
Per oltre vent'anni erano rimasti uniti, formando una delle comunità di scimpanzé più grandi mai studiate. Poi qualcosa è cambiato: tensioni interne, alleanze che si incrinano, equilibri sociali che saltano. E così, tra le foreste del Parco Nazionale di Kibale, in Uganda, un gruppo di scimpanzé si è diviso in due fazioni, dando origine a una lunga fase di violenza tra ex compagni.
Lo racconta un nuovo studio pubblicato recentemente sulla prestigiosa rivista Science, risultato di quasi trent'anni di osservazioni sul campo della comunità di Ngogo, una delle più note e studiate al mondo, protagonista tra le altre cose della serie documentario Netflix Chimp Empire, in italiano L'impero degli scimpanzé.
Quando la comunità ha iniziato a vacillare

Gli scimpanzé (Pan troglodytes) vivono in società molto complesse e articolate, caratterizzate da una struttura chiamata fission-fusion, fissione-fusione. Significa che all'interno di una grande comunità gli individui si separano e si riuniscono continuamente in sottogruppi temporanei più piccoli, delle cerchie ristrette chiamate "cluster", mantenendo però legami sociali stabili all'interno del gruppo. È un po' come una grossa comunità umana formata da un insieme di diversi gruppi o famiglie più piccoli.
Per molti anni questo sistema ha funzionato anche a Ngogo, tenendo coese l'intera comunità. I vari sottogruppi coesistevano serenamente, continuavano ad avere relazioni stabili con gli altri individui, e la vita dell'intero gruppo procedeva senza troppi intoppi. Poi, improvvisamente, intorno al 2015 qualcosa a iniziato a incrinarsi.
La scissione definitiva: ex alleati diventano nemici

I ricercatori hanno cominciato a notare una crescente polarizzazione tra due sottogruppi principali, chiamati "Occidentale" e "Centrale". I membri iniziavano a evitarsi sempre più spesso, un segnale importante in una specie altamente sociale come lo scimpanzé. Questo cambiamento improvviso è avvenuto insieme a uno stravolgimento nella gerarchia dei maschi dominanti e dopo la morte di alcuni individui che probabilmente fungevano da "collante" tra i diversi sottogruppi, mantenendo stabili le alleanze.
Nel 2018 la rottura è poi diventata definitiva: i due gruppi si sono separati fisicamente, occupando territori distinti. Da quel momento, la situazione è degenerata rapidamente. Il gruppo occidentale ha iniziato a compiere attacchi sistematici contro quello centrale.
Tra il 2018 e il 2024 sono stati documentati o fortemente ipotizzati numerosi episodi di violenza: almeno sette attacchi deliberati verso maschi adulti e ben diciassette contro cuccioli. Episodi del genere sono abbastanza frequenti negli scimpanzé, tuttavia sono di solito rivolti verso scimpanzé estranei appartenenti a comunità rivali. In questo caso, invece, le vittime erano individui con cui gli aggressori avevano condiviso serenamente anni di vita insieme, sedendosi fianco a fianco, abbracciandosi e costruendo legami duraturi.
In altri termini, le nuove dinamiche di gruppo hanno finito per prevalere sulle relazioni sociali costruite nel tempo.
Un evento rarissimo

Nelle scimmie antropomorfe come scimpanzé, bonobo e gorilla, la divisione permanente di un gruppo sociale stabile è un evento rarissimo. Analisi genetiche utilizzate per ricostruire i rapporti di parentela tra le diverse comunità, suggeriscono che possa avvenire, in media, una volta ogni 500 anni. Jane Goodall, recentemente scomparsa, fu la prima a svelare al mondo il lato più violento dei nostri cugini primati, raccontando quella che è passata alla storia come "la guerra del Gombe".
In quel caso, c'è stato uno scontro molto violento che ha visto contrapporsi, dal 1974 al 1978 (per questo è nota anche come "la guerra dei quattro anni"), due comunità confinanti. L'episodio descritto e studiato da Goodall all'interno del Parco Nazionale del Gombe, in Tanzania, ha però innescato anche numerose controversie, poiché le scimmie venivano nutrite dai ricercatori, una condizione che può alterare il comportamento dei primati.
A Ngogo, invece, gli scimpanzé non sono mai stati nutriti artificialmente, e le osservazioni si basano su dati raccolti in modo continuo e sistematico per decenni.
Cosa ci dice sugli esseri umani

Quelli di Ngongo sono scimpanzé già piuttosto noti per essere particolarmente brutali. Proprio di recente, alcuni degli stessi autori di questo studio avevano infatti descritto in un'altra ricerca come utilizzino proprio la "guerra" e la violenza per espandere il proprio territorio, arrivando a uccidere deliberatamente per ottenere più cibo, risorse e successo riproduttivo. In questo nuovo caso, però, gli scienziati invitano alla cautela: parlare di "guerra civile" è una semplificazione, che però offre spunti interessanti anche per comprendere i conflitti umani.
Negli esseri umani, guerre e violenze collettive vengono spesso spiegate attraverso le differenze culturali come etnia, religione o ideologia. Ma gli scimpanzé non hanno nulla di tutto questo: niente linguaggio simbolico, niente identità culturali complesse. Eppure, sono comunque in grado di sviluppare polarizzazione e violenza tra gruppi.
Tutto questo suggerisce che alla base dei conflitti potrebbero esserci dinamiche sociali molto più profonde e universali, legate alle relazioni, alle alleanze e alla competizione, piuttosto che esclusivamente a fattori culturali, che in ogni caso comunque presenti anche negli scimpanzé. Se così fosse, secondo gli autori il messaggio finale non è solo inquietante, ma anche in parte incoraggiante.
Se i conflitti nascono anche da dinamiche relazionali, allora possono essere influenzati – e forse risolti – attraverso le stesse, come cooperazione, riconciliazione e costruzione di legami. In fondo, come al solito, osservare gli scimpanzé non serve solo a capire meglio loro. Serve quasi sempre anche a capire qualcosa in più anche su di noi.