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25 Maggio 2026
15:59

Perché proviamo compassione per gli animali: dipende dal contesto individuale e culturale. Lo studio

La questione della "compassione animale" è un tema di lunga data. Sociologi, etologi, filosofi e altri esperti nel corso del tempo si sono interrogati spesso su cosa ci lega o meno a un individuo di un'altra specie. Una rassegna narrativa pubblicata su Frontiere aiuta ora a comprendere il legame, o meno, con gli altri animali che stabiliamo anche solo a livello emotivo.

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Un cane e un gatto possono indurre a provare nei loro confronti una compassione che non ci provoca una mucca o un maiale. Ma ciò dipende dalle nostre inclinazioni individuali e soprattutto da in che parte di mondo siamo nati, quali sono le influenze culturali e religiose di cui siamo permeati.

La questione della "compassione animale" è un tema di lunga data, che esiste nella specie umana sin dalla notte dei tempi. Sociologi, etologi, filosofi e altri esperti nel corso del tempo si sono interrogati spesso su cosa ci lega o meno a un individuo di un'altra specie. Ora una rassegna narrativa pubblicata su Frontiere aiuta a comprendere quante implicazioni esistono per poter provare a comprendere il legame, o meno, con gli altri animali che un essere umano stabilisce non solo a livello emotivo ma fattivo.

La compassione verso gli altri animali è infatti una manifestazione specifica di sensibilità morale che riguarda la capacità di riconoscere la sofferenza degli animali non umani e di voler agire concretamente perché non avvenga. Non è solo un sentimento legato al “provare pena” nei confronti di un altro essere vivente né una reazione emotiva passeggera, ma un insieme articolato di processi cognitivi, affettivi e comportamentali che includono attenzione, comprensione e disponibilità all’azione.

La ricerca, appena pubblicata, si è mossa attraverso gli ambiti dell'etologia e delle scienze psicologiche, e nello studio viene sottolineato da subito che la compassione per gli animali è un sentimento diverso dall’empatia. Quest'ultima infatti consiste nel "risuonare" con lo stato emotivo di un altro essere vivente, la seconda invece ha un qualcosa in più: spinge ad agire nei confronti dell'altro per alleviare la sua sofferenza. E' ciò che anima, per fare un esempio, i volontari animalisti quando intervengono in situazioni di maltrattamento impegnando tutte le loro risorse per salvare altri esseri viventi.

Nel testo c'è un vero e proprio compendio della letteratura scientifica che ha trattato l'argomento che si può riassumere in un dato di fatto: provare questo sentimento per degli animali non è una caratteristica comune e uguale per tutti ma varia a seconda di diversi fattori. Primo fra tutti vi è quello dell'esperienza personale, ovvero la pratica di frequentazione con animali e la vera e propria vicinanza con questi ultimi. Altro elemento importante è il livello di connessione con la natura in generale e poi, ultimo ma non ultimo, come gli animali sono rappresentati nel sistema culturale in cui si vive.

"Le relazioni umane con gli animali non umani sono state storicamente plasmate da rapporti di potere asimmetrici caratterizzati da uso, controllo e sfruttamento – scrivono gli autori – Attraverso culture e periodi storici, gli animali sono stati spesso considerati risorse strumentali piuttosto che esseri senzienti con esperienze soggettive. La ricerca psicologica e sociologica suggerisce che questa impostazione ha facilitato la normalizzazione del danno arrecato agli animali, riducendo la loro visibilità morale e diminuendo la rilevanza percepita della loro sofferenza".

Come accennavamo all'inizio, l'influsso della religione e della cultura sociale in cui si è calati sono elementi discriminanti poi per valutare come e se effettivamente si prova compassione e verso quale spece. "Gli animali da compagnia come cani e gatti sono in genere visti come emotivamente vicini e moralmente rilevanti, il ché facilita l'empatia, l'attaccamento e le risposte protettive – precisano gli esperti che hanno preso in considerazione le società occidentali – Al contrario, gli animali classificati come cibo, parassiti o merci hanno maggiori probabilità di essere esclusi dalla considerazione etica, nonostante le prove che dimostrano che possiedono capacità comparabili di dolore, emozione e socialità".

In buona sostanza lì dove è accertato che anche gli animali provano dolore, solo per alcuni si accende nell'essere umano la compassione, ovvero quel desiderio di evitare la sofferenza ad altri esseri viventi. La disparità di provare emozioni di supporto e aiuto verso l'altro, poi, diventa ancora più pronunciata in relazione a "specie meno familiari o percettivamente distanti come pesci, insetti e cefalopodi". Ciò accade, secondo i ricercatori, perché si tratta di animali che hanno meno probabilità di suscitare spontaneamente risposte di cura, "in parte perché mancano di caratteristiche che tipicamente attivano la risonanza affettiva".

Nella disamina si ricorda che appunto tutte le prove scientifiche attualmente disponibili suggeriscono che "almeno alcune di queste specie possiedono capacità rilevanti per l'esperienza del dolore o degli stati affettivi" e viene ricordata la Dichiarazione di Cambridge sulla coscienza, un manifesto scientifico proclamato il 7 luglio 2012 da un gruppo internazionale di neuroscienziati in cui è stato affermato che gli esseri umani non sono gli unici a possedere i substrati neurologici che generano la coscienza, estendendola a tutti i mammiferi, gli uccelli e altri animali, come i polpi.

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