
Si chiama "disturbo da lutto prolungato" (PGD, "PDG Post Graves Disease") ed è la condizione in cui si ritrova chi perde una persona cara e per mesi, o anche anni, non riesce a superare il dolore della scomparsa. In psicologia è è ufficialmente riconosciuto come una diagnosi a sé nel DSM-5-TR (Manuale Diagnostico Statistico dei Disturbi Mentali) e si configura come una grave condizione di salute mentale. Questo sentimento di perdita, che non lascia scampo fin quando non si arriva ad una elaborazione, ora è stato riconosciuto anche nel caso in cui si viva la scomparsa di un animale domestico.
A renderlo noto è una ricerca pubblicata su PlosOne a cura di Phylip Hyland, ricercatore del Dipartimento di Psicologia dell'Università di Maynooth, a Kildare, in Irlanda. "Il disturbo da lutto prolungato può essere diagnosticato solo dopo la morte di una persona – scrive il ricercatore nell'introduzione allo studio – Nonostante le numerose prove che dimostrano che le persone sviluppano un forte attaccamento ai propri animali domestici e provano livelli elevati di lutto dopo la loro morte, le attuali linee guida non consentono la diagnosi di PGD dopo la morte di un animale domestico. Questo studio ha testato diverse ipotesi per determinare se vi sia qualcosa di unico nel lutto che segue la morte di una persona rispetto al lutto che segue la morte di un animale domestico".
L'esperto ha intervistato quasi 1000 persone in tutto il Regno Unito, arrivando a scoprire che quasi uno su tre ha vissuto la morte di un animale domestico in modo così intenso da riscontrare le caratteristiche che delineano la patologia legata alla difficile elaborazione del lutto come avviene per la scomparsa di un essere umano. Il 7,5% degli intervistati rientra infatti nei criteri diagnostici per il disturbo da lutto prolungato, una percentuale uguale a chi ne soffre per la scomparsa di un amico stretto e vicina a chi perde un nonno (8,3%), una sorella o un fratello (8,9%) fino ad arrivare al 9,1% di persone che si trovano in questa condizione dopo la morte del partner. I casi in cui il PDG invece è molto più alto a livello percentuale nella popolazione è legato solo alla perdita di un figlio (21,3%) o dei genitori (11,2%).
"Un terzo (32,6%) degli intervistati – spiega Hyland nello studio – ha subito la morte di un animale domestico amato e quasi tutti avevano sperimentato anche la morte di un essere umano; il 21,0% di queste persone ha scelto la morte del proprio animale domestico come la più angosciante".
Lo scopo finale di questa ricerca è quella di sottolineare quanto sarebbe importante, considerando i risultati ottenuti e dunque dimostrando scientificamente quanto incide la morte di un cane o di un gatto nella vita emozionale delle loro persone di riferimento, che anche il lutto per un animale domestico deve essere considerato tra le ipotesi previste nel Manuale Diagnostico Statistico dei Disturbi Mentali così da dargli peso e rilevanza. L'autore, infatti, sottolinea quanto ancora sia una sorta di tabù poter esprimere il proprio dolore in questo senso, complice un giudizio sociale che fa sentire la persona sminuita perché sta soffrendo per quello che era "solo un animale". Il ricercatore infatti scrive: "Considerato alla luce delle prove che le persone considerano il dolore legato alla morte di un animale domestico meno legittimo del dolore legato alla morte di una persona, e che molte persone che piangono la perdita del loro animale domestico si sentono imbarazzate e isolate di conseguenza, la decisione di escludere la perdita di un animale domestico dal criterio di lutto per la PGD può essere considerata non solo scientificamente fuorviante, ma anche insensibile".
Il lutto per un compagno di vita a quattro zampe, ma la perdita di qualcuno di caro in generale, è un viaggio che ognuno compie a suo modo e con i suoi tempi. Non esiste, del resto, un "libretto di istruzioni" per sopravvivere a un evento del genere e sicuramente la morte di un animale è percepita come inferiore rispetto a quella di un essere umano da chi, soprattutto, non ha proprio idea di cosa significhi condividere la vita con un cane o con un gatto. Su questa scia si sta cercando anche a livello legislativo, così da incidere sulla società civile in modo coerente e condiviso, di far passare forme di tutela rivolte alle persone che si trovano in situazioni di difficoltà per la malattia o, appunto, la morte del proprio compagno a quattro zampe. In diverse parti del mondo si parla della necessità di poter accedere, ad esempio, a permessi lavorativi e giorni di lutto da consumare in queste occasioni e recentemente anche in Italia è stata avanzata una proposta di legge da Devis Dori, deputato di Alleanza Verdi e Sinistra, che prevede 8 ore di permesso retribuito per le cure, e nel caso di morte, la possibilità di prendere un congedo di tre giorni per lutto, come accade quando viene a mancare un membro umano della famiglia.