
Il "sistema canili" in Italia è un business che si basa sulle cosiddette "aste al ribasso" e che ha degli standard legati al benessere animale oramai inaccettabili. Bisogna partire da questa considerazione per analizzare la situazione delle strutture in tutto il Belpaese dove l'ospitalità degli animali dipende essenzialmente solo dalla eventuale buona volontà dei gestori, di fronte a una normativa, la legge quadro del 1991, i cui contenuti sono da considerare orami del tutto anacronistici e che non possono più essere accettati come adeguati alle necessità etologiche di una specie di cui, per fortuna, ormai sappiamo molto di più grazie agli studi avvenuti negli ultimi 30 anni.
Un nuovo manuale dal 2026 ma ancora non serve a riscrivere la storia dei canili in Italia
Dal 1 gennaio 2026 è entrato in vigore intanto un nuovo manuale gestionale in attuazione della normativa di sanità animale stabilita dal Decreto ministeriale del 14 febbraio 2025 che si applica anche ai canili sanitari e ai canili rifugio. Il testo prevede nuove regole legate al benessere dei cani, soprattutto per quanto riguarda la professionalizzazione delle figure necessarie all'interno delle strutture e la tracciabilità delle entrate e delle uscite, ma va a solo a toccare uno degli elementi più critici: la grandezza dei box, rimandando fondamentalmente sempre alle normative locali la gestione di questo aspetto.
Analizzando il testo del manuale si notano senz'altro dei miglioramenti ma il punto dolente rimane sempre la questione relativa al benessere degli animali rispetto appunto a spazi che non possono che essere considerati angusti per come ancora sono concepiti oggi, in cui soggiornano praticamente dalla mattina alla sera. Il manuale, infatti, mette in risalto e obbliga i gestori a conformarsi, dando però una direzione più netta realtivamente solo alla gestione ad esempio dei farmaci veterinari, alla tracciabilità degli ospiti, alla biosicurezza e appunto all'obbligo di professionalizzazione delle figure.
Relativamente però ai box anche questa volta non c'è una "formula" nazionale che deve essere calata poi nelle varie realtà, ma si parla ancora genericamente di "spazi adeguati alle esigenze etologiche degli animali" e ciò comporta, come già avviene, che ogni Regione o Comune stabilisce le metrature a disposizione del singolo cane o di più individui quando vengono messi nella stessa area.
La grandezza dei box, dunque, viene ancora regolamentata dalle Regioni e in media le misure si applicano in base alla taglia del cane. Un animale di medie dimensioni ha "diritto" a uno spazio che varia dai 4 ai 6 metri quadrati, con un altezza di 2 metri, e vi deve essere una parte coperta e una scoperta. I box che ospitano più cani invece devono essere adeguati al numero di animali lì contenuti. Ma basta soffermarsi sull'ampiezza del box singolo, come ad oggi ancora risulta essere regolamentato, per capire che il concetto di "benessere" è ancora lontano dall'essere realmente applicato.
Dalla legge quadro del '91 ancora nulla è cambiato: come sono i canili oggi
Il punto di partenza fondamentale per affrontare la questione canili in Italia è partire dalla storia di questo Paese rispetto alla tutela del "migliore amico dell'uomo" privo di un riferimento umano, e ricordare che la legge che regola gli standard cui devono essere sottoposti i canili è ancora la 281 del 1991: una normativa che ha più di 30 anni ormai e che deroga agli enti regionali e comunali la regolamentazione e la gestione delle strutture pubbliche in cui vengono rinchiusi gli animali.
La normativa, chiamata "Legge quadro in materia di animali di affezione e prevenzione del randagismo" quando fu emanata rappresentò un passo innovativo e molto importante per una nuova cultura della tutela dei "cani vaganti" che prima di questa legge venivano accalappiati e sottoposti a eutanasia. Dal 1991 la legge cambia un paradigma fondamentale, stabilendo che i canili dovessero essere luoghi di cura e soprattutto di passaggio finalizzati all'adozione dei cani. Il precetto della 281 era assolutamente "pro animali" ma il dettato, nella sostanza, è rimasto lettera morta e i canili si sono trasformati sempre di più in luoghi di detezione perenne, condannando i cani a un "fine pena mai".
Una politica assente dal punto di vista della concretezza di mettere in atto una verifica seria e severa delle gestioni spesso delegate a privati ha portato a non vedere mai attuate, e nemmeno premiate, attività volte a sviluppare un sistema virtuoso di adozioni per ridurre il numero degli ospiti nelle strutture, mentre mantenere i cani nei box è per molti risultato un affare utile, grazie al ricorrere alla partecipazione dei bandi comunali attraverso proposte al ribasso rispetto ai budget stabiliti dai Comuni.
Ciò che accade, di norma, è che i canili vengono affidati tramite contratti di appalto e il "prezzo" viene definito in base a una soglia massima stabilita dagli enti che affidano poi la gestione al miglior offerente, soprattutto nel sud Italia.
La 281 ha imposto una rete di canili sanitari e rifugio e ha introdotto novità all'epoca impattanti per prevenire il randagismo e migliorare la condizione della popolazione canina in Italia, come l'introduzione delle sterilizzazioni obbligatorie e il criterio stesso che i canili dovessero essere luoghi in cui favorire l'incontro tra cittadini e cani senza riferimento umano. Ma l'applicazione di questa normativa è stata altalenante e poco controllata, portando spesso a casi in cui sono emerse vere e proprie truffe a danno degli stessi cittadini. Perchè poi ciò che spesso dimentichiamo è che il costo di queste strutture è ovviamente a carico nostro e i soldi che vengono dati a chi fa dei canili un affare escono dai portafogli dei contribuenti.
Quanti cani ci sono nei canili italiani? Non si sa
Un numero verificato e certo di quanti siano davvero i cani reclusi nei canili italiani non c'è. Non si riesce ad evincerlo sul sito del Ministero della Salute per le strutture pubbliche e non si ha un quadro poi nemmeno dei tanti rifugi privati che però non vivono di convenzioni statali ma che si basano, quelli sì, solo sull'iniziativa di volontari e amanti degli animali. Anche su questi ultimi si verificano però frodi a carico di chi dona, ad esempio, certi che i soldi servano a garantire migliore vita agli animali quando poi c'è chi invece lucra proprio approfittando del "buon cuore" delle persone.
Un dato abbastanza recente si può evincere analizzando gli esiti di una campagna di controlli che è stata condotta dal Comando Carabinieri per la Tutela della Salute sui canili e gattili, strutture ricettive, allevamenti e centri di addestramento, negozi di animali e pet food sul territorio nazionale nell'ottobre del 2024. Ciò che è emerso lo ha descritto con una dichiarazione ufficiale il Sottosegretario alla Salute con delega alla sanità animale, Marcello Gemmato, commentando l'esito dell'operazione: "Una fotografia sconcertante: sul totale dei cani ospitati nei canili delle regioni che attualmente aderiscono al SINAC, oltre 100.000 esemplari, più dell’80% è ospitato in sole cinque regioni, Puglia, Sardegna, Sicilia, Calabria e Campania. Se si rapporta a livello territoriale il numero dei canili autorizzati con il numero dei cani identificati e registrati, è evidente il sovraffollamento delle strutture, che determina il mancato rispetto di standard di salute e benessere animale adeguati”.
Dal Sistema di identificazione nazionale degli animali da compagnia (SINAC) al momento dell'operazione era anche emerso che in diverse strutture la media degli ospiti è di oltre 300 cani, "una condizione che mette sotto pressione gli standard di salute e benessere animale a causa dell’affollamento" aveva aggiunto Gemmato.
Il quadro che stiamo dipingendo, sia chiaro, è finalizzato a mettere in luce queste carenze e le attività fraudolente che puntualmente vengono messe in atto sulla pelle degli animali, tanto che dall'indagine del 2024 era emerso anche che "le indagini hanno dato luogo a numerose sanzioni di tipo amministrativo, denunce, sequestri di strutture, per un valore complessivo di € 4.665.205" come aveva spiegato il Comandante dei Carabinieri per la Tutala della Salute,Raffaele Covetti.
Il sistema delle aste al ribasso: non si bada al benessere degli animali
Tutto ciò non toglie, sia chiaro, che vi siano strutture pubbliche e gestioni private che badano davvero al benessere degli ospiti e che si fanno in quattro per incentivare le adozioni ma precisato questo aspetto e rimanendo sulla gestione del "cane pubblico" il fenomeno delle aste a ribasso ha portato a una vera e propria professione volta al guadagno per chi opera in questo mondo, cercando appunto di vincere i bandi pubblici per accaparrarsi quanti più canili da gestire.
Il meccanismo utilizzato dai Comuni è lo stesso che viene applicato nella gestione di altri appalti, con la evidente differenza che però in questo caso si sta parlando di esseri viventi. Le aste al ribasso vengono bandite quando l'ente pubblico vuole affidare a esterni la questione canili: si fissa un budget che corrisponde solitamente al costo stimato al giorno per ogni cane e i partecipanti competono proponendo la cifra più competitiva in modo che vinca chi spende meno, semplicemente, a parità di requisiti previsti dal bando.
A questi bandi possono partecipare associazioni, cooperative e anche imprese private che si occupano esclusivamente di questo tipo di servizi nell'ambito delle regole base che ogni ente ha rispetto, come scrivevamo all'inizio, anche a numero massimo di cani che possono essere mantenuti in base allo spazio previsto. Se è vero dunque che la decisione finale si basa sulla presenza di parametri certi stabiliti dal legislatore, sicuramente è certo che la proposta più favorevole per il Comune in termini economici conseguenzialmente porta a un abbassamento della qualità degli standard e comunque determina che il cane si trasformi in merce, un prodotto che genera introiti e la cui presenza "fissa" garantisce la diaria giornaliera.
La media nazionale di costo per cane ad oggi si attesta intorno ai sei euro al giorno andando a indagare tra i vari bandi comunali che si sono alternati nel corso del tempo, con casi in cui si è arrivati anche a soli 4 euro per animale ospitato come si evince ad esempio da una relazione tecnica ufficiale del 2018 del Comune di Roma sul "Servizio di gestione triennale dei canili comunali di Muratella e Ponte Marconi e delle attività volte al contenimento del randagismo".