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7 Gennaio 2026
12:46

In Italia si potrà di nuovo sperimentare sugli animali per xenotrapianti e ricerche sulle sostanze d’abuso

Nel "decreto Milleproroghe" sono stati abrogati alcuni divieti relativi alla sperimentazione animale, come richiesto dall'Europa da molti anni. Esultano alcuni ricercatori, contrarie ovviamente le associazioni animaliste ma parte della scienza non è più d'accordo ai test su creature viventi.

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Nelle pieghe del decreto legge n. 200 del 31 dicembre 2025, che non a caso viene chiamato "Milleproroghe", è passata anche una svolta normativa di grande impatto sulla vita di alcuni animali in Italia. La svolta è stata fatta per tornare indietro, in realtà, e eliminare le restrizioni che erano state stabilite dal 2014 sul divieto di utilizzare altri esseri viventi nella sperimentazione per xenotrapianti di organi e la ricerca sulle sostanze d'abuso. Il decreto deve passare ancora all'approvazione delle Camere ma pesa sulla decisione a favore che probabilmente sarà presa un lungo e complesso quadro storico normativo di differenti vedute tra l'Unione europea e l'Italia sulla questione della sperimentazione, oltre al lungo dibattito etico tra associazioni animaliste e parte della ricerca scientifica sulla necessità o meno di dover ancora fare test su animali per trovare soluzioni a patologie umane.

Un lungo e complesso braccio di ferro con l'Unione europea

La pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale recepisce nel nostro Paese quanto stabilito dall'Unione europea in una Direttiva (2010/63) che contiene i dettami relativi alle prassi stabilite a Bruxelles rispetto all'utilizzo degli animali nei laboratori scientifici. In Italia la questione va avanti da molti anni, ovvero da quando appunto è entrata in vigore la regolamentazione europea ma nel Belpaese si sono succedute diverse sospensioni del decreto legislativo (26/2014) che aveva recepito le indicazioni, sulla scia di un'interpretazione restrittiva volta alla tutela degli animali.

Nel 2014 così la strada era stata segnata con lo stabilire che l'attuazione dovesse avvenire nel 2017, ovvero concedendo tre anni di tempo prima di dare l'ok all'uso della sperimentazione sugli animali per quel tipo di ricerche in funzione di cercare nel frattempo metodi alternativi. Un'ipotesi che si è verificata inutilmente ottimistica, considerando che all'epoca nulla poi era cambiato e ancora una volta il legislatore aveva deciso di prorogare l'attuazione della direttiva Ue.

Si è arrivati così al 2020 e a un periodo di latenza in cui la ricerca italiana ha continuato a lamentare la perdita di competitività rispetto a quella che avveniva in altri Stati e, contestualmente, la costante assenza di nuovi metodi per evitare di provocare sofferenza ad altri animali a fronte di trovare cure per la nostra specie. A parte la dura polemica interna tra ricercatori e associazioni animaliste, è arrivata poi pure la procedura d'infrazione nei confronti dell'Italia da parte dell'Unione europea che comunque, però, non aveva fermato la posizione di non accettazione da parte del nostro Paese di quelli che ancora venivano considerati procedimenti troppo dolorosi per i soggetti coinvolti nei test.

Tra il 2020 e fino al 2025 nel Milleproroghe non era mai cambiata questa posizione e questo strumento normativo era stato sempre usato dal legislatore per continuare a rimandare l'applicazione di quanto obbligatoriamente richiesto dall'Europa. Almeno fino ad ora: si è arrivati infatti alla decisione di mettere in atto quanto da tempo appunto era stato richiesto da Bruxelles e, in fondo, c'era orami  da aspettarselo. Andando infatti a leggere tra le righe delle proroghe più recenti, già nel 2022 veniva sottolineato dal legislatore che, nonostante di nuovo spostasse nel tempo l'applicazione della direttiva Ue al luglio 2025, era necessario attuarla per evitare ulteriori stop a ricerche in corso e anche il rischio che i ricercatori italiani lasciassero il Paese per andare a fare i loro test in altri Stati in cui la sperimentazione per xenotrapianti e studi su sostanze d'abuso è concessa, nonché il dato di fatto di un contenzioso aperto con l'Ue.

Perché i ricercatori ritengono sia ancora fondamentale usare altri esseri viventi

La decisione di non limitare più l'ambito della ricerca scientifica per le fattispecie descritte da parte del legislatore è stata accolta con entusiasmo da parte di molti ricercatori. Uno dei punti che emerge tra i vari commenti è che così la ricerca italiana ritorna sul mercato internazionale riuscendo ad essere "più competitiva" secondo una presa di posizione condivisa a livello internazionale da gran parte della comunità scientifica per cui ad oggi praticare la vivisezione sugli animali è ancora l'unica alternativa possibile per trovare metodi di cura efficaci per gli esseri umani.

Nell'ambito specifico della sperimentazione per la cura relativa a sostanze d'abuso, viene messo in evidenza da chi è favorevole in particolare il fatto che la ricerca riguarda anche chemioterapici e dunque farmaci che possono essere utili per sconfiggere i tumori.

Le posizioni a favore sono rappresentate in quello che si chiama "Gruppo 2003", in particolare. Si tratta di un'associazione in cui si sono riuniti diversi scienziati del Belpaese e tra cui spicca la presenza di Giorgio Parisi, premio Nobel per la fisica nel 2021, o Silvio Grattini, fondatore e presidente dell'Istituto di Ricerche Farmacologiche "Mario Negri". L'Ansa ha battuto un'agenzia interamente dedicata alla soddisfazione espressa da queste e altre figure luminari della scienza italiana in cui si sostiene che "l’abrogazione consente di svolgere con continuità studi indispensabili per lo sviluppo di nuove terapie”. 

Associazioni animaliste sul piede di guerra: "Mancano fondi per ricerche alternative"

La Lav è l'associazione che è da sempre in prima fila nello schierarsi contro la pratica della sperimentazione sugli animali in generale e su questa decisione adesso presa dal Governo italiano promette battaglia. Ma tutto il mondo dell'attivisimo e della tutela degli animali è sul piede di guerra e il senso è principalmente quello di mettere in evidenza l'assurdità di procedere ancora attraverso il procurare sofferenza ad altri esseri viventi a fronte dell'assenza continua di fondi volti a finanziare la ricerca di metodi alternativi.

Michela Kuan, Responsabile Scientifica Area Ricerca Senza Animali LAV spiega: "Nonostante le numerose dimostrazioni scientifiche della non predittività del modello animale per l’uomo e la legge che vede come totalmente prioritaria una ricerca human-based, in Italia i fondi dedicati ai modelli sostitutivi sono pari a zero e l’annullamento dei divieti è l’ennesima conferma che il nostro Paese continuerà ad affossarsi amplificando la crisi già in atto da anni che ci relega al fanalino di coda dell’Europa".

L'associazione ha posto l'accento su cosa comporta nella pratica l'abrogazione contenuta nel decreto Milleproroghe: " Nello specifico, vengono abrogate le lettere dell'articolo 5, comma 2, ammettendo così fra le procedure autorizzabili sia le ricerche sugli xenotrapianti – trapianto di uno o più organi effettuato tra animali di specie diverse – che quelle inerenti droghe e sostanze che danno dipendenza, come alcol e tabacco, i cui effetti sono ben noti sulla nostra specie. Campi altamente invasivi e totalmente fallimentari, che alimentano un business economico e non si basano su una vera scienza. Solo per fare un esempio, in un articolo pubblicato nel 2020 sulla rivista scientifica Addiction, gli autori Field e Kersbergen, dimostrano come i modelli animali di dipendenza abbiano impedito il progresso nella nostra comprensione delle dipendenze e del loro trattamento negli esseri umani".

Lo studio citato dalla Lav è un articolo scientifico a cura di Matt Field, uno psicologo che fa ricerca all'interno del Dipartimento di Piscologia dell’Università di Sheffield nel Regno Unito, e la collega Inge Kersbergen, docente alla Scuola di Medicina dello stesso ateneo. Entrambi sono figure di spicco proprio della ricerca scientifica rivolta alle dipendenze e alle patologie umane relative alla sfera comportamentale e sono arrivati alla conclusione che "la maggior parte dei trattamenti farmacologici inizialmente sviluppati utilizzando modelli animali non si è dimostrata efficace per il trattamento della dipendenza negli esseri umani, con conseguente enorme spreco di risorse". I due ricercatori hanno anche dimostrato poi, specificamente alla sperimentazione sugli animali al fine di comprendere le cause delle dipendenze da abuso ad esempio di alcol o droghe, che "i modelli animali prevalenti che descrivono la dipendenza come un disturbo di compulsione e abitudine non possono essere conciliati con le osservazioni secondo cui l'uso di droghe psicoattive negli esseri umani è un comportamento operante orientato a uno scopo, le cui conseguenze rimangono sotto il controllo, anche nelle persone dipendenti". L'elemento in qualche modo che più ancora fa riflettere però emerso dalle considerazioni di Kersbergen e Field è che "la dipendenza potrebbe essere un fenomeno unicamente umano, dipendente dal linguaggio, il ché limita necessariamente la validità dei modelli animali".

La letteratura scientifica, soprattutto negli ultimi anni, in realtà annovera molti studi in cui viene messa in dubbio l'efficacia della sperimentazione sugli animali per scopi umani. Uno degli articoli più recenti è a firma di Thomas Hartung, tossicologo e farmacologo dell'Università Johns Hopkins di Baltimora, che da anni ha abbandonato l'uso di esseri viventi per la ricerca. E' del 2024 un suo testo molto interessante pubblicato su Frontiers in cui spiega che "un eccessivo affidamento sui modelli animali può anche fuorviare lo sviluppo di farmaci". Hartung in particolare evidenza le carenze delle pratiche di sperimentazione basandosi su dati certi e acquisiti nel tempo da cui emerge la scarsa efficacia predittiva dal punto di vista di trovare terapie utili per l'essere umano che ha portato a risultati decisamente inferiori alle aspettative. L'esperto punta l'attenzione sul dato di fatto che specie diverse sono tali anche biologicamente e che quindi i risultati che si ottengono su altri animali non possono essere equiparati a quelli che poi si hanno sh homo sapiens e tutto viene spiegato attraverso i risultati ottenuti in cui la percentuale di fallimento nel campo umano è elevatissima.

Non tutti gli scienziati credono nella sperimentazione animale: la dichiarazione di New York sulla coscienza degli animali

Nell'aprile del 2024 il mondo della ricerca scientifica si è trovato di fronte a una presa di posizione importantissima per quanto riguarda il riconoscimento da parte della scienza degli animali come esseri senzienti e dotati di coscienza. Si tratta del momento in cui nella "Grande Mela" un folto gruppo di importanti nomi della ricerca scientifica hanno deciso di siglare la cosiddetta "Dichiarazione di New York sulla coscienza animale", presentata alla New York University, proprio per sensibilizzare attraverso dati scientifici il mondo accademico su questo importante riconoscimento.

Nell'ambito così di un dibattito etico che in Italia è molto sentito da anni e che riguarda appunto la qualità della nostra vita legata però a quella di altri animali, ricordare questo passaggio interno alla comunità scientifica ci sembra importante a fronte di ciò che da noi ora sta accadendo.

La dichiarazione, infatti, ha segnato un momento cruciale in un'epoca in cui la sperimentazione animale è sempre di più sotto i riflettori e gli scienziati che l'hanno firmata, in buona sostanza, si interrogano e chiedono ai loro colleghi di arrivare a capire davvero quale sia la differenza dal punto di vista dell'esperienza del dolore per un animale diverso dall'uomo, lì dove ormai è stato provato su tantissime specie viventi che lo provano. Si tratta di un documento importante che punta al riconoscimento dell'esistenza di una coscienza anche nelle altre specie, come scrivono del resto gli scienziati stessi: "Quali animali hanno la capacità di esperienza cosciente? Sebbene permanga molta incertezza, sono emersi alcuni punti di ampio consenso. In primo luogo, esiste un forte sostegno scientifico per l’attribuzione della coscienza in altri mammiferi e negli uccelli. In secondo luogo, l’evidenza empirica indica almeno una possibilità realistica in tutti i vertebrati (compresi rettili, anfibi e pesci) e in molti invertebrati (compresi, come minimo, molluschi cefalopodi, crostacei decapodi e insetti). In terzo luogo, quando esiste una possibilità realistica, è irresponsabile ignorarla nelle decisioni che si prendono nei confronti del singolo animale. Dovremmo considerare i rischi per il benessere e utilizzare le prove per regolare le nostre risposte in base a questi rischi".

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