
Le immagini sono state condivise da Francesco Borrelli, il parlamentare di Alleanza Verdi-Sinistra che negli ultimi tempi pubblica molti video che riguardano gli animali o, meglio, che mostrano quanto sia comune purtroppo il loro maltrattamento a fronte di like e condivisioni.
Questa volta la vittima sacrificale per promuovere dei capi d'abbigliamento non è un cane o un gatto ma un pony. L'uomo che lo trascina dentro al negozio è un commerciante di Caivano, in provincia di Napoli. Una cittadina ora ancora più conosciuta a livello nazionale, da quando è andata in onda la serie Rai "La preside" che ha come protagonista principale Luisa Ranieri.
Purtroppo, spesso, questo Comune nel napoletano finisce nelle pagine della cronaca nera, ma ora si aggiungono anche queste imagini che rappresentano un evidente caso di abuso nei confronti di un animale inerme, come spiega benissimo Sonny Richichi, fondatore dell'associazione Italian Horse protecition nel video pubblicato da Borrelli:
Ma dal punto di vista legale, l'uomo nel video a cosa va incontro? Abbiamo chiesto un parere all'avvocata Laura Mascolo, specializzata in diritti animali e consulente di un'altra associazione, Horse Angels O.D.V. che si occupa della tutela dei cavalli e degli equidi in generale.
Cosa ne pensa del video, avvocata?
Da un punto di vista giuridico, la difficoltà principale sta nell’inquadrare il tipo di attività di cui stiamo parlando: è evidente che, visionando il video, si tratta di una pubblicità molto “fai da te”, che non rientra in nessun tipo di utilizzo regolamentato. Per “usare” gli animali nella pubblicità in Italia, servono autorizzazioni a seconda del tipo di attività che si pone in essere e del posto dove ci si trova (potrebbero esserci regolamenti locali o regionali specifici). Purtroppo utilizzo il termine "usare" perché è di questo che si tratta e di questo che, al momento, si deve discutere.
Al netto del fatto che la “Convenzione europea sulla protezione degli animali da compagnia” di Strasburgo del 13/11/1987, vieta l’utilizzo degli animali da compagnia per scopi legati alla pubblicità, spettacoli, esposizioni, competizioni ed altre manifestazioni analoghe senza che siano salvaguardati il loro stato di salute e di benessere, bisognerebbe guardare al territorio dove è stato riscontrato quel comportamento che mette a rischio l’animale e verificare se sono stati infranti regolamenti comunali e/o regionali sulla tutela del benessere degli animali per capire cosa prevede.
Gli utenti che comprendono che si tratta di maltrattamento cosa possono fare?
Segnalare al Garante per i diritti degli animali e all’Ufficio dei diritti degli animali del Comune e alla polizia locale l’episodio, in modo che si possano avviare dei controlli. Certo il pony non rientra tout court nella definizione di animale da compagnia, ma i principi enunciati valgono comunque e, generalmente, i regolamenti non si limitano ad indicare solo gli animali da compagnia strettamente detti come destinatari di tutela.
La legge n. 82/2025 ha innalzato la soglia di tutela per gli animali, tutti gli animali, indicandoli come destinatari diretti di protezione e soggetti di diritti, come già la giurisprudenza penale aveva avuto ampiamente modo di affermare.
Se si pensa che l’animale, oltre ad essere trattato in maniera irrispettosa delle norme e dei regolamenti sul benessere animale, sia seriamente sottoposto a maltrattamento, si può denunciare alle forze dell’ordine quel comportamento o direttamente alla Procura della Repubblica allegando le prove (video, foto, testimoni e così via).
Se si è insicuri sulla valutazione dei modi con cui viene trattato, magari, è meglio rivolgersi prima ad un avvocato, meglio se specializzato in questo campo, o ad associazioni che si occupano proprio di tutela animale, così da valutare le azioni da intraprendere.
In questo video non servono poi occhi così esperti per riconoscere che c'è maltrattamento…
Nel caso di specie sicuramente il pony non è trattato rispettando il benessere animale, è evidente infatti che sia “sottoposto a comportamenti … insopportabili per le sue caratteristiche etologiche”, come del resto è indicato dall’art. 544 ter del codice penale. Ma una cosa è dirlo, altra è valutare quell’”insopportabile” che dovrebbe essere determinato tecnicamente.
Quindi l’eventuale denuncia dovrebbe essere corroborata, secondo il mio parere, dalla consulenza di un veterinario esperto in comportamento animale e in equidi. Certo, dal mio punto di vista mi sembra ovvio che quel locale non sia l’ambiente adatto per far anche solo passare un pony, così come l’atteggiamento del pony mostra sicuramente disagio e timore per come viene trattato. I cavalli sono animali molto sensibili ai rumori, alla gesticolazione eccessiva, alle urla, agli ambienti stretti, si spaventano e mal sopportano comportamenti così fastidiosi e continui.
Qualora si proceda con denuncia e si configuri il reato, cosa rischia il commerciante?
Se si configurasse il reato di maltrattamento, la persona rischierebbe una condanna alla reclusione da sei mesi a due anni e una multa da 5.000 a 30.000 euro, aumentata della metà se da quel comportamento deriva la morte dell'animale. Al netto sempre di tutti i benefici applicabili se si è incensurati.
Il maltrattamento degli equidi passa molto più sotto traccia rispetto ad altre specie come cani e gatti, ma è un fenomeno diffuso e costante. Può farci qualche esempio di casi che ha seguito?
Purtroppo, sono numerosi i casi di maltrattamento di cavalli che ho seguito a partire dalla morte del cavallo che trainava la carrozza alla Reggia di Caserta, ai vari casi di doping nelle corse ufficiali dell’ippica, al traffico di farmaci finalizzato sempre a dopare i cavalli delle corse, ai maltrattamenti dei cavalli destinati alla macellazione abusiva e al loro traffico/commercializzazione sotto traccia, alle corse clandestine e così via.
Al di là dei singoli casi di uccisione e maltrattamento, che pure sono numerosi, due casi che ho seguito per conto della Horse Angels O.D.V., posso indicare con maggior interesse, perché sono indicativi del “sistema” che questi poveri animali sono costretti a subire.
In un caso i medicinali che servivano a dopare i cavalli venivano rubati in un ospedale ed in un polo commerciale e logistico (vendita non al dettaglio) con la complicità di dipendenti delle strutture e poi rivenduti e forniti a persone che fanno parte del mondo delle corse.
In un altro vi era proprio una vera organizzazione dedita a recuperare cavalli, che venivano fatti transitare fittiziamente in alcune stalle su indicazione dei commercianti per poi spedirli in condizioni terribili, in macelli clandestini nel foggiano. Tutti cavalli non destinati al consumo umano perché in vita curati con farmaci non accertabili, se non proprio dopanti, a volte pagati pochi euro a proprietari che chiudevano un occhio, stipati in furgoni e mandati a morire in un macello clandestino. Quella carne poi, nonostante non fosse destinata a quello scopo, veniva venduta per consumo umano.
Tutto era possibile grazie al cosiddetto "codice z", ovvero un codice che veniva inserito nella banca dati nazionale equina per far “sparire” un animale. L’operazione, secondo l’accusa, era possibile grazie ad una funzionaria deputata all’inserimento dei dati nel database, che prima era effettuabile da vari operatori: la Horse Angels O.D.V. ha segnalato e chiesto una revisione al Ministero della Salute del sistema in relazione all’utilizzo del codice zeta, che è stata accolta ed ora solo le ASL possono utilizzarlo.
Quali sono i reati cui vanno incontro gli autori in questi casi?
Questi soggetti rispondono a vario titolo di associazione a delinquere, uccisione e maltrattamento di animali, commercio di cose pericolose per la salute e falso. Questi processi testimoniano due cose: quanto sia diffuso l’uso di sostanze vietate e dannose per i cavalli per migliorarne le prestazioni atletiche e quanto “il fine carriera” sia per moltissimi proprietari un problema: mantenere un cavallo costa e quando "non serve più" molte persone fanno finta di non sapere e lasciano i loro animali in mano a commercianti senza scrupoli che li fanno finire nei macelli in condizioni terribili, invece di assicuragli una pensione decente e di accudirli.
Sono numerosi i cosiddetti "spazzini del Web" e sono anni che li combattiamo: fingono adozioni, fingono destinazioni bucoliche e paradisiache ai proprietari di cavalli che vogliono liberarsene per più ragioni e, poi, la destinazione è sempre la stessa: morte e macellazione. C'è un passaggio di una intercettazione che è molto utile per capire di che genere di persone stiamo parlando e che fine fanno gli animali: "Domani accoppamo la cavalla appestata, sta nel camion col collo rotto".