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Sempre più cani di famiglia, negli ultimi anni, sono sottoposti a terapie farmacologiche a base di farmaci come la fluoxetina o le benzodiazepine. Si tratta di prodotti antidepressivi o ansiolitici, molto usati dalla nostra specie per patologie legate alla sfera emotiva e psicologica.
Cosa sta succedendo ai nostri cani? Possibile che la convivenza con homo sapiens, che va avanti da migliaia di anni, abbia sviluppato anche nel "migliore amico dell'uomo" dei disagi psichici simili ai nostri? L'argomento è molto delicato, va visto da diversi punti di vista e, soprattutto, considerando il cane domestico nelle società occidentali: un compagno di vita sottoposto a ritmi e routine che spesso non sono a sua misura ma che vengono determinati da nostre esigenze e comportamenti. E, cosa molto importante, c'è da andare a fondo nella relazione, considerando che si parla di vera e propria "osmosi emozionale" tra cane e uomo, ovvero un contagio emotivo che influenza lo stato d'animo dell'animale (e anche il nostro, a dirla tutta) e che dipende tutto dal tipo di legame che si crea.
Vivere con un cane non significa solo fargli espletare i suoi bisogni basici come la passeggiatina sotto casa per fare cacca e pipì o fornirgli una corretta alimentazione ma va fatto nella consapevolezza di sapere che Fido è un animale dalle capacità cognitive e dalle emozioni complesse che devono essere appagate.
Uno studio americano ha esaminato le cartelle cliniche di migliaia di pazienti canini tratte da una rete nazionale di ospedali veterinari di assistenza primaria per ben 10 anni. Le informazioni recuperate includevano la prescrizione di clomipramina, fluoxetina o trazodone, le descrizioni fornite dai proprietari relativamente ai comportamenti reputati in qualche modo patologici e le diagnosi dei veterinari rispetto ai problemi comportamentali comuni lamentati e identificati come aggressività, ansia da separazione o ansia generale e paura. I ricercatori sono arrivati alla conclusione che nell'arco di tempo analizzato c’è stato un aumento del 10% dei problemi comportamentali riscontrati e anche un notevole aumento da parte dei veterinari nel prescrivere farmaci antidepressivi.
Abbiamo chiesto al medico veterinario esperto in comportamento Luigi Sacchettino di aiutarci a comprendere questa situazione e quanto anche in Italia il fenomeno sia diffuso.
Ai cani vengono sempre più spesso somministrati psicofarmaci per problemi comportamentali, ma ne hanno davvero bisogno?
La somministrazione di farmaci ansiolitici ai cani per problemi comportamentali è una possibile strategia terapeutica, ma la domanda fondamentale è se questi farmaci siano sempre necessari. La risposta è che non tutti i cani con problemi comportamentali necessitano di ansiolitici – come le benzodiazepine – ma quando ne hanno bisogno dovrebbero essere parte di un approccio terapeutico multimodale, non la soluzione unica. Permettono di agire sui sintomi, creando una "finestra terapeutica" che facilita l'intervento di riabilitazione comportamentale con l’istruttore cinofilo.
Ci spiega quali sono i casi più frequenti per cui le persone si rivolgono a un veterinario esperto in comportamento?
La gamma di problemi per cui i caregivers si rivolgono a un veterinario esperto in comportamento è piuttosto ampia; spesso, è un comportamento che compromette la convivenza, la sicurezza o il benessere dell'animale stesso o delle persone e altri animali con cui interagisce. Ad esempio, comportamenti di aggressività, fobia, ansia, problemi correlati alla separazione, iperattività, comportamenti distruttivi o comportamenti compulsivi. Rispetto agli ansiolitici, le benzodiazepine possono essere prese in considerazione per il trattamento di qualsiasi condizione che possa avere una componente sottostante di paura o ansia, inclusi disturbi correlati alla separazione, fobia al rumore, fobie specifiche, e marcature urinarie. Potenziano gli effetti del GABA, che è un neurotrasmettitore inibitore che agisce per ridurre gli effetti del glutammato, il neurotrasmettitore eccitatorio.
E quanti di questi casi poi dipendono davvero da uno stato patologico del cane?
Nella mia esperienza da medico veterinario esperto in comportamento animale, una percentuale (orientativamente circa il 10-20%) dei problemi comportamentali che arrivano alla clinica comportamentale ha una componente o una causa medica sottostante, come ad esempio patologie endocrine, gastroenteriche, neurologiche o dolore.
È per questo che la visita comportamentale inizia sempre con un'anamnesi medica dettagliata e, spesso, con la raccomandazione di esami clinici approfonditi. In questi casi, la risoluzione o il controllo della patologia medica sottostante sono passaggi fondamentali e spesso sufficienti per risolvere o migliorare significativamente il problema comportamentale.
La maggior parte dei casi rimanenti (circa l'80-90%) è attribuibile a una combinazione di fattori genetici, età, diete inappropriate, ambienti di crescita disfunzionali, esperienze di apprendimento, bisogni non soddisfatti e gestione ambientale, tutti elementi che impattano sulla personalità del soggetto e sulla genesi della patologia comportamentale.
È essenziale che i caregivers, e persino alcuni colleghi non specialisti, comprendano un concetto fondamentale: quando un comportamento problematico si è strutturato in una condizione patologica, il cane non sta scegliendo di essere "cattivo", "disobbediente" o "vendicativo". Al contrario, è un individuo che sta soffrendo e la cui capacità di controllare le proprie reazioni è seriamente compromessa dalla sua condizione cognitiva ed emotiva. Infatti le patologie comportamentali possono rendere gli schemi comportamentali del cane o del gatto estremamente rigidi e reattivi.
Quando è davvero utile il trattamento farmacologico?
Nei casi in cui ci sia una patologia comportamentale diagnosticata dal medico veterinario esperto in comportamento animale, il trattamento farmacologico è un valido alleato, così come quello a base di fitoterapici, nutraceutici, terapia nutrizionale. L’ esperto in comportamento animale non ricorre sempre e solo alla terapia farmacologica, ma sono diverse le terapia che può decidere di mettere in campo. Dipende, infatti, dalla diagnosi, dalla prognosi, dalle risorse del paziente e del suo caregiver.
Da un punto di vista clinico, ci sono diverse situazioni in cui la terapia farmacologica potrebbe essere indicata per le condizioni comportamentali: quando il benessere e la qualità della vita dell'animale domestico sono compromessi dalla situazione o dal disturbo psichiatrico; la presenza di fattori associati a un esito negativo; per ridurre la paura, l'ansia, lo stress e l'eccitazione e facilitare il trattamento comportamentale; quando i farmaci sono necessari come modalità primaria di trattamento e quando è presente una patologia sottostante.
Uno dei modi più efficaci per prescrivere un farmaco di questo tipo è quello di prendere in considerazione gli stati motivazionali sottostanti, le funzioni, le emozioni (ad esempio paura, ansia, stress, conflitto, panico e impulsività), la neurochimica e i segni clinici evidenti (ad esempio reattività, abbaiare, tirare, nascondersi, ansimare, camminare a passo d'uomo). Questo è uno dei motivi per cui la comprensione dei segni clinici mostrati dal paziente è così importante. Pertanto, quando il paziente ne ha bisogno, il trattamento non deve essere ritardato, salvo qualsiasi malattia fisica che potrebbe causare un trattamento medico controindicato.
I risultati dello studio condotto in Usa hanno messo in evidenza la necessità di colmare il divario di conoscenze tra l'identificazione dei problemi comportamentali e la loro efficace risoluzione nell'ambito delle strutture veterinarie di assistenza primariaria. A cosa un professionista deve badare particolarmente durante la visita per arrivare alla conclusione che è utile prescrivere un farmaco?
Lo studio evidenzia un punto cruciale, ossia che c'è un divario significativo tra l'identificazione dei problemi comportamentali negli animali e la loro risoluzione efficace nelle cliniche veterinarie di base. Questo sottolinea l'importanza di affidarsi a un team di professionisti competenti e specializzati. Infatti quando un medico veterinario esperto in comportamento animale affronta un problema comportamentale, la decisione di prescrivere un farmaco non è mai affrettata, ma il risultato di un'attenta e approfondita valutazione.; tale decisione è sempre orientata al massimo benessere dell'animale e alla sicurezza dei proprietari.
Ad esempio, un farmaco può essere considerato quando i livelli di ansia o paura sono così elevati da impedire l'apprendimento, e quindi la riabilitazione comportamentale; in caso in cui ci sia un rischio per la sicurezza, come in casi di aggressività grave, dove il farmaco può aiutare a ridurre l'impulsività e il rischio di lesioni. Nei casi in cui la qualità di vita è gravemente compromessa, considerando che il farmaco può offrire un sollievo significativo. Sono degli esempi che permettono di far comprendere che la prescrizione del farmaco fa parte di un iter che inizia con la diagnosi, passa per la terapia, giungendo alla prognosi. Non è una scorciatoia. Anzi.
Quanta attenzione c'è in Italia a questo tipo di patologie e all'uso degli psicofarmaci nei cani?
La domanda tocca un punto nevralgico evidenziato dallo studio americano che rileva come, in contesti di assistenza veterinaria primaria, ci possa essere una tendenza a ricorrere alla soluzione farmacologica. In Italia, la situazione è in evoluzione, ma con alcune sfumature importanti.
Personalmente, da medico veterinario esperto in comportamento animale, posso affermare che l'attenzione all'approccio integrato, che associa la terapia farmacologica a un percorso di riabilitazione comportamentale, è in crescita tra i professionisti specializzati. Siamo sempre più consapevoli che il farmaco, se pur fondamentale in determinate circostanze, non è mai la panacea.
La mia esperienza mi insegna che il farmaco è uno strumento, un facilitatore che ci aiuta a lavorare sulla base del problema, a ridurre ansia e reattività dell'animale, rendendolo più ricettivo alle modifiche ambientali e al training. Tuttavia, è innegabile che esista ancora un rischio, soprattutto nel contesto della medicina veterinaria generalista – che non sempre dispone delle competenze specifiche in comportamento – di interpretare un comportamento problematico unicamente come un "sintomo da sedare". Questo può portare a prescrizioni farmacologiche isolate, senza un piano riabilitativo strutturato. Il farmaco somministrato senza un programma di modificazione comportamentale e ambientale è spesso inefficace a lungo termine, e rischia di mascherare il problema senza risolverlo, o addirittura di crearne di nuovi quando il trattamento viene interrotto.
Il mio impegno, e quello dei colleghi che si dedicano alla medicina comportamentale, è proprio quello di colmare questo divario: sensibilizzare sull'importanza di un'anamnesi approfondita, di un'esclusione di cause organiche e, soprattutto, di un approccio multimodale dove il farmaco, se necessario, è parte di un progetto più ampio di riabilitazione. La collaborazione con gli istruttori qualificati diventa, in questo senso, essenziale per il successo terapeutico.
La farmacia veterinaria australiana YourPetPA ha elencato la fluoxetina sul suo sito web come terzo farmaco da prescrizione "più venduto”. Che cosa è e perché si utilizza tanto con i cani?
La fluoxetina è il farmaco con la più lunga storia di utilizzo per problemi comportamentali nei cani. Diversi studi hanno esaminato l'efficacia della fluoxetina per specifici disturbi comportamentali dei cani. In Inghilterra, ad esempio la fluoxetina risulta essere prescritta nel 60,41% dei problemi comportamentali, con il 50% dei casi di ansia e il 29% dei comportamenti conflittuali verso l'uomo. In due studi, la fluoxetina ha avuto un effetto positivo sull'ansia da separazione nei cani, soprattutto se combinata con la riabilitazione del comportamento. Infatti, per il trattamento dei disturbi correlati alla separazione, il 72% dei cani trattati con fluoxetina veterinaria in combinazione con la riabilitazione comportamentale ha mostrato un miglioramento rispetto al 50% dei cani trattati con un placebo. In un altro studio, il 76% dei 34 cani partecipanti con disturbi d'ansia è migliorato quando è stata somministrata una combinazione di fluoxetina e benzodiazepina (Chutter et al., 2019).
Ci sono anche studi che hanno valutato gli effetti della fluoxetina sui disturbi compulsivi, riscontrando che la fluoxetina è efficace nel loro trattamento, ad esempio nei comportamenti di inseguimento della coda. Tale molecola è prescritta anche nei casi di aggressività, dove si sfrutta la sua azione anti-impulsiva (Odore et al., 2020).
La depressione nei cani, a prescindere dagli errori delle persone e dallo stile di vita che imponiamo al cane, esiste?
Sì, esiste. Gli studi scientifici supportano l'idea che i cani possano sperimentare stati che assomigliano alla depressione umana, con basi neurochimiche e reazioni a eventi avversi e cambiamenti ambientali che vanno oltre i semplici "errori" del caregiver o uno stile di vita inadeguato (sebbene questi ultimi possano essere potenti fattori scatenanti o aggravanti).
I cani generalmente tendono a chiudersi in se stessi, diventano più pigri, apatici, con delle alterazioni a carico delle abitudini alimentari e del sonno. Si mostrano molto meno interessati anche alle attività che un tempo li motivava molto. I sintomi tuttavia possono variare a seconda del singolo cane, dell'età e della gravità del problema. Diversi fattori possono portare a periodi di depressione.
Ad esempio, il trasloco in una nuova casa, l'arrivo di un nuovo coniuge, di un bambino o l'aggiunta di un altro animale domestico nel gruppo famiglia. O un cambiamento nella routine del cane, come nel caso di un pet mate che dallo smart working ritorna a lavorare in ufficio, sono motivi di disagio in una specie così sociale come il cane.
In generale, si tende a dare molta rilevanza ai traumi e agli eventi luttuosi: la perdita di compagno non umano o del pet mate. Ma possono anche esserci motivi medici alla base di questo disturbo: dolore o i deficit neurologici (i tumori al cervello oppure gli adenomi ipofisari), le malattie metaboliche (sindrome di Cushing), le malattie infettive (l'Ehrlichiosi e la Rickettsiosi, trasmesse dalle zecche), le lesioni, gli abusi o lo stress a lungo termine possono essere causa di depressione nel cane.
La diagnosi è quindi per esclusione e osservazione: prima di arrivare a una diagnosi di "depressione" o di un disturbo dell'umore, il veterinario esperto in comportamento animale deve escludere qualsiasi causa medica sottostante. La chiave è quindi sempre un'attenta valutazione per escludere cause mediche e un approccio olistico che includa, se necessario, modifiche ambientali, terapia comportamentale e, in alcuni casi, farmaci.
Cosa deve fare una persona che ritiene di vivere con un cane che ha un disturbo del comportamento?
Se una persona pensa che il proprio cane abbia un disturbo comportamentale, la cosa più funzionale da fare è rivolgersi a un professionista qualificato. Non bisogna improvvisare soluzioni basate su consigli non specialistici o sul "fai da te", perché si rischierebbe di peggiorare la situazione. In Italia, ci si può rivolgere al medico veterinario esperto in comportamento animale, che ha la legale facoltà di fare diagnosi di patologie comportamentali e di prescrivere terapie farmacologiche. Oltre al medico, c’è l’istruttore cinofilo riabilitatore – esperto cinofilo nell'area comportamentale (EsCAC) che ha competenze specifiche nella riabilitazione di cani con problemi comportamentali. Questi esperti cinofili però non sono medici e non possono fare diagnosi mediche né prescrivere farmaci. Il loro percorso formativo è dato da corsi di specializzazione, master o diplomi rilasciati da enti privati, associazioni di categoria (come APNEC, OPES, FICSS, SIUA, ecc.) o, sempre più spesso, da percorsi che aderiscono alla Norma UNI 11790:2020 che definisce i requisiti di conoscenza, abilità e competenza per l'educatore cinofilo e l'esperto cinofilo nell'area comportamentale.
Unire un percorso di riabilitazione con un istruttore qualificato, seguito da un veterinario esperto in comportamento è dunque la scelta giusta. Il lavoro va condotto in team multidisciplinare e multimodale: medico veterinario ed istruttore cinofilo lavorano a sostegno di tutto il sistema uomo- cane.
Dottor Sacchettino, sono cambiati i cani o siamo cambiati noi?
E' una domanda affascinante e molto pertinente, che ci invita a riflettere. Siamo cambiati noi, e di conseguenza, anche l'ambiente e il ruolo che i cani ricoprono nella nostra vita sono mutati. I cani, dal punto di vista evolutivo e genetico, non hanno subito cambiamenti così repentini da giustificare l'aumento delle problematiche comportamentali che osserviamo oggi. Certo, ci sono selezioni di razza che possono predisporre a determinate sensibilità o reattività, ma la base ‘cane' è rimasta sostanzialmente la stessa.
Quello che è radicalmente cambiato è il contesto sociale e familiare in cui i cani vivono: l'ambiente di vita e quello relazionale. Oggi il cane è diventato a tutti gli effetti un membro della famiglia, e ciò può esporre a rischi di antropomorfizzazione, e a riduzione dell'appagamento dei loro bisogni. Ma anche meno tempo da dedicare loro: ci aspettiamo che il cane si adatti perfettamente al nostro stile di vita frenetico, tolleri la solitudine, si comporti in modo impeccabile in ogni situazione. Quando ciò non avviene, percepiamo un "problema". Quelli che vengono percepiti come i "nuovi" problemi comportamentali però non sono "difetti" dei cani, ma spesso il risultato di un'inadeguatezza del nostro modo di interagire con loro e di gestire le loro esigenze. Il mio ruolo, quindi, non è solo curare l'animale, ma anche e soprattutto educare le persone a una migliore comprensione e gestione del proprio cane, per ristabilire un equilibrio e prevenire future problematiche.