Non si placano le proteste nella capitale greca, anzi, si moltiplicano. Oggi giorno le diverse categorie sociali si danno appuntamento in piazza per manifestare contro l'austerity, contro il governo delle banche, contro la miope vessazione di un popolo ridotto allo stremo; un popolo che – però – resiste con tutte le sue forze nel tentativo di cogliere l'imperdibile occasione che la crisi offre: il cambiamento reale dello status quo, la rinuncia alla venerazione del dio denaro. E così, dopo la manifestazione antirazzista e antinazista al fianco dei migranti dello scorso 17 marzo, la Grecia si prepara alle grandi proteste di piazza del 24 e del 25, portando in strada i poeti e gli ospedalieri. Malgrado la partecipazione a ciascuna dimostrazione non sia sempre plebiscitaria, la continua presenza dei cittadini nelle piazze è indice di una stanchezza che – lentamente – monta in direzione di una vera e propria rivoluzione. Le parole "resistenza", "lotta" riecheggiano in ogni dove, offrendo a chi guarda la sensazione viva e pulsante di una rivolta incipiente. Camminando per le strade della megalopoli ateniese, e nonostante gli annunci sensazionalistici dei media e dei rappresentanti del governo Papademus, non si ha la minima percezione di un miglioramento della qualità della vita, anzi. Il baratro dell'assoluta povertà è per molti qualcosa di più di un'ipotesi estrema, e gli ulteriori sacrifici che – di qui a pochi mesi – verranno imposti a una popolazione in cui il tasso di disoccupazione ha ormai raggiunto il 20% (con picchi del 50% quando si parla di disoccupazione giovanile) non faranno altro che acutizzare la tensione sociale. La consapevolezza della gravità della situazione è un dato acquisito per tutti, ed è quasi impossibile incontrare qualcuno che abbia una qualche fiducia nella possibilità che questo governo (o il prossimo) sia in grado di mettere a posto le cose.

Le modalità di resistenza sono molto diverse. C'è chi resiste tentando la strada della creatività, della bellezza, della danza, della parola ricercata e chi – invece – si dedica alla protesta nuda e semplice, nella convinzione che un corpo, un cervello e un'idea siano più che sufficienti perché venga ascoltata la rivendicazione del diritto al lavoro, alla salute, alla dignità, alla felicità. Ieri, in piazza, c'erano centinaia di persone, ma schierate in due cortei ben distinti: da un lato i poeti, gli amanti delle lettere, che lottavano mettendo in scena la loro creatività: regalando poesie, issando dipinti, colorando le strade con il loro passaggio; dall'altro lato gli ospedalieri con i loro striscioni, la loro disperazione e nessuna voglia di festeggiare. Naturalmente, le telecamere erano tutte puntate sulla manifestazione in technicolor, mentre l'altra veniva ignorata, lasciata sullo sfondo, relegata al suo triste bianco e nero. Tra gli ospedalieri molti erano i volti sdegnati, i sorrisi atteggiati a ghigno, mentre tutti i fotografi si spostavano in direzione del corteo dei poeti alla ricerca di uno scatto migliore. E non sono mancati i cartelli di protesta contro il chiassoso manifestare degli uomini e delle donne di cultura che, scegliendo la medesima piazza degli ospedalieri, hanno finito per oscurare più che esaltare le richieste di chi lotta perché siano garantiti ai più deboli almeno il diritto alla vita, alla salute, alle cure mediche. Un ragazzo, in particolare, zigzagava tra i manifestanti festosi innalzando un piccolo ma esaustivo cartello "mentre voi fate i vostri bei discorsi, io vengo ammazzato".

manifestazione ospedalieri atene grecia

Dopo pochi minuti, il corteo degli ospedalieri appariva scarno, mesto, solitario, ridotto a poche decine di dimostranti, mentre quello dei poeti ingrassava sempre più: triste metafora della condizione in cui versa la sanità pubblica in Grecia (e non solo). La festosa protesta dei poeti ha fagocitato la semplice protesta degli ospedalieri, i colori, i trampolieri, i dipinti, i cartelli hanno accecato i passanti. Va da sé che ognuno abbia il diritto – e in tempi come questi potremmo dire il dovere – di manifestare il proprio sdegno secondo le modalità che gli sono più consone, e non c'è nulla di male nel credere che il dono di una poesia valga quanto uno striscione, uno slogan, un grido, uno scontro, ma la separazione delle lotte o – peggio – l'oscuramento di una manifestazione a favore dell'altra è qualcosa che andrebbe evitato a ogni costo, specie se in ballo c'è il diritto alla vita. La bellezza ci salverà, diceva Dostoevskij, ma perché gli uomini siano in grado di produrre bellezza è necessario che restino in vita.