
È dal 2009 che nessuno ha mai più visto una rana dorata panamense in natura. Da allora, questo piccolo anfibio anuro giallo brillante è sopravvissuto solo in terrari, teche controllate e centri di allevamento. Da oggi però, per la prima volta, cento rane nate e cresciute in cattività sono tornate a saltare tra i torrenti di montagna del Centro America. È un ritorno ancora molto fragile, sperimentale, ma simbolicamente molto importante.
La protagonista di questo ritorno storico è Atelopus zeteki, una specie in realtà di piccolo rospo endemica di Panama: significa che vive – o meglio, viveva – solo lì e in nessuna altra parte del mondo. Viveva tra i ruscelli freddi e rapidi che scendono dalla catena montuosa Tabasará, nella parte centrale del Paese, soprattutto nei dintorni del comune di El Valle de Anton, ultima roccaforte in natura prima del crollo definitivo.
Perché la rana dorata panamense si è estinta nel 2009
A spazzarla via è stata una malattia fungina chiamata chitridiomicosi, ben nota tra gli esperti di anfibi. Il responsabile è infatti un microscopico fungo, chiamato Batrachochytrium dendrobatidis, che sta mettendo in ginocchio gli anfibi in tutto il mondo. Questo patogeno infetta la pelle delle rane e dei rospi, attraverso cui gli anfibi respirano e assorbono anche nutrienti e sali minerali. Il fungo altera questo equilibrio causando la morte e il collasso rapido delle popolazioni.
Le sue spore si muovono nell'acqua e possono essere trasportate da altri animali o perfino dalle suole delle scarpe di chi si sposta nei boschi o tra una zona umida e l'altra. Arrivato in America Centrale alla fine degli anni 80, il fungo si poi diffuso rapidamente, come un'onda silenziosa, ma devastante. Quando nel 2004 ha raggiunto El Valle de Anton, gli scienziati avevano già previsto quello che sarebbe successo: nel giro di pochi anni la rana dorata sarebbe scomparsa dalla natura, come già successo a tanti altri anfibi in tutto il mondo.
L'allevamento in cattività e il ritorno in natura non proprio "felice"

Per evitarne l'estinzione totale, lo Smithsonian Tropical Research Institute e lo Smithsonian's National Zoo and Conservation Biology Institute hanno unito le forze con diversi zoo statunitensi creando il Panama Amphibian Rescue and Conservation Project (PARC). L'obiettivo del progetto era semplice e ambizioso: salvare in cattività le specie più a rischio e mantenerle in vita finché non si fossero create condizioni per un ritorno in natura.
Negli anni i ricercatori sono così riusciti a far riprodurre la rana dorata e altre specie minacciate di anfibi in cattività. Ma allevare non basta, la vera sfida è capire se e come questi anfibi possano tornare a vivere nei loro habitat originari, dove purtroppo il fungo è ancora presente. Proprio per questo, le prime cento rane sono state liberate all'interno di recinti controllati costruiti lungo i torrenti, per monitorarne l'ambientamento a contatto con l'ambiente naturale.

Dopo dodici settimane di monitoraggio, circa il 70% delle rane è purtroppo morto proprio a causa della chitridiomicosi, un numero allarmante che potrebbe sembrare un fallimento totale. Tuttavia, per chi si occupa di conservazione, può essere anche una vera e propria miniera di dati e informazioni utili. I ricercatori stanno analizzando i dati raccolti per capire come si comporta il fungo sul campo, come varia l'infezione e se le rane riescono a recuperare le tossine della pelle una volta tornate a nutrirsi di prede selvatiche. Come le più famose "rane freccia" o del dardo velenoso, anche A. zeteki possiede sostanze altamente tossiche nella pelle, che assorbe in parte attraverso la dieta a base di millepiedi, ragni, formiche e altri insetti.
Ora inizia una nuova fase del progetto

Le rane che sono riuscite a sopravvivere al fungo, sono state poi "liberate" definitivamente dai recinti, dando il via a una nuova fase del progetto. Ora, infatti, inizia la fase di studio sul campo per capire se e come riusciranno a sopravvivere "da sole" in natura, come si adatteranno alla vita "selvaggia" e (si spera) a resistere al fungo killer di anfibi. Gli scienziati stanno anche cercando possibili "rifugi climatici", cioè aree abbastanza adatte per le rane, ma troppo calde per permettere al fungo di prosperare. Anche piccole variazioni di temperatura potrebbero fare la differenza tra la vita e la morte.
Questi piccoli rospi gialli, inoltre, non sono un caso isolato. I ricercatori e i conservazionisti dello stesso progetto, hanno infatti già salvato e riportato in natura altre specie di anfibi: nel 2025 sono state reintrodotte la rana Anotheca spinosa, la cosiddetta "rana razzo" di Pratt (Colostethus pratti) e la raganella Agalychnis lemur, considerata in pericolo critico di estinzione. In questi casi la sopravvivenza iniziale è stata persino superiore alle aspettative.
La rana dorata panamense resta però il simbolo più potente di questa battaglia. A Panama è un'icona nazionale, legata alla fortuna e all'identità del paese, tuttavia il suo ritorno nei torrenti non significa che il pericolo sia passato. Il fungo è ancora lì. Ma per la prima volta dopo oltre quindici anni, in quei corsi d'acqua di montagna sono tornate a saltare le piccole rane dal colore del sole. E nella conservazione, a volte, il primo passo non è vincere subito, ma tornare.