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4 Febbraio 2026
12:57

Si separano e il giudice nega l’affidamento condiviso del cane, l’avvocato: “Manca una legge specifica”

Dopo una separazione giudiziale, un uomo si è visto negare dal Tribunale l’affidamento condiviso del cane, che resta di proprietà dell'ex coniuge. Per il Codice civile questo è ancora una "cosa". Eppure, in passato i giudici hanno preso decisione differenti. Secondo l'avvocato Cappai, esperto in diritto degli animali, manca ancora una legge specifica.

Intervista a Salvatore Cappai
Avvocato civilista esperto in diritto degli animali
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Immagine di repertorio

Sta facendo molto discutere il caso di Lola, una meticcia di 9 anni finita al centro di una causa civile dopo la separazione dei suoi umani. La vicenda arriva da Vigevano, in Lombardia, e riguarda una separazione giudiziale: il tribunale ha negato al marito l'affidamento condiviso del cane, stabilendo che Lola resti con la moglie, unica intestataria del microchip. La motivazione è tutta giuridica: per il Codice civile, gli animali sono ancora qualificati come beni mobili, cioè "cose", e come tali appartengono a un proprietario ben definito.

Cosa succede al cane quando una coppia si separa: la decisione del Tribunale di Pavia

La richiesta di affidamento congiunto era nata dal fatto che, dopo la separazione di fatto avvenuta negli anni scorsi, l'uomo non avrebbe più potuto vedere Lola. Ma, al di là del singolo caso, la decisione dei giudici di Pavia segue una prassi tutt'altro che isolata nel panorama giuridico italiano.

Quando una coppia si separa in modo consensuale, infatti, può decidere liberamente anche il destino degli animali di famiglia, inserendo l'accordo nel verbale di separazione oppure in un atto separato. In questi casi il giudice si limita a omologare, cioè a rendere ufficiale, quanto stabilito dalle parti. Le difficoltà emergono invece nelle separazioni giudiziali, quando manca un accordo: qui il giudice deve fare riferimento alle norme vigenti e il Codice civile continua ancora a considerare cani, gatti e altri animali come beni.

Un’impostazione che però convive con norme che sostengono tutt'altro. Esistono infatti reati specifici come l'abbandono o il maltrattamento e l'obbligo di soccorso in caso di incidente stradale, che non si applicano certo agli oggetti e alle "cose". Inoltre, negli ultimi anni alcuni tribunali hanno riconosciuto affidamenti condivisi o diritti di visita, in particolare quando erano coinvolti bambini, ritenendo prioritario tutelare il legame affettivo tra minori e animali domestici.

Il quadro normativo carente. L'avvocato: "Cani ancora delle mere proprietà"

"Non esiste una legge specifica che regoli l'affidamento dei cani in caso di separazione o divorzio", spiega infatti a Kodami Salvatore Cappai, avvocato civilista esperto in diritto degli animali. "In questo vuoto normativo si inseriscono le sentenze dei giudici, che sono molto diverse tra loro. Alcune utilizzano criteri simili a quelli previsti per l'affidamento dei figli minori, stabilendo turni o diritti di visita. Altre, come probabilmente in questo caso, restano ancorate alla mera proprietà".

Secondo Cappai, il nodo sta proprio qui: "Il cane oggi è riconosciuto anche dalla giurisprudenza come essere senziente. Non dovrebbe contare solo l'intestazione del microchip, ma il legame affettivo con le persone e il suo bene. Si potrebbe prevedere un affidamento prevalente con possibilità di visita o persino turni. Ma ci sono giudici che restano fermi su posizioni più tradizionali".

Il quadro normativo, intanto, sta lentamente cambiando. L'articolo 9 della Costituzione prevede ora che la legge disciplini la tutela degli animali e la recente Legge Brambilla ha inasprito le pene per maltrattamento e uccisione, riconoscendo esplicitamente gli animali come esseri senzienti. "Manca però una disciplina civilistica chiara", conclude Cappai. "Finché non ci sarà una legge specifica, le decisioni continueranno a variare da tribunale a tribunale".

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