
Ogni tanto torna la stessa storia: animali selvatici che mangiano frutta fermentata e finiscono per comportarsi in modo "strano", come se fossero ubriachi. Per anni è rimasta un’immagine suggestiva, difficile da verificare, ma oggi sappiamo che succede davvero, soprattutto tra i nostri parenti primati più simili a noi: gli scimpanzé.
Ora però uno studio pubblicato sulla rivista Biology Letters ha provato a rispondere alla domanda in modo ancora più diretto: quanto alcol assumono davvero gli scimpanzé in natura?
La risposta arriva da un luogo preciso, il Kibale National Park, in Uganda, dove vive una delle popolazioni di scimpanzé più studiate al mondo. Qui, nell'agosto 2024, un gruppo di ricercatori ha osservato per undici giorni gli scimpanzé della comunità di Ngogo, concentrandosi su un aspetto quantomeno curioso: raccogliere e analizzare le loro urine.
Che cosa hanno trovato gli scienziati nelle urine degli scimpanzé
Negli esseri umani, per misurare l'alcol in circolo nel corpo si usa spesso l'etilometro, che analizza il respiro. Con un gruppo di scimpanzé in natura, però, è impensabile avvicinarsi con uno strumento del genere. I ricercatori hanno quindi escogitato una soluzione più semplice e ingegnosa: piccoli raccoglitori di plastica, tesi tra rami biforcuti, posizionati sotto gli alberi dove gli animali sostavano. A questi campioni si sono aggiunte le urine recuperate da foglie e piccole pozzanghere nella foresta. Un lavoro insolito, ma fondamentale per ottenere dati affidabili.
Le analisi hanno cercato una sostanza chiamata etilglucuronide. Si tratta di un prodotto che il nostro organismo – e quello degli altri primati – genera quando metabolizza l'etanolo, cioè l’alcol presente nelle bevande alcoliche e, in natura, nella frutta fermentata. In parole semplici, se trovi etilglucuronide nelle urine, significa che quell'individuo ha assunto alcol di recente.
I risultati sono stati chiari. Nella maggior parte dei campioni era presente questa molecola. Su 20 campioni raccolti da 19 scimpanzé diversi, solo quattro mostravano concentrazioni inferiori a 500 nanogrammi per millilitro. Per avere un termine di paragone, negli esseri umani valori superiori a 500 nanogrammi per millilitro si registrano tipicamente dopo aver consumato un paio di bevande alcoliche nelle 24 ore precedenti.
In altre parole, non si tratta di tracce irrilevanti. Le concentrazioni rilevate negli scimpanzé superano soglie che, in ambito clinico e forense umano, sono considerate significative.
Frutta fermentata e una dieta a base "alcolica"

Durante il periodo di osservazione, gli scimpanzé mangiano quasi esclusivamente di un frutto conosciuto in inglese come "white star apple", prodotto dall'albero Gambeya albida, che quando matura e inizia a fermentare può contenere quantità non trascurabili di etanolo. La fermentazione è un processo del tutto naturale e avviene quando lieviti e altri microrganismi trasformano gli zuccheri della polpa in alcol.
Studi precedenti condotti sulla stessa comunità di scimpanzé di Ngogo, avevano già dimostrato che questi primati vanno matti per la frutta fermentata e che assumono ogni giorno una quantità di etanolo equivalente a una birra. Non sono gli unici a farlo, anche quelli che vivono in Guinea-Bissau consumano regolarmente frutta fermentata e lo fanno, per di più in compagnia, condividendo la frutta, quasi come se fosse un "aperitivo" tra amici.
Il consumo di alcol, proprio come accade per noi umani, potrebbe quindi avere anche un ruolo sociale nel rinforzare o stabilire legami e alleanze e se questo accade in modo sistematico e diffuso – come sostengono i risultati di questo nuovo studio – significa che è parte integrante della dieta. Gli scimpanzé assumo alcol regolarmente, non in maniera occasionale o come effetto collaterale raro legato al consumo di frutta.
L'ipotesi della scimmia ubriaca e gli effetti dell'alcol sui primati

Questi dati rafforzano quella che gli scienziati chiamano "ipotesi della scimmia ubriaca" (drunken monkey hypothesis). Secondo questa teoria proposta per la prima volta anni fa da Robert Dudley, coautore dello studio, i primati frugivori – cioè che si nutrono principalmente di frutta – avrebbero sviluppato nel corso dell'evoluzione una certa tolleranza all'alcol proprio perché esposti regolarmente all'etanolo prodotto dalla fermentazione naturale.
L'idea va oltre la semplice curiosità etologica. Alcuni ricercatori ipotizzano che la nostra stessa attrazione per vino, birra e altre bevande alcoliche possa avere radici biologiche ed evoluzionistiche profonde, ereditata proprio dai nostri antenati primati che cercavano frutti maturi e fermentati, più energetici e calorici.
Lo studio fornisce quella che gli autori definiscono una prova fisiologica diffusa del consumo di alcol negli scimpanzé in natura. Non si tratta più solo osservazioni di consumo di frutta fermentata, ma di misurazioni reali di tracce di etanolo nel corpo delle scimmie.

Resta però la domanda che probabilmente incuriosisce più di tutte: possiamo dire che si ubriacano "come noi"? Il termine ubriachezza, in senso stretto, implica alterazioni del comportamento evidenti, della coordinazione e delle funzioni cognitive. Lo studio dimostra che l'alcol entra nel loro organismo in quantità paragonabili a quelle che, negli esseri umani, producono effetti percepibili.
Capire però quanto e come tutto questo influenzi davvero il loro comportamento richiederà altri studi. Forse ancora non possiamo dire con certezza che gli scimpanzé si "ubriacano" davvero come facciamo noi, ma una cosa è ormai chiara: nella foresta tropicale africana l'alcol non è un'eccezione. È parte dell'ecosistema. E gli scimpanzé, nostri parenti più stretti, ne fanno esperienza molto più spesso di quanto avessimo immaginato in passato.