
Dello stretto di Hormuz prima del conflitto che coinvolge Usa e Israele contro l’Iran poco si parlava e meno si sapeva. Non se ne conosceva l’importanza legata al commercio di petrolio e troppo poco, adesso, si parla di quella legata alla tutela di un ecosistema e di una biodiversità da proteggere nell’area.
Diverse analisi internazionali basate su monitoraggi indipendenti e osservazioni sul campo hanno messo in luce quanto le operazioni militari stanno infatti compromettendo l’area dal punto di vista della flora e della fauna, in ecosistemi marini che già sono stati vessati proprio dal traffico navale dovuto allo spostamento dell’ “oro nero”.
Non solo le navi provocano danni, ma anche l’uso di sonar per esplorare i fondali alla ricerca di mine comportano danni all’ambiente, dovuti soprattutto all’inquinamento acustico persistente che va a colpire specie rare che lì hanno il loro habitat naturale, soprattutto mammiferi marini come i tursiopi e andando a devastare l’ecosistema con le continue “invasioni” umane.
La paura più grande, ma in fondo un timore legittimo, riguarda poi la possibilità di sversamenti di petrolio. Immagini satellitari e verifiche in loco hanno già documentato il greggio fuoriuscito dalle imbarcazioni per gli attacchi alle navi ma anche alle infrastrutture. Il petrolio non solo crea danni all’acqua e alle specie che vi abitano ma riversandosi sulle coste colpisce le mangrovie che sono piante fondamentali per la protezione della terra ferma e di tutto l’ecosistema collegato.
Nel Golfo Persico la conformazione naturale non aiuta al ricambio, rendendo le acque stagnanti quando poi sono inquinate e andando così a colpire l’area con alterazioni che non hanno soluzione di continuità a meno che, appunto, non sia l’uomo a fermarsi per consentire all’ambiente di “respirare”.
La Lav ha per questo motivo preso posizione e reso nota la situazione attuale, attraverso un comunicato in cui si parla dello stretto di Hormuz in questi termini: “E’ uno degli ecosistemi marini più ricchi e fragili del pianeta, dove animali acquatici, organismi e mammiferi marini si sono adattati a temperature e salinità al limite della sopravvivenza, creando un ecosistema unico”.
L’associazione animalista sottolinea che nel canale, largo appena una trentina di chilometri, vivono anche un centinaio di megattere arabe. “Una popolazione unica e geneticamente isolata da circa 70.000 anni, che rappresenta un caso unico al mondo di megattera stanziale”, precisano. A differenza delle altre megattere che attraversano gli oceani,infatti, questa specie non migra e gli esemplari si sono adattati “a livelli di calore e salinità che molti oceani del pianeta raggiungeranno nel 2050”, tanto che per comprendere il futuro del pianeta sono oggetto di osservazione e studi.
Un’altra specie tipica della zona è il dugongo. Lì infatti vive una delle popolazioni di Dugong dugon più grandi al mondo, pari a circa settemila individui. La “mucca di mare” è un mammifero erbivoro che, come sottolinea la Lav, è “fondamentale per l’equilibrio delle praterie marine. Già vittima di inquinamento, pesca e colpito spesso dai motori delle navi, il dugongo è una specie in pericolo di estinzione, che ora rischia ulteriormente a causa degli attacchi a petroliere e infrastrutture che aumentano gli sversamenti di petrolio nell’area”.
L’attuale scenario economico mondiale che ha come cuore pulsante lo Stretto di Hormuz ha già mostrato effetti rilevanti sul piano economico, ma le conseguenze per ambiente e animali potrebbero essere ben più lunghe della guerra.