20 Dicembre 2021
12:57

“Cercasi finti utenti per Facebook e Twitter”: così il governo cinese fa propaganda sui social

Stando al The New York Times le autorità locali si muovono online per acquistare pacchetti in abbonamento di utenti finti che possano pubblicare contenuti e video originali.
A cura di Lorenzo Longhitano

I social network sono ormai uno dei luoghi principali nei quali si forma l'opinione pubblica, e in quanto tali sono l'oggetto dell'attenzione e della sorveglianza dei governi di tutto il mondo; la Cina non fa eccezione e anzi è da tempo considerata uno dei Paesi più attivi nel controllare e tentare di guidare le conversazioni online sui temi che la riguardano direttamente o indirettamente. Le ultime prove in merito le ha messe insieme il The New York Times, che ha puntato i riflettori su alcuni documenti governativi nei quali vengono richiesti servizi di fornitura di falsi profili social: destinatarie di queste richieste sono aziende private locali, alle quali viene proposto denaro in cambio della creazione di finti utenti e della pubblicazione di contenuti e video da utilizzare per i propri scopi.

Le richieste social del governo cinese

Stando a quanto riportato dal The New York Times, i documenti sono una sorta di bando pubblicato online dalla polizia di Shanghai e rivolto ad aziende tecnologiche per l'acquisto di pacchetti di utenze da utilizzare per rafforzare per direzionare l'opinione pubblica con commenti e interventi sui social network. Nel documento, datato 21 maggio e ora rimosso, si fa riferimento a tre tipologie di intervento: la registrazione di nuovi utenti sui social più diffusi (300 al mese su ciascuna piattaforma), la manutenzione di profili dalla presenza stabile (3 account al mese su ciascuna piattaforma, con un numero crescente di amici o fan) e la creazione di video originali. Il tutto da utilizzare all'interno delle piattaforme estere e d'oltreoceano.

Non solo bot: cercasi finti influencer

Stando ai documenti emersi, nelle mire dell'apparato non ci sono solo semplici reti di bot, ovvero profili fasulli ma di poco conto e facili da individuare. Creare un profilo falso su Facebook, Twitter e Instagram in effetti richiede uno sforzo relativamente contenuto, ma pubblicare, ricondividere e commentare contenuti con questi profili ha un impatto commisurato alla natura sintetica della loro presenza all'interno del social: un bot generato in automatico che rilancia acriticamente interventi e tweet altrui si riconosce da lontano.

Per questo motivo il governo ha inoltrato anche la richiesta di mettere in piedi profili più sofisticati, che non solo risultino credibili, ma che possano vantare un seguito organico di veri follower e amici in carne e ossa.  Gli account così creati richiedono ovviamente più tempo e attenzioni, ma risultano immensamente più preziosi. Innanzitutto hanno maggiori possibilità di direzionare l'opinione pubblica, poiché le piattaforme riconoscono la rete sociale alle loro spalle e danno più valore ai loro interventi. Inoltre, per gli stessi motivi, possono sfuggire alle operazioni di pulizia che tutte le app ripetono periodicamente per stanare gli account palesemente fasulli.

I pericoli

L'intensificarsi e il sofisticarsi di queste attività può avere ripercussioni concrete nel mondo reale anche al di fuori della Cina. Solo di recente Facebook ha dovuto rimuovere 500 dei suoi utenti che sono stati utilizzati per diffondere una fake news: le dichiarazioni di un inesistente scienziato svizzero che accusava gli Stati Uniti di aver fatto pressioni sull'OMS per accusare la Cina dell'origine del coronavirus. Sempre nelle ultime settimane ProPublica ha puntato i riflettori sulle attività social provenienti dalla Cina e legate alla vicenda della campionessa di tennis Peng Shuai, provenienti da account sospetti che, prima di amplificare i messaggi rassicuranti sulla tennista provenienti dai media di stato, si erano concentrati su altre tematiche care al governo di Pechino.

La richiesta di creazione di video originali all'interno del bando è destinata ad amplificare i timori già espressi dagli esperti in merito alla macchina del consenso digitale cinese, ma non è l'unico elemento di interesse emerso dai documenti ottenuti dal The New York Times; tra il carteggio c'è infatti anche la proposta finale dell'azienda che ha vinto il bando, che ha offerto alle autorità i suoi servizi dietro il pagamento di una quota mensile, esattamente come un semplice servizio in abbonamento.

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