UN PROGETTO DI
25 Marzo 2026
10:30

La relazione speciale tra cani e detenuti, l’autrice dello studio: “Il cane è stato un ponte sicuro, un confidente silenzioso che non giudica”

Un team di ricercatori ha pubblicato uno studio sulle interazioni tra cani e detenuti. I risultati spiegati a Kodami da Danila D'Angelo, professoressa della Federico II: "Cani tutelati e scelti per la loro stabilità emotiva. I detenuti hanno imparato a prendersi cura di un altro essere vivente e mettere i suoi bisogni al centro"

Intervista a Prof.ssa Danila D'Angelo
Docente di Etologia Animale al Dipartimento di Medicina Veterinaria e Produzioni Animali dell'Università Federico II di Napoli
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Foto d’archivio

Insieme ovunque, in libertà o meno. E’ il destino comune di due specie che camminano insieme dalla notte dei tempi sul nostro Pianeta: cani e umani. E uno studio, ora, ci racconta della relazione speciale che si può creare anche dietro le sbarre tra queste due specie, dove per una volta ad essere privati della libertà sono gli esseri umani mentre i cani, ancora una volta, vanno loro in soccorso.

Un team composto da diversi ricercatori provenienti tra gli altri dal Dipartimento di Medicina Veterinaria e Produzione Animale dell’Università degli Studi di Napoli Federico II e dal Laboratorio di ricerca sull'interazione uomo-animale della Facoltà di scienze animali e biotecnologie dell’Università di Scienze agrarie e medicina veterinaria di Cluj-Napoca, in Romania, ha appena pubblicato uno studio in cui è stata analizzata proprio l’interazione tra cani e detenuti in una struttura carceraria.

L’obiettivo principale della ricerca è stato quello di comprendere se questa combinazione possa ridurre comportamenti problematici tra i detenuti, come aggressioni o autolesionismo, senza compromettere il benessere degli animali coinvolti. I ricercatori hanno selezionato tre cani con caratteristiche comportamentali adatte e li hanno monitorati durante un anno di attività settimanali. I risultati hanno mostrato che i cani si sono adattati bene all’ambiente carcerario, mantenendo livelli di stress normali, mentre i detenuti hanno evidenziato una diminuzione significativa degli eventi critici.

Danila D’Angelo, Docente di Etologia Animale al Dipartimento di Medicina Veterinaria e Produzioni Animali dell'Università Federico II di Napoli e co autrice dello studio spiega a Kodami come è nata la ricerca e approfondisce con noi alcuni aspetti dello studio.

Come avete scelto i cani che partecipano al progetto in carcere?

Scegliere i cani giusti è stato un po' come fare un casting per un ruolo molto particolare. Non cercavamo semplicemente cani "bravi" o "educati", ma compagni di viaggio emotivamente stabili, capaci di affrontare un ambiente complesso come il carcere senza perdere il loro equilibrio.

Abbiamo lavorato con tre meravigliose protagoniste: Dea, una Golden Retriever di due anni con un'energia contagiosa e una stabilità emotiva straordinaria; Polly, un'Irish Setter di tre anni dal carattere dolce e rilassato e Belka, una Border Collie di due anni intelligentissima e perseverante. Per capire chi fossero veramente, abbiamo usato strumenti scientifici che valutano la personalità canina: abbiamo misurato quanto fossero curiose e positive, quanto sapessero gestire la frustrazione quando le cose non vanno come previsto, e quanto fossero resilienti di fronte a situazioni nuove o imprevedibili.

La cosa più importante per noi era che ogni cane avesse un bassissimo livello di ansia e un'alta capacità di adattarsi a contesti emotivamente intensi. Dea si è rivelata la più positiva e stabile, Polly la più amichevole e aperta, Belka la più concentrata e collaborativa. E soprattutto, abbiamo valutato il legame con le loro persone di riferimento, perché un cane sereno ha bisogno di una relazione fidata con chi lo accompagna in questa avventura.

Come fate a capire se i cani si sentono felici e a loro agio durante le attività con i detenuti?

Per noi i cani non sono strumenti terapeutici, sono partner veri e propri con i loro bisogni, le loro emozioni e il loro benessere da proteggere. Per questo abbiamo messo in piedi un sistema di ascolto costante, un po' come fare un check-up emotivo regolare.

Abbiamo monitorato Dea, Polly e Belka tre volte nel corso dell'anno: all'inizio del programma, a metà strada e alla fine. Utilizzavamo scale specifiche che ci aiutavano a leggere il loro stato d'animo attraverso piccoli segnali: come mangiano, come dormono, se si isolano o cercano contatto, se esplorano l'ambiente con curiosità o se tendono a chiudersi. Durante le sessioni, osservavamo in tempo reale se mostravano segni di ansia come tremori, vocalizzazioni, o comportamenti ripetitivi.

La buona notizia è che tutte e tre hanno mantenuto un profilo di benessere stabile per tutta la durata del progetto. Questo ci ha confermato che quando selezioni con cura e ascolti attentamente, i cani possono lavorare anche in contesti difficili senza subire stress, anzi, portando a termine la loro "missione" sereni e bilanciati.

Qual è stato il momento in cui avete visto per la prima volta un vero legame emotivo tra un detenuto e un cane?

Il legame non nasce all'improvviso, si costruisce piano piano attraverso piccoli momenti di fiducia. Nel nostro programma le cose procedevano per tappe: prima l'incontro e la conoscenza, poi la costruzione della relazione attraverso gesti semplici come una passeggiata o una toelettatura, poi le attività ricreative più leggere.

Ma il momento magico, quello in cui si vedeva davvero il cuore della persona aprirsi, avveniva quando l'arteterapia entrava in scena insieme al cane. I detenuti si sedevano a disegnare, dipingere o modellare l'argilla, e il tema era spesso proprio il cane che avevano accanto: la sua personalità, le emozioni che provavano insieme, il legame che si stava creando.

In quei momenti succedeva qualcosa di speciale: persone che normalmente tengono tutto dentro, che hanno imparato a non mostrare debolezze, iniziavano a esprimere attraverso l'arte sentimenti che non avrebbero mai raccontato a parole. Il cane diventava un ponte sicuro, un confidente silenzioso che non giudicava, non tradiva, non faceva domande scomode. Vedere un detenuto concentrato a disegnare il muso di Dea o Polly, con quella espressione di pace sul volto, era la prova che il legame si era creato davvero.

⁠Ci sono stati comportamenti dei detenuti che vi hanno sorpreso o che non vi aspettavate grazie alla presenza dei cani?

Sì, e in modo profondo. I partecipanti al nostro progetto erano detenuti con storie difficili, assegnati a sezioni speciali proprio perché avevano manifestato comportamenti critici: aggressioni, rissa, atti di violenza. Erano persone che vivevano in uno stato di allerta costante, con muri emotivi altissimi. Eppure, con i cani, abbiamo visto emergere un lato diverso. Abbiamo assistito a una riduzione significativa degli eventi critici durante l'anno del programma: meno comportamenti autolesivi, meno incidenti, meno tensioni. In un periodo in cui a livello nazionale i dati parlavano di aumento di aggressioni e tentativi di suicidio nelle carceri, nel nostro gruppo la tendenza era invertita.

Ma la sorpresa più grande è stata vedere quanta dolcezza e pazienza questi uomini fossero capaci di mostrare. Persone con passati di violenza si inginocchiavano piano per non spaventare un cane, parlavano con voce calma, si preoccupavano di capire se l'animale stava bene, se aveva sete, se si sentiva a suo agio. Era come se il cane accendesse una parte di loro che il sistema carcerario aveva spento o nascosto: la capacità di prendersi cura, di essere gentili, di mettere il proprio bisogno in secondo piano per il bene di un altro essere vivente.

Come hanno reagito i cani quando hanno percepito tensione o stress tra i detenuti?

I nostri cani erano scelti proprio per essere emotivamente stabili, e questo si è visto. Dea, Polly e Belka hanno mostrato una capacità notevole di rimanere serene anche quando l'atmosfera si faceva tesa. Tuttavia, non abbiamo mai lasciato nulla al caso. Abbiamo strutturato il programma pensando prima di tutto al loro benessere: ogni cane lavorava solo una volta a settimana, a turno, così da avere sempre tempo per riposare e recuperare. Le sessioni si svolgevano in spazi ampi e luminosi, a volte all'aperto, e gestivamo attentamente il numero di partecipanti per non sovraccaricare gli animali.

Se un cane avesse mostrato il minimo segno di disagio, il nostro team veterinario era pronto a intervenire. Ma fortunatamente non è stato necessario: i dati che abbiamo raccolto hanno confermato che i cani hanno mantenuto un benessere psicologico stabile per tutto l'anno. Questo ci dice che quando prepari bene il terreno e ascolti davvero gli animali, anche un contesto difficile come il carcere può diventare un ambiente sicuro per loro.

Secondo quanto emerso dallo studio, cosa pensate possano imparare le persone in carcere dai cani che non si potrebbe insegnare in altro modo?

I detenuti imparano qualcosa di preziosissimo e raro in carcere: a relazionarsi senza paura del giudizio. Il cane non sa che sei in prigione, non conosce i tuoi errori passati, non ha pregiudizi sulla tua provenienza o sulla tua reputazione. Ti guarda e ti accetta per quello che sei in quel momento, per come lo tratti, per l'energia che gli trasmetti.

Attraverso questa relazione, i detenuti sperimentano una forma di regolazione emotiva che non si può imparare dai libri. Se sei agitato o arrabbiato, il cane lo percepisce e si chiude; se sei calmo e presente, il cane si avvicina e si rilassa. È un feedback immediato e onesto che insegna a gestire le proprie emozioni in tempo reale. Imparano anche la responsabilità relazionale: prendersi cura di un altro essere vivente, mettere i suoi bisogni al centro, essere costanti nella propria attenzione.

E imparano una forma di comunicazione che non passa dalle parole: il cane risponde al tono di voce, al linguaggio del corpo, alle intenzioni, insegnando che ciò che conta è la coerenza tra ciò che diciamo e ciò che siamo. L'arteterapia che abbiamo integrato nel programma ha dato a queste esperienze una forma simbolica, permettendo ai detenuti di elaborare e dare senso a ciò che provavano. Ma il cuore di tutto resta la relazione con il cane, qualcosa che va oltre ogni tecnica terapeutica tradizionale.

Professoressa, qual è la sua riflessione finale sull'impatto più importante di questo programma sia sui cani che sulle persone?

Quando proteggi il benessere di un cane, crei le condizioni perché un uomo possa ritrovare la propria umanità: è una danza di cure reciproche dove nessuno è strumento dell'altro, ma entrambi crescono insieme attraverso il rispetto della vulnerabilità che condividono.

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