
Per proteggere una specie possiamo metterne a rischio un'altra? È il dilemma che oggi affligge biologi e conservazionisti nel Parco nazionale di Monte León, lungo la costa della Patagonia argentina, dove il recente ritorno di un grande predatore, il puma, ha cambiato equilibri che sembravano ormai consolidati. Dopo l'abbandono degli allevamenti bovini, avvenuto nei primi anni 90, il puma (Puma concolor) ha infatti iniziato a ricolonizzare parte dei suoi territori storici nel sud dell'Argentina.
Un ritorno che è stato favorito dall'abbandono di queste terre e dalla rapida espansione della specie, oggi protetta. Tuttavia, quando i felidi sono tornati hanno trovato qualcosa di nuovo: una vasta colonia di pinguini di Magellano (Spheniscus magellanicus) che, negli anni precedenti, si era spostata dalle isole alla terraferma. Ora però, i puma hanno cominciato a predare i pinguini, mettendo seriamente a rischio il futuro di questa colonia.

In assenza di predatori terrestri, infatti, i pinguini avevano iniziato a nidificare lungo la costa continentale, apparentemente al sicuro visto che non c'erano predatori. Il ritorno dei puma ha però creato un contatto inedito tra queste due specie e i pinguini, goffi a terra e privi di difese, sono diventati un bersaglio facile. Ma quanto può essere impattante questa nuova interazione preda-predatore per la conservazione dei pinguini?
A rispondere è uno studio pubblicato recentemente sul Journal for Nature Conservation, frutto della collaborazione tra ricercatori argentini dell'Universidad Nacional de la Patagonia Austral e studiosi dell'Università di Oxford. Dal 2007 al 2010, i ricercatori hanno monitorato la colonia di Monte León, contando i pinguini predati e uccisi dai puma. I numeri sono abbastanza impressionanti: oltre 7.000 pinguini adulti uccisi in quattro anni, circa il 7,6% totale della popolazione stimata, che conta circa 93.000 individui.

Per di più, molti di questi animali non sono stati nemmeno mangiati. Un comportamento che gli ecologi chiamano "surplus killing", ovvero "uccisione in eccesso": quando un predatore abbatte più prede di quante gli ne servano per nutrirsi. È un fenomeno abbastanza noto in numerosi predatori, soprattutto tra i felidi, e che di solito avviene quando le prede sono molto abbondanti e facili da catturare.
La domanda centrale, però, resta: i puma possono portare all'estinzione la colonia di pinguini? Secondo i modelli matematici realizzati nello studio, la risposta è no. La sola predazione dei puma non sarebbe sufficiente a far scomparire l'intera colonia. Il futuro dei pinguini dipende molto di più dal successo riproduttivo e dalla sopravvivenza dei giovani. Solo gli scenari più estremi, con pochi pulcini nati e una forte mortalità prima dell'età adulta, porterebbero al collasso della popolazione.

Tuttavia, i pinguini affrontano anche numerose altre minacce oltre ai puma, che potrebbero aggravare la situazione, ma non esserne la principale. Per questo i ricercatori sottolineano l'importanza di guardare oltre il singolo predatore. Fattori ambientali come la disponibilità di cibo in mare, i nutrienti e l'aumento delle temperature – tutti aspetti legati ai cambiamenti climatici – influenzano direttamente e molto di più il successo riproduttivo e la stabilità della popolazione.
Il caso di Monte León racconta quindi una sfida sempre più attuale e comune nella conservazione: i grandi carnivori che tornano in ecosistemi profondamente modificati dalle attività umane e che incontrano prede "nuove", non abituate a difendersi. Monitorare a lungo termine sia i puma sia i pinguini diventa quindi essenziale, non per scegliere chi dei due salvare, ma per capire come convivere con una natura che sta cercando, lentamente, di rimettere insieme i propri pezzi e trovare nuovi equilibri.