22%, un elettore ogni cinque. È questa l’affluenza al voto alle elezioni suppletive di Reggio Calabria che si sono tenute ieri, per eleggere il sostituto in Parlamento di Francesco Cannizzaro, eletto sindaco del capoluogo calabrese qualche mese fa.
E allora possiamo pure chiederci se sia tanto o poco l'11% di Roberto Vannacci e di Futuro Nazionale nella città di cui voleva fare la sua Sassonia-Anhalt, sperando di replicare il 44% del partito di estrema destra tedesco nelle recenti elezioni per la guida del lander orientale.
O ancora, se la vittoria del centrodestra col 51% sia un atto di forza del governo Meloni, o se il sollievo per il pericolo scampato per un’elezione suppletiva calabrese non sia in realtà un clamoroso segnale di debolezza.
O se, ancora, il fatto che il centrosinistra non abbia toccato palla, nonostante l'11% di Vannacci sia la prova del fatto che il Paese è talmente a destra da permettersene due, senza che una faccia danni all’altra.
Possiamo vaticinare qualunque cosa, ma l’unico dato reale è quel 22% di affluenza. Che ok, vuol dire poco o nulla pure quello, in un’elezione suppletiva a pochi mesi dalle elezioni politiche. E che è vero, come afferma, Lorenzo Pregliasco di YouTrend, è in linea, se non leggermente superiore, a quello di tutte le altre elezioni suppletive in questa legislatura. Però rimane lì, come un memento mori: sono rimasti a casa quattro elettori su cinque. Ed è un dato che non può essere, ogni volta, rubricato con un'alzata di spalle.
Perché magari è un caso, davvero. Però può pure essere il segnale di un Paese che mentre fa la coda per un pieno di benzina a prezzo calmierato, mentre fa i conti con una rivoluzione tecnologica che può solo sperare di subire un po’ di meno, mentre fa la conta di guerre che ogni volta peggiorano le cose, mentre si prepara a una legge di bilancio che porterà pochi euro di spesa sociale in più e mentre l’America ci obbliga a indebitarci per armarci fino ai denti, semplicemente smette di esercitare il suo diritto di voto. Decretando, con un me ne frego che fa ancora più paura di quello del generale Vannacci, la sua ulteriore disaffezione per la politica, e certificando la sua ulteriore irrilevanza.
Se questo sarà l’andazzo per le prossime elezioni politiche non lo sappiamo. Ma se fossimo in Meloni, Schlein, Conte e compagnia ci preoccuperemo un po’ di più, tutti assieme, di combattere l’astensionismo, soprattutto quello giovanile. Perché ok, chi vota decide anche per chi non lo fa. E il destino della prossima legislatura si decide sulle percentuali dei votanti, non degli avanti diritto. Ma come si possa sentire legittimata la politica, e come ci si possa sentire di rappresentare qualcosa, e come si possa davvero parlare ancora di democrazia rappresentativa, quando a votare ci va la minoranza della minoranza, beh, è un’ottima domanda a cui dare risposta.