
Si chiamava Pinguinus impennis ed è stata, per secoli, uno degli uccelli marini più numerosi dell'Atlantico settentrionale. L'alca impenne, questo invece il suo nome comune, assomigliava moltissimo ai pinguini che oggi vivono nell'emisfero sud: postura eretta, corpo massiccio, dorso nero, ventre bianco, ali corte trasformate in pinne. Non volava e si muoveva goffamente a terra, ma in acqua era un'ottima nuotatrice.
Tuttavia, non era un vero pinguino, né un loro antenato. I pinguini "veri" appartengono a un gruppo di uccelli distinto, gli sfenisciformi, e vivono esclusivamente (o quasi) nell'emisfero australe. L'alca impenne, invece, abitava il Nord Atlantico ed era imparentata con le attuali gazze marine e le altre alche. La somiglianza tra questi uccelli è un classico esempio di evoluzione convergente: specie non strettamente imparentate che sviluppano forme e adattamenti simili perché vivono in ambienti con pressioni selettive simili.
Curiosamente, il termine "pinguino" deriva però proprio dal nome scientifico dell'alca impenne. Quando infatti i primi marinai europei del XVIII secolo incontrarono gli uccelli neri e bianchi delle terre australi, li chiamarono "pinguini" perché somigliavano all'alca che già conoscevano. La specie si è però estinta a metà Ottocento e l'ultimo avvistamento certo risale al 3 giugno 1844, sull'isola islandese di Eldey, dove l'ultima coppia venne uccisa mentre covava un uovo. Con loro si è chiusa definitivamente la storia del primo "pinguino", l'unico del Polo Nord.
Chi era l'alca impenne e dove viveva

L'alca impenne era un grande uccello marino, alto circa 75-85 centimetri e pesante fino a 5 chili. Le sue ali, lunghe appena 15 centimetri, erano troppo corte per il volo, ma perfette per "volare" sott'acqua. La sua dieta era composta principalmente di pesci, che inseguiva in immersione grazie al corpo affusolato e le zampe robuste e potenti posizionate all'indietro.
Fino al XIX secolo era comunissima sulle isole rocciose e disabitate del Nord Atlantico: Islanda, Groenlandia, Terranova, Scozia. Come altri uccelli marini, nidificava formando colonie enormi, con migliaia di individui stipati su scogli battuti dal vento e dalle onde. Deponeva un solo uovo all'anno, grande e maculato, direttamente a terra, sulle rocce.
Dal punto di vista evolutivo apparteneva alla famiglia degli alcidi, la stessa delle attuali gazze marine. Non aveva nulla a che fare con i pinguini dell'Antartide, se non nell'aspetto simile. Ma i marinai del Settecento, impegnati nelle esplorazioni delle terre remote del Sud, non erano ornitologi o genetisti: davanti a uccelli neri e bianchi incapaci di volare, li battezzarono "pinguini", confondendoli con l'alca impenne che già avevano conosciuto nei mari del Nord.
Perché l'alca impenne si è estinta

I racconti e i testi del Cinquecento e del Seicento raccontano di colonie talmente dense che i marinai e i cacciatori le utilizzavano come vere e proprie "dispense" viventi. Le alche, tra l'altro, non temevano gli esseri umani, non potevano volare via e si lasciavano avvicinare facilmente: erano prede più che facili.
Venivano comunemente cacciate come fonte di carne fresca durante le lunghe traversate oceaniche, per il loro piumino caldo e persino come "combustibile naturale". In assenza di alberi e legna sulle isole rocciose, gli uccelli – ricchi di grasso – venivano bruciati per accendere fuochi.

Già nel XVI secolo la specie divenne però sempre più rara, tanto da destare preoccupazione già all'epoca. Nel 1553 ottenne una prima forma di protezione ufficiale. Nel 1775 venne emanata una legge che proibiva la caccia e alcuni trasgressori furono frustati pubblicamente. Nel 1794 la Gran Bretagna mise al bando l'uccisione per le piume. Tuttavia la caccia per usare le alche come esca per i pesci o per raccogliere individui per le collezioni museali e private restò permessa.

L'ultima grande colonia di cui abbiamo notizie sopravviveva su Geirfuglasker ("la roccia dell'alca impenne"), un piccolo scoglio vulcanico al largo dell'Islanda. Nel 1830 un'eruzione lo fece sprofondare e gli uccelli si trasferirono sulla vicina Eldey. Quando nel 1835 la colonia venne scoperta, contava però solo circa una cinquantina di individui.
I musei europei, consapevoli del valore di una specie ormai rarissima, iniziarono a richiedere gli ultimi individui da inserire nelle proprie collezioni. Partì così una caccia serrata, ricompensata con somme di denaro molto alte per l'epoca, alle ultime alche. Il 3 giugno 1844 Jón Brandsson e Sigurður Ísleifsson strangolarono l'ultima coppia mai avvistata mentre covava il suo uovo, su richiesta di un mercante di esemplari museali. Ketill Ketilsson, invece, schiacciò l'unico uovo rimasto. Fu l'atto finale.
La "de-estinzione" dell'alca impenne

Oggi l'alca impenne è diventata una delle specie candidate per la cosiddetta "de-estinzione", un insieme di tecniche genetiche e biotecnologiche che puntano a "ricreare" animali ormai estinti utilizzando DNA recuperato da reperti museali e modificando geneticamente specie viventi a loro simili.
Semplificando un po, in pratica si interviene sul genoma – cioè l'insieme completo del DNA – di un parente stretto ancora esistente (per esempio la gazza marina), inserendo alcune sequenze genetiche dell'animale ormai scomparso. Il risultato non sarebbe però una vera alca impenne, ma un organismo geneticamente modificato e per certi versi ibrido, simile per alcune caratteristiche dell'aspetto e per parte del patrimonio genetico.

Un esempio recente, concreto (e fortemente discusso) è quello dei cosiddetti "metalupi" riportati in vita dall'azienda Colossal Biosciences: animali che ricordano (vagamente) l'estinto enocione (Aenocyon dirus). Vennero presentati, con molta enfasi e tanto marketing, come i primi animali estinti riportati in vita (uno in realtà eravamo riusciti a resuscitarlo davvero, ma solo per qualche minuto).
Tuttavia, indagando più a fondo si è scoperto che si trattava di "semplici" lupi grigi con una manciata di modifiche genetiche pensate per renderli, almeno in apparenza, un po' più simili all'enocione. Anche se un giorno venisse annunciata la de-estinzione dell'alca impenne, non sarebbe davvero il "pinguino" del Polo Nord che abbiamo portato all’estinzione. Sarebbe, al massimo, un tentativo un po' goffo e ormai inutile di rimediare a un errore ormai irreversibile e fare pace con la nostra coscienza.