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Emergenza lavoro

Perde il lavoro perché incinta: “Mi sono sentita dire: ‘Sei molto brava, peccato che aspetti un bimbo”

Barbara, 29 anni, a Fanpage.it racconta la sua esperienza di donna e madre lavoratrice in Italia. “A dicembre la mia responsabile ha deciso di lasciarmi a casa perché a gennaio sarei diventata mamma”, ha spiegato la 29enne. “Si parla tanto di aiuti per la natalità, ma nessuno pensa a come tutelare chi perde il lavoro per un figlio in arrivo che viene visto come un difetto”.
A cura di Eleonora Panseri
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"A dicembre dell'anno scorso la mia responsabile ha deciso di lasciarmi a casa perché a gennaio sarei diventata mamma". Con questa frase inizia il messaggio che Barbara, 29 anni, ha deciso di inviare a Fanpage.it per raccontare la sua esperienza di donna e madre lavoratrice in Italia.

Abbiamo deciso di contattarla telefonicamente, questo è quello che ci ha detto: "Ho scoperto di essere incinta a maggio dell'anno scorso, quando sono andata a fare la visita ginecologica per accertarmi che davvero lo fossi. A quel punto mi sono fatta dare il foglio che attestava la mia situazione e l'ho portato subito al lavoro per correttezza nei confronti dell'azienda, anche se per legge si può dire anche dopo i tre mesi".

"Non avevo intenzione di nasconderlo e in quell'occasione avevo anche detto che, se avessero avuto necessità di una ragazza da formare per quando fossi andata in maternità, mi sarei resa disponibile per rimanere ore in più", prosegue ancora Barbara che aggiunge: "La mia responsabile mi rispose: ‘Ah, che bella notizia! Tu non preoccuparti assolutamente, ne riparleremo più avanti'.

La 29enne era assunta con un contratto a tempo determinato: "A giugno, un mese dopo aver comunicato che aspettavo un bambino mi hanno fatto il primo rinnovo e a dicembre mi aspettavo il secondo. Pochi mesi prima, però, non sapevo ancora nulla", racconta la 29enne che, dopo aver parlato con la ì ginecologa, manda una mail per ottenere risposte sul proseguimento o meno del suo contratto di lavoro.

"Ho mandato questa mail la sera e la mattina dopo, appena entrata in ufficio, sono stata chiamata dal responsabile delle risorse umane e dalla mia referente che, quasi alzando gli occhi al cielo, mi ha detto: "Guarda, sei molto brava, peccato che tu sia incinta, il contratto non te lo posso assolutamente rinnovare. Mi sono informata per sapere se hai diritto alla Naspi e, visto che lo hai, stai a casa e pensa al tuo bambino".

Barbara è rimasta incredula ma ha avuto la prontezza di rispondere: "Mi sono cadute le braccia ma a loro ho detto: ‘Ho dato fin da subito la mia disponibilità a formare una nuova ragazza, a lavorare fino al termine della gravidanza, se la salute me lo permette, e a tornare dopo i 5 mesi di maternità obbligatoria. E voi mi lasciate a casa?'. E lei: ‘La mia risposta te l'ho già data e penso di essere stata chiara, ora torniamo a lavorare che è già tardi'. Questo è come sono stata trattata".

L'azienda non ha voluto nemmeno fornirle delle motivazioni scritte per la conclusione del contratto. "Il responsabile delle risorse umane, quando gli ho chiesto di rispondermi perché dovevo comunicare la decisione alla ginecologa, si è alternato e mi ha detto che lui non era tenuto a farlo per legge, che lo avrebbe fatto solo verbalmente: ‘Se ti va bene, bene, altrimenti mi dai il numero e glielo spiego a voce'.  Non ho ricevuto nessun tipo di motivazione, mi hanno solo detto che il rinnovo non ci sarebbe stato perché ero incinta", racconta ancora la 29enne.

Subito dopo la ragazza si è attivata e ha provato a informarsi con i sindacati per capire se poteva fare qualcosa: "Mi hanno detto che la legge italiana non tutela le donne in stato di gravidanza con un contratto a termine perché la nostra legislazione è più ampia rispetto a un contratto a tempo indeterminato e sarei potuta intervenire solo se avessero fatto un contratto a tempo indeterminato alla ragazza che sarebbe venuta dopo di me, avanzando la proposta di entrare al suo posto. Ho chiesto conferma anche a un avvocato che mi ha risposto la stessa cosa".

Nel mentre, la donna ha provato a cercare un altro lavoro, "ma quando mi presentavo con il pancione ai colloqui per posizioni aperte, mi vedevano e dicevano: "Ci dispiace, anche se al momento cerchiamo personale, non possiamo assumerti perché sei incinta", oppure: "Magari ci risentiamo dopo la maternità o dopo che hai partorito il bimbo". In un colloquio addirittura mi è stato detto: ‘Ora fai il primo e dopo vorrai anche il secondo, quindi per noi è no'".

"Non trovando lavoro dove mi ero formata, ho provato a cercare anche in ambiti dove non avevo esperienza, ma la porta era sempre chiusa. – spiega ancora Barbara – Perché o cercano persone con esperienza oppure perché alla mia età in alcuni settori ero già considerata come figura senior.

Di fronte a questa situazione, la ragazza ha dovuto accettare di accedere al sussidio di disoccupazione. "È vero che la Naspi aiuta a coprire molte spese, ma a me, che sono sempre stata una persona dinamica, piace mettermi in gioco. Anche quando mi sono trovata ad apprendere un lavoro da zero, mi sono sempre rimboccata le maniche. Per me lavorare è importantissimo, non voglio stare a casa a prendere la disoccupazione".

"Attualmente sono in maternità fino al 7 maggio, poi torno, purtroppo, in Naspi. Ma io sto ancora cercando, anche se mando curriculum e le persone, vedendomi ancora in maternità, mi dicono di risentirci dopo l'estate. Sto provando a organizzarmi con i nonni e gli zii in modo tale che, se qualche azienda mi chiamasse alla fine dell'estate per iniziare a lavorare, posso lasciare a loro il bimbo. Ma al momento non ho risposte, non ho riscontri".

La lettera di Barbara si concludeva con un'osservazione che ci teniamo a riportare: "Parlano tutti di aiuti per la natalità, ma nessuno pensa a come tutelare chi come me perde il lavoro per un figlio in arrivo che viene visto come un difetto. Per il mondo del lavoro sembra quasi che a 29 anni tu sia vecchia e se hai un figlio quasi nessuno vuole prenderti fino a che non è un po' autonomo. A questo punto mi domando: se la natalità è fortemente in calo, non è forse il caso di capire che oltre all'aspetto economico debba essere rivisto anche il tema della tutela del lavoro?".

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