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14 Gennaio 2026
13:43

La morte di due cani liberi in Puglia a colpi di fucile: l’importanza violata della figura del cane di quartiere

Billy e Bianca erano due cani di quartiere della zona di Castellaneta, in provincia di Taranto. Entrambi sono stati uccisi raggiunti da colpi di fucile da caccia a pochi giorni l'uno dall'altro. Chi sono i "cani collettivi" e quanto è importante ma ancora carente la loro tutela in Italia.

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Un cane libero in strada (foto d’archivio)

Erano microchippati, sterilizzati e iscritti all'anagrafe canina. Erano noti in tutta la zona dove vivevano a pieno titolo come "cittadini" e non avevano mai dato problemi. La loro vita era quella dei cosiddetti "cani di quartiere", ovvero animali integrati, secondo legge, nella popolazione umana in un'area di una città la cui responsabilità attiene al Primo Cittadino e seguiti da tutor identificati tra la cittadinanza. La loro vita è finita nel modo peggiore, proprio nel luogo che per loro rappresentava la loro casa: Billy e Bianca sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco a distanza di poco tempo l'uno dall'altra e ancora non si sa chi è stato a sparare.

L'uccisione di Billy e Bianca con colpi di proiettili sparati con un fucile da caccia

Il sei gennaio scorso, il primo ad essere trucidato in strada è stato Billy, un cane da pastore raggiunto dai colpi di proiettile di un fucile da caccia. Era sulla strada provinciale 90, quella che attraversa Castellaneta, il paese nel quale tutti lo conoscevano e in cui viveva. Il suo muso era completamente devastato dalle ferite quando è stato soccorso e portato in una clinica veterinaria dove però non c'è stato nulla da fare per salvargli la vita. A distanza di pochi giorni, anche Bianca è morta nello stesso modo. La pastora simil Abruzzese Maremmano è stata ritrovata già morta, sempre a causa dei proiettili di un fucile, a poca distanza da dove era stato recuperato Billy agonizzante.

Fin qui la cronaca, a cui c'è da aggiungere che le associazioni animaliste LNDC, LAV e OIPA hanno presentato denuncia contro ignoti e chiesto ai cittadini di testimoniare qualora abbiano visto o sappiano qualcosa. Come spesso accade in questi casi, sui media è apparsa anche la notizia che sia stata messa una "taglia", ovvero la corresponsione di denaro nei confronti di chi ha informazioni al riguardo per rintracciare il colpevole ma si tratta delle solite boutade messe in giro da chi cerca visibilità, approfittando di episodi cruenti contro gli animali.

Perché i cani liberi sono da tutelare e chi sono i "cani di quartiere"

Il caso dei due cani di quartiere pugliesi assassinati in modo orribile mette in evidenza la configurazione del reato di uccisione di animali, perseguibile penalmente ex articolo 544-bis del Codice Penale e oggi inasprito nelle pene dalla nuova legge sul maltrattamento degli animali (82/2025) in vigore dal 1° luglio 2025. Ma la morte di Billy e Bianca, lì dove è impossibile trovarne un senso, può almeno essere utile per raccontare proprio dell'esistenza di questi cani di quartiere che sono una vera e propria istituzione nelle regioni soprattutto del sud Italia e che rappresentano il riconoscimento che tutela i cani genericamente indicati come "randagi" ma che invece una volta riconosciuti come "di quartiere" contribuisce a valorizzare la figura del cane libero in quanto tale, ovvero un animale che da sempre condivide con gli esseri umani il luogo in cui è nato e cresciuto.

Il cane di quartiere, in fondo, fino agli anni 90 non esisteva perché era normale in tutta Italia che ci fossero cani senza riferimento umano fisso in giro per le strade e non solo dei piccoli paesi, ma anche delle città. Bisogna fare un viaggio nel tempo per capire come sono cambiate le cose che va di pari passo all'espansione urbanistica dei centri abitati. Se si parla con chi è nato prima della Legge quadro sul randagismo che ancora oggi è in vigore in Italia (281/91) da Milano e fino a Palermo si potranno raccogliere gli stessi ricordi: erano davvero tanti i cani che giravano liberi per le strade del Belpaese. Poi con l'urbanizzazione sempre più incisiva e l'aumento della popolazione umana, prima del '91, i cani sono stati accalappiati in modo massiccio e all'epoca non c'era per loro alcuna speranza: venivano uccisi una volta prelevati dalle strade. La legge 281 cambia questa modalità e crea quelli che sono i canili, ma con una chiara indicazione su ciò che sarebbero dovuti essere: luoghi di passaggio finalizzati alla ricerca di adozione e, anche, viene scritto nero su bianco che non si può più praticare l'eutanasia agli animali catturati fondamentalmente solo per "ripulire" le città italiane. Di tempo ne è passato tanto da quando i cani sono spariti dalle strade soprattutto del nord Italia, mentre al Sud ancora oggi nelle periferie e nei piccoli centri ancora ci sono quelli che genericamente vengono definiti "randagi" la cui gestione è sempre poco accurata, a tal punto che anche lì dove come in Puglia vige una legge regionale che ha istituito la figura del cane di quartiere casi come quelli della uccisione di Bianca e Billy non sono purtroppo così rari.

Prima di fare altre esempi, concentriamoci però proprio sul capire chi è il cane di quartiere e come viene regolata questa figura, prendendo come esempio proprio quanto stabilito dalla Regione Puglia, sebbene vi siano altri enti come la Campania che hanno questa stessa regolamentazione rivolta alla tutela dei cani liberi. La Puglia ha introdotto addirittura dal 1995, con appunto una legge regionale (12/95), la figura del cane di quartiere chiamato anche "cane collettivo". Si tratta di un animale, come lo erano i due pastori uccisi a Castellaneta, che vive libero in una determinata area in cui è seguito e accudito da un gruppo di cittadini e ha un tutor di riferimento a cui viene intestato con la registrazione all'anagrafe canina. Il "cane collettivo", dopo essere stato vaccinato e sterilizzato, viene reimmesso nel territorio di appartenenza. A parte le leggi regionali ci sono poi anche Comuni che riconoscono questa figura e, rimanendo sempre sul caso dei due cani pugliesi, il Comune di Taranto prevede il cane di quartiere nel suo regolamento sul benessere degli animali. Nell'articolo 7, infatti, c'è il rimando alla legge regionale: "La città di Taranto riconosce il/i Cane/i collettivo/i (come da art.7 LR 12/95). Sono cani collettivi quelli che vivono permanentemente per strada, in un giardino, in un caseggiato, in un quartiere o rione. Essi saranno curati assistiti, nutriti da una o più persone che provvederanno al loro benessere. Saranno sterilizzati a spese del Comune che, per eventuali danni, se ne assume la responsabilità, come da L.R. n.26/2006".

Su Kodami abbiamo seguito e raccontato diverse storie di cani di quartiere. Alcune virtuose, altre che si sono invece dimostrate essere simili a quella che oggi sta coinvolgendo la comunità di Castellaneta. Recentemente abbiamo reso noto che il Comune di Roma ha approvato una mozione per istituire cani di quartiere nella Capitale. Ma storie di interi paesi che hanno reso onore ai loro cittadini cani ce ne sono davvero tante in Italia, come quella di Tobia, cane di quartiere morto a Capurso nel 2022, un Comune dell'Area Metropolitana di Bari, dove l'animale si era guadagnato l'affetto e il rispetto di un intero paese, tanto da finire sulle cronache locali quando appunto era stato compianto da tutta la comunità locale. A Macchitella di Gela, per fare un altro esempio, è stata fatta una statua per il cane di quartiere Biagio, presenza fissa e amatissima dai cittadini tanto che il Sindaco ci aveva così raccontato l'iniziativa: "Vogliamo ricordare la sua storia e quella dei cani come lui", spiegando l'opera realizzata dallo scultore Leonardo Cumbo su impulso dell'associazione Vita Randagia.

Di casi invece di violenza come quella che ha portato alla morte dei due cani pugliesi all'inizio del 2026 ce ne sono tanti, anche, ma quello che più ha colpito l'opinione pubblica italiana risale a dieci anni fa ed è l'orribile fine del cane chiamato Angelo. La vicenda risale al 24 giugno 2016 quando quattro ragazzi, dopo aver catturato un cane libero a Sangineto, nel Cosentino, lo avevano torturato senza alcun motivo, colpendolo ripetutamente, impiccandolo a un albero e poi uccidendolo a colpi di badile e bastoni,  pubblicando tutto sui social. La giustizia in quel caso riuscì a identificare e punire i colpevoli, con la massima pena prevista all'epoca ovvero un anno e quattro mesi di reclusione a testa che però non scontarono, essendo tutti incensurati, e che fu convertita nell'obbligo di svolgere lavori socialmente utili per sei mesi presso canili o associazioni di tutela animale.

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