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26 Maggio 2021
16:06

“In carcere temevano mi suicidassi”: l’arresto e l’assoluzione, il calvario dell’ex sindaco Uggetti

“Ho vissuto i miei 10 giorni di carcere in una condizione non normale. Temevano che mi suicidassi, ma non ci ho mai pensato”. Simone Uggetti, ex sindaco di Lodi, all’indomani della sua assoluzione in appello dall’accusa di turbativa d’asta ripercorre con Fanpage.it il suo calvario durato 5 anni. “Il momento più brutto? L’arresto. Ma la parte più difficile è venuta dopo, perché mi hanno rubato la vita”.
A cura di Giulio Cavalli
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Assolto in appello con formula piena. Il giorno dopo l’ex sindaco di Lodi Simone Uggetti sta preparando la conferenza stampa che terrà oggi pomeriggio e in cui ripercorrerà tutte le tappe dalla custodia in cautelare in carcere per 11 giorni, alla condanna in primo grado a 10 mesi in primo grado per turbativa d’asta fino all’assoluzione di ieri.

Uggetti, ieri dopo la lettura della sentenza ha detto “questa non è una riabilitazione”. Oggi qual è la sensazione?

Io in questa città ho sempre girato a testa alta perché so di non avere mai fatto nulla di male e non avevo niente di cui vergognarmi. Forse adesso sono altri che devono riflettere su quelli che sono stati degli errori che hanno inciso profondamente sulla mia vita. Ma hanno inciso anche sulla vita di una comunità: io sono stato costretto a dimettermi, c’è stato un commissario, ci sono state delle elezioni vinte sul presupposto che io sono andato in carcere. Questo dato ha di fatto falsato la campagna elettorale, non è una cosa piccola per una comunità. È sempre il vecchio tema dell’equilibrio dei poteri che va più curato.

Dopo questa esperienza quindi ha maturato una diversa idea sull’impatto che la magistratura può avere sulla politica?

Mi ero già fatto una mia idea anche perché un altro sindaco a Lodi, persona onestissima e stimatissima, come Aurelio Ferrari ha dovuto aspettare 8 anni per vedere concluso il suo processo da lì avevo capito che c’era qualcosa che non funzionava. Certo non mi sarei mai aspettato di finire a San Vittore.

Gli avversari politici non ti hanno risparmiato accuse: il ministro Di Maio ai tempi partecipò a una manifestazione sotto al comune di Lodi in cui non risparmiò certo le accuse…

Quella di Di Maio è stata un’immaturità politica che a me è pesata tantissimo. C’era la mia faccia cerchiata con simbolo del Pd come elemento di gogna, di delegittimazione e di derisione. Però anche su questo sono cambiati: non hanno ancora una cultura giuridica che dovrebbe avere un partito di governo ma almeno hanno avuto un impatto con la realtà con Virginia Raggi, Chiara Appendino, Pizzarotti. Delle loro tesi iniziale nemmeno una è stata confermata: hanno inventato il mandato zero, hanno cambiato lo statuto. Io e tanti altri abbiamo pagato lo scotto dell’incultura politica dei 5 Stelle. Ma non sono stati gli unici: la Lega manifestò mentre ero in carcere sotto il comune ma Salvini, che è più accorto di Di Maio, fiutò che la città aveva capito che c’era qualcosa
che non funzionava e non si presentò, venne Calderoli. Però devo anche dire che ci fu un’illustre assenza nelle file leghiste: l’avvocato Pietro Foroni (oggi assessore in Regione Lombardia nda) non partecipò mai a questa gogna.

E dai compagni di partito ha subito delusioni? Il segretario del Pd ai tempi era Matteo Renzi che non ci mise molto a scaricarla. Che ne pensa?

Renzi purtroppo tra i suoi tanti difetti ha anche quello della voracità. Per cinico calcolo politico decise di non difendermi perché da lì a poco ci sarebbero state le elezioni di Roma e Torino e quindi venni liquidato. Poi il partito è fatto di tante persone, come in ogni comunità umana. Non bisogna generalizzare. C’è chi mi è venuto a trovare in carcere: è venuto ben due volte l’ex consigliere regionale e ora senatore Alfieri, venne Fabio Pizzul, che è ancora consigliere regionale, venne Brambilla, venne l’ex vice ministro dell’interno Mauri.

Umanamente cosa ha significato ritrovarsi catapultato in una condizione che non avrebbe mai immaginato?

Io ho vissuto i miei 10 giorni di carcere in una condizione non normale. Temevano che mi suicidassi, per 10 giorni c’erano le telecamere sotto che aspettavano che venissi scarcerato, avevo costanti visite dello psicologo, questo perché ero un detenuto “speciale”. Gli altri carcerati mi
dicevano che il loro trattamento era molto diverso. Il carcere è un micromondo.

Ha mai pensato al suicidio?

Mai. Ma capisco che la struttura avesse questo timore.

Come sono stati quei giorni?

Il carcere è stata la parte meno difficile. Mi hanno messo in cella con due persone”brave”, nonostante le condanne. Con me si sono comportate bene e uno in particolare è stato una spalla enorme, ci siamo confidati per 10 giorni di fila. La parte più difficile è venuta dopo.

Perché?

Perché mi hanno rubato la vita. Io ho passato la sinistra giovanile, gli anni da consigliere comunale, per me la politica era il mio orizzonte di vita e me l’hanno tranciato. Come se un giocatore nel pieno della sua carriera avesse un infortunio gravissimo e si ritrovasse non solo a non poter più giocare ma non potesse nemmeno allenare o fare il direttore sportivo. L’unica cosa che può fare è guardare le partite in televisione.

Ha mai avuto un senso di colpa nei confronti dei suoi famigliari?

No perché io non ho fatto niente di male. Quella era la mia vita e ho sempre agito per il bene della comunità. Non avevo niente da rimproverarmi, facciamo il mio mestiere di amministratore 12 ore al giorno tutti i giorni felicissimo di farlo.

Ha il timore che rimanga comunque una macchia?

Nella mia comunità no. Stamattina passeggiavo e non so quanta gente mi ha salutato e abbracciato.

Il momento più brutto?

L’arresto. Ho visto gli uomini della Guardia di Finanza e ho sentito “custodia cautelare”, mi è sceso il nero. Nero. Io non sapevo nemmeno per cosa mi arrestavano. È tremendo.

Credeva all’assoluzione?

No. Non perché non sia convinto delle mie ragione ma avevo paura che i turbamenti all’interno della magistratura influissero e invece devo ringraziare il collegio giudicante che ha avuto il coraggio di assolvermi dopo un arresto.

Hanno riconosciuto l’errore?

Un errore clamoroso. Ci sono andato di mezzo io e altre persone. Cristiano Marini ci è andato di mezzo perché era un consulente gratuito, ti rendi conto del ribaltamento della realtà? Era generoso, è finito in carcere mentre la moglie era incinta.

Ha risentimento nei confronti della Procura?

Mi spiace solo per quello che scrisse il gip dipingendomi come una persona “abietta e negativa”. Spero che ci sia maggiore equilibrio nelle prossime occasioni.

Tornerà la voglia di fare politica?

La politica per me è la passione della vita. In questi anni ho fatto lo spettatore. Sicuramente dirò la mia però sono felice di essermi ripreso la possibilità di decidere se fare o non fare. Questa libertà è impagabile.

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