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4 Febbraio 2026
13:57

Perché le mamme scimpanzé continuano ad accudire per giorni i piccoli ormai morti

Le mamme scimpanzé e bonobo sono state più volte osservate mentre trasportano e accudiscono i loro piccoli morti per giorni. Un nuovo studio ha analizzato questi comportamenti per capire se sia davvero un lutto consapevole o semplice attaccamento materno.

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Una femmina di scimpanzé insieme al proprio figlio

La morte è un concetto difficile da accettare, persino per noi esseri umani. Comprenderne la definitività, cioè il fatto che sia uno stato irreversibile, richiede capacità cognitive complesse e un'elaborazione emotiva profonda. Eppure, osservando il comportamento di alcuni animali, viene spontaneo chiedersi se anche altre specie siano in grado, almeno in parte, di capire cosa significhi davvero morire.

Gli esempi di comportamenti paragonabili al lutto negli altri animali sono numerosi e tra quelli più evidenti e discussi ci sono le madri che continuano a trasportare e accudire i corpi dei loro piccoli ormai morti, a volte per giorni o addirittura settimane. Succede in molte specie, tra cui scimpanzé e bonobo, i nostri parenti primati più simili a noi, ed è un comportamento che, a prima vista, sembra molto simile al nostro modo di vivere il lutto e la scomparsa di una persona cara.

Ma è davvero così? Un nuovo studio, pubblicato come preprint sulla piattaforma bioRxiv e quindi non ancora sottoposto a revisione, prova a fare chiarezza su questa domanda.

Quando le mamme non vogliono abbandonare i corpi senza vita dei figli

Scimpanzé e bonobo sono le specie viventi più simili e vicine a noi esseri umani dal punto di vista evolutivo. Proprio per questo, studiare il loro comportamento offre un'occasione preziosa per capire quali capacità cognitive e sociali condividiamo con loro e quali, invece, potrebbero essere esclusive della nostra specie. Più volte, in queste due specie, sono state osservate femmine che hanno accudito e trasportato per giorni – o persino settimane – i loro piccoli ormai senza vita, come se non riuscissero ad accettare la loro morte.

I ricercatori hanno quindi analizzato 83 casi documentati in letteratura scientifica in cui madri di scimpanzé o bonobo hanno continuato a trasportare i corpi dei propri figli dopo la morte. Questo comportamento viene definito dagli scienziati come Infant Corpse Carrying (ICC), che in italiano possiamo tradurre come "trasporto del cadavere del piccolo". L'obiettivo era capire se e quanto questo madri fossero davvero consapevoli della morte dei loro piccoli.

Abitudine materna o consapevolezza della morte?

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Secondo gli autori, le femmine che trasportano e accudiscono i corpi senza vita dei propri figli lo fanno più per abitudine e istinto materno che per un vero e proprio lutto consapevole

Secondo gli autori dello studio, tuttavia, il comportamento delle mamme scimpanzé e bonobo non dimostrerebbe necessariamente una reale comprensione del concetto di morte. L’ipotesi principale dei ricercatori è che queste femmine continuino ad accudire i piccoli senza vita più per abitudine e istinto materno che per un vero e proprio lutto consapevole. Uno degli elementi a supporto di queste conclusioni è la durata dell'ICC: più il cucciolo era grande al momento della morte, più a lungo la madre continuava a trasportarne il suo corpo.

Al contrario, i piccoli appena nati venivano abbandonati prima e questo, secondo gli autori, suggerisce che tale comportamento sia legato soprattutto alla forza del legame madre-figlio, che aumenta con il tempo e con le cure quotidiane, piuttosto che a una comprensione astratta della morte.

A rafforzare questa interpretazione c'è anche un altro elemento: nelle popolazioni in cui l'intervallo tra una nascita e l'altra è più lungo, le madri tendono a trasportare i piccoli per più tempo. In questi casi, spiegano i ricercatori, le femmine potrebbero essere in un certo senso "programmate" per fornire cure materne più intense e prolungate, rendendo ancora più difficile interrompere questi comportamenti e separarsi dai propri piccoli, anche di fronte alla morte.

Anche le cause di morte influenzano il comportamento di una madre

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Una femmina di bonobo insieme al proprio figlio

I risultati dello studio hanno evidenziato anche una differenza importante legata alla causa della morte. Quando un piccolo muore a causa di una malattia, le madri tendono a trasportarne il corpo più a lungo rispetto, per esempio, ai casi di infanticidio, un evento purtroppo non raro nei gruppi di scimpanzé, spesso commesso da maschi adulti. Una possibile spiegazione è che, in assenza di un evento violento o traumatico evidente, la madre possa non rendersi subito conto che il piccolo è morto, continuando quindi a comportarsi come se fosse ancora vivo.

Tuttavia, questa interpretazione non spiega tutti i casi. In alcuni, infatti, le madri hanno continuato a trasportare i corpi dei loro piccoli per così tanto tempo che questi si sono addirittura mummificati, rendendo evidente l'assenza di vita. In situazioni del genere, diventa difficile pensare che una madre non si accorga della morte del proprio piccolo.

Gli autori propongono quindi anche un'ulteriore spiegazione: dopo un infanticidio, continuare a portare con sé il corpo di un cucciolo potrebbe rappresentare infatti un rischio enorme. I maschi, infatti, di solito commettono un infanticidio per spingere la femmina a tornare in estro e quindi ad accoppiarsi con loro. Insistere nel tenere il corpo potrebbe perciò attirare nuove aggressioni, mentre per altre cause di morte – come una malattia – trasportare il corpo più a lungo comporta meno rischi immediati.

Capire la morte come stato irreversibile

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I risultati dello studio non escludono del tutto che una qualche forma di consapevolezza della morte possa comunque essere presente

Un punto centrale dello studio è che a prescindere dal tempo trascorso nel trattenere il corpo senza vita del proprio figlio, questo comportamento non richiede necessariamente che le madri riconoscano la morte come uno stato biologico irreversibile, una componente fondamentale del concetto di morte così come lo intendiamo noi umani. Allo stesso tempo, però, questi stessi comportamenti non escludono del tutto che una qualche forma di consapevolezza possa comunque essere presente.

In altre parole, i dati non dimostrano che scimpanzé e bonobo capiscano la morte nello stesso modo in cui la capiamo noi, ma non permettono neppure di escluderlo con certezza. Per di più, comportamenti che possono essere interpretati come una forma di lutto non sono esclusivi delle grandi scimmie.

In natura esistono molti esempi che continuano a porre numerosi interrogativi sul lutto negli altri animali. Gli elefanti asiatici, per esempio, sono stati osservati mentre coprono con rami e terra i corpi dei piccoli morti. Alcuni macachi giapponesi continuano a pulire e toccare i compagni anche dopo la morte e persino tra cani alcuni studi suggeriscono l'esistenza di uan forma di lutto per la perdita di un proprio conspecifico.

Una capacità forse solo umana?

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Nel 2019 e nel 2025 l’orca Tahlequah ha trasportato per giorni il corpo senza vita dei suoi figli morti. Qui insieme sua figlia J35 poco prima che morisse. Foto di Center for Whale Research via Facebook

L'esempio tuttavia più noto anche al grande pubblico arriva però dal mare. Le orche sono note per il loro complesso sistema sociale e per i forti legami familiari all'interno di ogni pod, come vengono chiamati i gruppi familiari. Nel 2018, una femmina conosciuta come Tahlequah ha trasportato il corpo del suo cucciolo morto per 17 giorni consecutivi, percorrendo centinaia di chilometri. Un comportamento che ha colpito profondamente l'opinione pubblica e che si è ripetuto dopo la perdita di un secondo piccolo, all'inizio del 2025.

Nonostante questi esempi toccanti, gli autori dello studio rimangono prudenti: le complesse capacità cognitive necessarie per comprendere pienamente la definitività della morte probabilmente si sono sviluppate dopo la separazione dall'antenato comune tra noi e gli scimpanzé. In altre parole, potrebbero essere una caratteristica esclusiva nostra e delle altre specie umane.

La risposta definitiva a questa domanda rimane comunque aperta. Anche se gli altri animali non dovessero comprendere il concetto di morte così come facciamo noi, sembra in ogni caso evidente che siano comunque in grado di "sentire" una perdita e sperimentare qualcosa di molto simile al lutto. E probabilmente non servono dati o studi per capirlo, ma basta osservare lo sguardo e il comportamento di una madre che non riesce a lasciare andare il proprio piccolo.

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