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15 Gennaio 2026
15:58

Uno studio esplora il ruolo sociale dell’omosessualità nei primati: riduce i conflitti e favorisce la cooperazione

Nei primati i comportamenti omosessuali sono molto comuni e diffusi in tantissime specie, dove svolgono una funzione sociale importante: rafforzano i legami, riducono i conflitti e aiutano i gruppi a sopravvivere in ambienti difficili.

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Nei bonobo, i comportamenti sessuali tra individui delle stesso sesso sono frequenti, diffusi e hanno un ruolo importante nel ridurre i conflitti e mantenere coeso il gruppo

Quando pensiamo al sesso negli altri animali, spesso tendiamo a immaginarlo come qualcosa di strettamente legato alla riproduzione. La scienza e l'etologia, ovvero lo studio del comportamento animale, raccontano però una storia decisamente diversa e molto più complessa.

Un nuovo studio pubblicato sulla rivista Nature Ecology & Evolution mostra infatti che i comportamenti sessuali tra individui dello stesso sesso non solo sono molto diffusi in tantissime specie di primati non umani, ma anche che svolgono un ruolo importante e "vantaggioso" nel mantenere coese le società, soprattutto in contesti difficili. I ricercatori hanno analizzato decenni di studi e osservazioni, scoprendo che i comportamenti omosessuali sono stati documentati in almeno 59 specie diverse di primati.

Tra queste ci sono scimpanzé, bertucce, gorilla e tanti altri e una diffusione così ampia suggerisce due possibilità: o questo comportamento ha un'origine evolutiva molto antica, risalente a un antenato comune di praticamente tutti primati, oppure si è evoluto più volte e in modo indipendente, perché vantaggioso.

L'omosessualità tra primati è un comportamento sociale diffuso, non un'eccezione

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I comportamenti tra individui dello stesso sesso, da un punto di vista ecologico, sono più frequenti nelle specie che vivono in ambienti difficili, come le bertucce

L'omosessualità negli animali è stata a lungo (e a torto) considerata una sorta di paradosso darwiniano. Due individui dello stesso sesso non possono riprodursi, naturalmente, quindi come è possibile che questo comportamento venga selezionato e tramandato alle generazioni successive secondo la teoria dell'evoluzione? Negli ultimi anni, tuttavia, diversi studi avevano già ipotizzato che questi comportamenti potessero servire a ridurre la tensione, a rafforzare i legami sociali tra i vari individui di un gruppo e che possono essere ereditati.

Questo nuovo lavoro, però, fa un passo in più: invece di concentrarsi su una singola specie, mette a confronto molte specie diverse di primati per capire in quali condizioni sociali ed ecologiche questo comportamento è più probabile.

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Nel complesso, sono almeno 59 le specie in cui sono stati documentati comportamenti omosessuali, dai lemuri alle grandi scimmie antropomorfe

I risultati mostrano che i comportamenti sessuali tra individui dello stesso sesso sono più frequenti nelle specie che vivono in ambienti difficili, come quelli aridi, dove le risorse alimentari scarseggiano e il rischio di essere predati è più alto, per esempio nel caso delle bertucce in Nord Africa. In questi contesti difficili, mantenere gruppi sociali coesi e cooperativi – anche attraverso comportamenti omosessuali – può quindi fare la differenza tra sopravvivere o soccombere.

Da questo punto di vista, quindi, siamo di fronte a un comportamento di tipo affiliativo, ovvero che rafforza le relazioni sociali, aumenta la fiducia reciproca, riduce l'aggressività e aiuta il gruppo a restare unito di fronte alle difficoltà ambientali. Ma, naturalmente, c'è tanto altro.

Ambiente, sesso e società sono collegati

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Un altro elemento ricorrente è la presenza di una spiccato dimorfismo sessuale e una struttura sociale complessa, fatta di gerarchie, ruoli ben definiti, alleanze e lotte di potere

Lo studio ha messo in luce anche doversi altri fattori associati ai comportamenti omosessuali. Sono più comuni, per esempio, nelle specie che vivono più a lungo e in quelle in cui maschi e femmine hanno dimensioni molto diverse tra loro, come nei gorilla. Questa differenza, chiamata "dimorfismo sessuale", è spesso legata a società più complesse, numerose e competitive, dove le tensioni interne al gruppo possono essere frequenti e anche molto accesse.

Proprio per questo, i comportamenti omosessuali sono più frequenti in quelle scimmie che vivono all'interno di sistemi sociali complessi, caratterizzati da gerarchie, ruoli ben definiti, alleanze e lotte di potere, come per esempio accade con scimpanzé e bonobo, i nostri più stretti parenti primati. In questi casi, il sesso può diventare uno strumento prezioso per negoziare relazioni, abbassare i conflitti e consolidare amicizie e alleanze.

I comportamenti sessuali tra individui dello stesso sesso sono quindi diffusi, frequenti e hanno una forte componente sociale nei primati non umani: sono presenti sia nei maschi che nelle femmine e hanno una certa componente genetica ereditaria. Il fatto che due individui del medesimo sesso stiano "insieme", non significa infatti che non possano riprodursi accoppiandosi anche con il sesso opposto, come avevano infatti dimostrato anche altri studi, per esempio uno condotto sui macachi: in oltre il 6% dei casi viene ereditato dai genitori.

E negli esseri umani?

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Nei primati, il sesso non serve evidentemente solo a riprodursi, ma anche a comunicare, creare legami e tenere insieme società complesse in un mondo spesso ostile e in costante cambiamento

Non tutto è però scritto nei geni e anche se esiste una componente ereditaria di questi comportamenti, anche l'ambiente gioca un ruolo importante, spesso sottovalutato. Gli autori invitano però alla cautela quando si cercano parallelismi diretti con la nostra specie. L'orientamento sessuale, l'identità di genere e le preferenze umane sono il risultato di una combinazione complessa di fattori biologici, sociali, culturali e individuali, e non possono essere spiegati semplicemente osservando gli altri animali.

Detto questo, anche la nostra e le altre specie umane estinte hanno sicuramente affrontato pressioni ambientali e sociali simili a quelle dei nostri "cugini" viventi di oggi. È quindi plausibile che comportamenti analoghi abbiano avuto un ruolo anche nella nostra storia evolutiva, almeno in parte. Questo studio dimostra che i comportamenti omosessuali sono infatti una parte comune e importante della socialità dei primati, di cui anche gli esseri umani fanno naturalmente parte.

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I risultati di questo studio ci aiutano non tanto a trovare risposte su noi stessi, quanto a guardare con meno pregiudizi la ricchezza dei comportamenti animali e la diversità della natura

Fare confronti diretti con la nostra specie e trarre conclusioni definitive, rischia però di semplificare eccessivamente una realtà estremamente più complessa. Del resto, l'omosessualità è stata osservata in oltre 1.500 specie diverse, non solo tra i primati, per cui le motivazioni biologiche, sociali ed evoluzionistiche sono sicuramente tante, molteplici e molto diverse a seconda delle specie e dei vari gruppi.

Ciò che emerge con chiarezza, però, è che la natura non segue schemi rigidi o categorie predefinite. Nei primati, il sesso non serve evidentemente solo a riprodursi, ma anche a comunicare, creare legami e tenere insieme società complesse in un mondo spesso ostile e in costante cambiamento. Comprendere questa diversità può quindi aiutarci non tanto a trovare risposte certe su noi stessi, quanto a guardare con meno pregiudizi la ricchezza dei comportamenti animali e, forse, anche di quelli umani.

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