
Basta un minuto. È questo il tempo che può servire al nostro cervello per iniziare a stare meglio ascoltando i suoni della natura. Ma non tutti i suoni funzionano allo stesso modo: quelli degli uccelli e degli animali che vivono vicino casa nostra sembrano avere un effetto più potente di quelli provenienti da foreste lontane, tropicali ed esotiche.
A dirlo è uno studio pubblicato recentemente sulla rivista Journal of Environmental Psychology, che ha approfondito il legame tra suoni naturali, biodiversità e benessere psicologico. Ed è stato fatto confrontando i paesaggi sonori – l'insieme di tutti i suoni di un determinato ambiente o territorio – vicini e quelli lontani.
Perché i suoni della natura ci fanno stare meglio

Molti lo sperimentano ogni giorno: una passeggiata in un parco o in un bosco può ridurre lo stress e migliorare l'umore, così come studiare o dormire ascoltando il canto delle megattere o il rumore del mare. Ma cosa succede esattamente nella nostra mente? E quanto conta la varietà di suoni, cioè la cosiddetta biodiversità acustica?
Per biodiversità, semplificando un po', si intende di solito la varietà di forme di vita presenti in un determinato ambiente. Quando si parla di suoni, invece, si entra nel campo del paesaggio sonoro (in inglese soundscape): l'insieme dei rumori naturali, come il canto degli uccelli, i versi degli insetti, lo scorrere di un fiume o il vento tra le foglie.
Gli scienziati si sono quindi chiesti: più specie si sentono, meglio stiamo? Oppure conta di più quanto quei suoni ci risultano familiari?
L'esperimento: un minuto di foresta nelle cuffie
Per rispondere, un gruppo di ricercatori guidati da Aletta Bonn e appartenenti a diversi istituti tedeschi – tra cui il German Centre for Integrative Biodiversity Research di Lipsia – ha coinvolto 195 studenti. A ciascun partecipante sono stati fatti ascoltare brevi audio di foreste, della durata di un minuto, con due variabili: la quantità di suoni animali (pochi o molti); l'origine dei suoni (foreste temperate locali oppure foreste tropicali lontane).
Prima e dopo l'ascolto, i partecipanti hanno valutato il loro stato emotivo, il livello di stress e la capacità di concentrazione. Hanno anche indicato quanto i suoni sembrassero piacevoli, familiari e ricchi di specie animali. Il risultato è stato piuttosto netto: la familiarità col paesaggio sonoro conta più della varietà di suoni e di specie che lo compongono. Anche solo ascoltare per un minuto i suoni di una foresta migliora il benessere a breve termine. Le persone si sentono più positive, meno stressate e più concentrate.

Ma il dato più interessante resta la familiarità. I suoni registrati nelle foreste tedesche sono stati percepiti come più piacevoli e "rigeneranti" rispetto a quelli tropicali. Non solo: hanno suscitato anche un maggiore senso di meraviglia, quella sensazione di stupore vasto e inaspettato che in psicologia viene anche chiamata awe.
La quantità di specie presenti nei suoni, invece, ha avuto un effetto più limitato. In alcuni casi ha aumentato il senso di meraviglia, ma sempre quando i suoni erano familiari. In generale, è emerso che conta di più ciò che crediamo di sentire che quello che è invece realmente presente nella registrazione. Se una persona percepiva di ascoltare molti animali diversi, tendeva a sentirsi meglio, anche se il numero reale di specie non era effettivamente così elevato.
Un legame profondo tra natura e mente

Un altro risultato interessante riguarda i suoni più difficili da interpretare. Quando un paesaggio sonoro risultava complesso, ma non chiaramente riconducibile ad animali specifici (per esempio rumori indistinti, canti di gruppo o poco identificabili), l'effetto positivo diminuiva. Il nostro cervello sembra quindi trarre beneficio soprattutto da suoni riconoscibili e associabili alla natura, come il canto degli uccelli che sentiamo abitualmente vicino casa o in un luogo che conosciamo, come un parco o un bosco che frequentiamo.
Dallo studio emerge quindi che il rapporto tra biodiversità e benessere psicologico è molto più complesso di quanto si pensasse. Non basta aumentare il numero di specie per ottenere un effetto positivo: conta anche la relazione che abbiamo con quei suoni. I paesaggi sonori familiari – quelli che accompagnano le nostre passeggiate quotidiane, magari sotto casa – sembrano avere un valore speciale. Sono segnali che il nostro cervello riconosce, interpreta e associa più facilmente a esperienze positive.
E forse è proprio questo il punto: non serve andare dall'altra parte del mondo per sentirsi meglio grazie alla natura. A volte basta aprire la finestra, fermarsi un attimo e ascoltare. Anche il canto di un merlo o di un fringuello, se è quello "di casa", può farci stare meglio.