siamo un Paese di singoli eroi. Quello che ci manca è il sistema.
Il contrario dell'eroe, in questo senso, è il sistema.
Esatto. E il sistema italiano, fatto di politica e burocrazia, spesso è ciò che ti fa passare la voglia di rischiare.
Il nostro Paese ha dei problemi molto seri. Non cresce da moltissimo tempo. Abbiamo imprese vecchie e non digitalizzate, non preparate ad affrontare il futuro. E abbiamo accumulato un debito enorme. La cosa più grave, secondo me, è proprio la mancanza di crescita.
Di chi è la responsabilità?
La politica si attribuisce meriti e colpe a seconda di come va il Paese. Ma non è la politica, direttamente, a dover far crescere l'economia.
Il compito della politica è creare lo scenario nel quale il Paese possa crescere.
E qui dobbiamo distinguere la politica nazionale da quella locale. Io trovo che la politica romana, in particolare, sia diventata un mondo nel quale spesso manca la voglia di assumersi responsabilità.
È questo il problema principale della burocrazia italiana?
Non sono tanto le regole. Sono le persone.
Per aprire un negozio in Italia devi confrontarti con una quantità enorme di regole e procedure. Io ho aperto negozi a New York, Londra e Parigi, e posso parlare per esperienza.
La differenza è che lì, anche quando la burocrazia è pesante, le persone che la gestiscono ti danno una risposta.
Tu presenti i documenti, fai la fila, compili quello che devi compilare e alla fine qualcuno si assume la responsabilità di dirti sì o no.
In Italia spesso questo non succede.
Quindi il problema è la responsabilità.
Esatto. La mancanza di voglia di assumersi responsabilità. Quante volte senti dire: "Io non mi assumo responsabilità"? È diventata quasi una frase elegante. E secondo me è lo stesso atteggiamento di chi dice: "Io vado sempre nello stesso ristorante". In un Paese biodiverso come l'Italia, ordinare sempre le stesse cose dovrebbe essere quasi considerato uno spreco.
Hai anche una certa insofferenza per alcuni proverbi italiani.
Sì. In Sicilia, che è una terra che adoro, c'è il proverbio "Muviti fermo". Ma come fai a muoverti fermo? È una contraddizione che significa, in sostanza, non fare niente. E io ai ragazzi siciliani dico sempre: prendete i proverbi dei vostri nonni e stracciateli. Anche da noi in Piemonte c'è "Chi va piano va sano e va lontano". Chi va piano va piano. Non è detto che vada da qualche parte.
A proposito di politica: tra i politici che hai apprezzato c'è Matteo Renzi. Che cosa ti aveva colpito?
Proprio quello che hai detto tu: la disponibilità a rischiare.
Lui ha messo tutto sul referendum costituzionale. Ha detto che, se fosse stato sconfitto, si sarebbe dimesso. Ha perso e si è dimesso.
Oggi quella vicenda viene raccontata quasi esclusivamente in chiave negativa. Io invece considero positivo il fatto che un politico abbia messo in gioco la propria carriera su una scelta che riteneva fondamentale.
Il referendum riguardava riforme importanti, tra cui il Titolo V e l'abolizione del Cnel. C'era anche l'idea di riportare allo Stato competenze come la promozione turistica, che secondo me oggi vengono gestite in maniera troppo frammentata dalle Regioni.
Vai a una fiera internazionale e trovi lo stand dell'Umbria, quello della Toscana, quello del Molise. Tutti fanno promozione separatamente, spendendo soldi.
E sul suo governo che cosa ricordi?
Ha fatto cose che considero molto interessanti, sia sul piano sociale sia nella gestione delle diversità. Penso anche alle misure per i giovani e all'acquisto dei libri.
Poi ci sono state cose che non ho condiviso.
Per esempio l'articolo 18.
L'articolo 18, secondo me, era una stupidaggine. Lo Statuto dei lavoratori, invece, è una cosa meravigliosa.
Il problema dell'articolo 18 era anche il modo in cui veniva interpretato. In molte situazioni lasciava al giudice la decisione su questioni molto difficili, per esempio stabilire se un lavoratore fosse stato davvero licenziato perché non svolgeva il proprio lavoro.
La revisione del mondo del lavoro, per questo, secondo me aveva senso.
Renzi ti ha anche proposto di entrare nel suo governo.
Sì. Quando è diventato presidente del Consiglio mi ha offerto il ministero dell'Agricoltura e del Made in Italy.
Gli ho detto di no.
Perché?
Per due motivi.
Il primo è che, con una certa presunzione, pensavo di poter fare un lavoro più importante per il Paese attraverso Eataly: aprire luoghi nel mondo, raccontare l'Italia, il nostro cibo, il nostro modo di produrre.
Gli ho detto: io la politica la sto già facendo.
Il secondo motivo è che non credo di essere bravo a fare politica.
Eppure ti interessa moltissimo.
Sì, ma sono abbastanza fanatico dell'idea che a fare politica debbano essere i politici.
Abbiamo già avuto la stagione dell'imprenditore che entra in politica e rimane lì per vent'anni.
Berlusconi.
Sì. Berlusconi era un imprenditore straordinario.
L'unità di misura di un imprenditore, però, secondo me, sono i collaboratori che hanno lavorato con lui e quello che dicono di lui quando non è presente. E io ho parlato con molti collaboratori di Berlusconi e ne ho sentito parlare molto bene.
Politicamente, però, non hai condiviso tutto.
No. Per esempio, sul ponte sullo Stretto ero favorevole, quando quasi tutti erano contrari. Su alcune sue riforme, invece, non ero d'accordo. E c'è stata soprattutto una vicenda personale che mi aveva fatto cambiare opinione su di lui. Per quello per molto tempo non ho voluto nemmeno incontrarlo, nonostante Vittorio Sgarbi mi avesse procurato più volte degli appuntamenti.
Col senno di poi, però, penso di aver sbagliato. Se tornassi indietro, lo incontrerei volentieri.
Facciamo allora il gioco fino in fondo. Immaginiamo che domani tu diventi presidente del Consiglio. La prima cosa che fai è una spending review oppure decidi di spendere di più, anche sfidando i vincoli di bilancio?
Cercherei di prendere il meglio delle due cose. Ma prima di tutto farei una scelta enorme sull'ambiente. Il problema più grande dell'umanità, secondo me, è l'emergenza ambientale.
Che cosa faresti concretamente?
Prenderei i 13,5 miliardi previsti per il ponte di Messina e li investirei nella costruzione di tre grandi isole galleggianti dotate di moltissime pale eoliche.
È un progetto che conosco e che ho studiato. Con quella cifra, secondo le stime del progetto, si potrebbe produrre una quantità di energia molto significativa, fino a coprire una parte enorme del fabbisogno nazionale.
Farei dell'emergenza ambientale il grande investimento strategico dell'Italia.
Perché ritieni che sia una priorità politica anche rispetto alla situazione economica?
Perché non è un tema ideologico. Non capisco questa idea secondo cui esisterebbe un'"ideologia green" contrapposta alla realtà.
Negli stessi giorni in cui si parlava di questo, abbiamo visto coste e territori del Sud Italia colpiti da eventi estremi.
Un politico che non ha questa visione, secondo me, non vede il problema più grande.
E sul piano economico?
Prima di tutto bisogna aumentare le entrate.
Le entrate si aumentano attraverso il fisco. Non c'è un altro modo.
Bisogna far pagare le tasse a chi non le paga.
E come?
In realtà penso a una regola molto semplice.
Ci sono categorie che oggi pagano pochissimo o nulla in determinate condizioni. Prendiamo, per esempio, alcuni piccoli agricoltori. Io stesso sono coltivatore diretto.
Si potrebbe stabilire una soglia, 100, 200 o 300 mila euro, sotto la quale proteggere chi ha davvero bisogno, e poi far pagare le imposte come agli altri oltre quella soglia.
Poi c'è la tassa di successione.
Che consideri una questione di meritocrazia.
Sì. Se parliamo di meritocrazia, dobbiamo anche riconoscere che nessuno ha il merito di essere nato figlio di una determinata persona.
Io non ho il merito di essere figlio di mio padre. I miei figli non hanno il merito di essere figli miei.
Quindi penso che una tassa di successione, con soglie adeguate, possa essere uno strumento di maggiore equità.
Hai anche quantificato l'obiettivo?
Secondo i miei calcoli, si potrebbero aumentare le entrate di circa 26 miliardi.
Dall'altra parte farei una vera revisione della spesa pubblica, ma senza immaginare tagli selvaggi. Penso a una riduzione degli sprechi del 10 per cento in dieci anni: l'uno per cento all'anno.
Se fossi un politico chiederei due mandati. Datemi due mandati e vi prometto di aumentare le entrate di 26 miliardi all'anno senza fare uno shock fiscale.
E come combatteresti l'evasione?
Oggi abbiamo uno strumento potentissimo: l'intelligenza artificiale.
Prenderei un gruppo di giovani e affiderei loro un programma di AI dedicato alla ricerca dell'evasione fiscale. Può individuare anomalie e collegamenti che una persona non riuscirebbe a vedere.
E quei soldi come li spenderesti?
Prima di tutto bisogna occuparsi del debito pubblico, perché ogni anno paghiamo decine di miliardi di interessi.
Poi dividerei le risorse.
Una parte consistente andrebbe a sanità e scuola. Secondo me sono le due cose sulle quali dobbiamo investire di più.
L'emergenza ambientale, invece, la considero un investimento.
E una parte la destinerei alla riduzione del debito, con l'obiettivo di portarlo, nell'arco di dieci anni, sotto i 2 mila miliardi, facendo contemporaneamente crescere il Pil.
Sei convinto che l'Italia sia davvero così fragile come viene spesso raccontata?
Io penso che ci sia un paradosso.
L'Italia ha circa 6 mila miliardi di risparmio privato, una cifra enorme rispetto al debito pubblico. È come se avessimo una grande ricchezza privata immobilizzata.
Gli Stati Uniti hanno una situazione molto diversa, con un indebitamento pubblico e privato molto maggiore, eppure godono di una valutazione finanziaria molto elevata.
Io dico che l'Italia è troppo grande per fallire. E, soprattutto, è troppo bella per fallire.
Eppure siamo un Paese che sembra avere una paura enorme del fallimento.
Questo è uno dei nostri grandi paradossi.
Per fare dieci cose belle devi sbagliarne sei. Lo diceva Leonardo.
Ma in Italia, se ne sbagli una, rischi di essere marchiato per sempre come un fallito.
È una caratteristica italiana?
Non soltanto. È una caratteristica di gran parte del mondo latino: Spagna, Grecia e altri Paesi del Mediterraneo.
Ma in Italia è molto forte.
Secondo me questa mentalità nasce anche dal dopoguerra. Eravamo un Paese che aveva paura di tornare povero.
Poi ha giocato un ruolo anche una certa cultura cattolica, che per molto tempo ha avuto una visione negativa di chi falliva.
Gli anglosassoni hanno un'architettura mentale diversa nei confronti del fallimento.
Da noi, inoltre, il fallimento viene spesso interpretato come una colpa.
Sì. Siamo un po' maliziosi.
Dietro il fallimento immaginiamo subito che ci sia qualcuno che ha rubato, che ha imbrogliato, che ha fatto qualcosa di sbagliato.
È un'altra caratteristica della cultura latina: il pettegolezzo.
E questa cosa viene infilata anche nella testa dei ragazzi. Così, alla fine, uno smette di provarci.
Questo spiega anche, almeno in parte, la nostra ossessione per le microimprese?
Sì. Quel numero enorme di piccole imprese non è necessariamente un fenomeno di coraggio.
È anche un fenomeno di immobilità.
Creiamo l'impresa perché siamo biodiversi, perché ci piace fare le cose a modo nostro. Poi però non la facciamo crescere perché abbiamo paura.
E ci sono la burocrazia, il sistema, le regole.
Quindi per cambiare l'Italia bisogna cambiare anche la cultura del rischio.
Sì. Bisogna cambiare i sentimenti.
È una questione generazionale? Oppure è un'eredità del boom economico, della paura di tornare poveri?
Penso che quando una società tocca il fondo si interrompano le continuità tra le generazioni.
Guarda la differenza tra mio nonno e mio padre.
Mio nonno era monarchico, aveva vissuto il fascismo. Mio padre era partigiano e ha partecipato alla costruzione dell'Italia repubblicana.
La Seconda guerra mondiale aveva spezzato una continuità.
Hai un altro esempio, legato al vino delle Langhe.
Sì. Il motivo per cui oggi nelle Langhe facciamo vini straordinari è anche perché a un certo punto siamo arrivati al fondo.
Negli anni Ottanta ci fu lo scandalo del metanolo. Ci furono morti e persone che persero la vista.
Quella generazione produceva vino in un certo modo. La generazione successiva ha reagito facendo vini completamente diversi: migliori, più controllati, spesso biologici.
È successo perché c'è stato uno shock.
Stai dicendo che l'Italia avrebbe bisogno di una catastrofe?
Uso volutamente una metafora forte. Non intendo una bomba atomica vera, naturalmente.
Dico che abbiamo bisogno di uno shock capace di interrompere certe continuità e costringerci a ripartire.
Gli shock, a volte, fanno bene. Fanno bene alle persone e alle società.
Anche nella storia delle idee?
Certo. Pensa al terremoto di Lisbona del 1755.
Fu una catastrofe enorme. E quell'evento provocò una riflessione profondissima sul rapporto tra uomo e natura, sulla religione, sul senso del male.
Rousseau e Voltaire si confrontarono su queste questioni. Poi arrivò Kant.
I grandi avvenimenti, anche quelli economici o naturali, possono cambiare il modo in cui le persone pensano.
Quindi alla fine torniamo al rischio.
Torniamo sempre lì.
Il problema che sento più fortemente oggi, non solo in Italia ma nel mondo, è una caduta dei sentimenti buoni.
Prendi la fiducia.
Quando non c'è fiducia, sei fottuto.
Perché dici che i sentimenti sono più importanti delle regole?
Perché sono i sentimenti a determinare i comportamenti.
Puoi aumentare le multe, puoi aumentare le pene, puoi introdurre nuove regole. Ma non è detto che questo cambi il modo di pensare delle persone.
Prendiamo la violenza contro le donne. Non convinci un uomo a non commettere un femminicidio semplicemente aumentando la pena. Devi cambiare il suo modo di pensare.
Deve smettere di considerare la donna come una sua proprietà.
E per cambiare questa mentalità devi cambiare i sentimenti.
Come si cambiano i sentimenti?
Con uno shock.
Forse è proprio questo di cui abbiamo bisogno.
Uno shock che ci costringa a ripartire, a recuperare fiducia, senso della vergogna, responsabilità e quei sentimenti che una società non può sostituire soltanto con le regole.