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Ebbene sì, i cani possono sopravvivere senza di noi. Anzi, diciamo subito come stanno le cose ad oggi, oltre a pensare a futuri ipotetici: i cani già vivono senza avere una dipendenza diretta con gli esseri umani. Quali, vi state chiedendo? Bene, è ora di prendere coscienza del fatto che i quattro zampe che vivono nelle nostre case sono solo il 20% dell'intera popolazione canina: secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, i cani liberi nel mondo sono circa 200 milioni e vivono in modo abbastanza indipendente dagli esseri umani.
Per quanto sia accertato dunque che le due specie camminano per il mondo insieme da 30-40mila anni, tanto che si tratta dell'unico binomio in natura per cui si parla di co evoluzione, il "miglior amico dell'uomo" riuscirebbe a stare senza la nostra compagnia.
Su questo tema sono diversi gli esperti di vari settori (dagli antropologi agli etologi) che ne hanno dibattuto, cercando risposta alla domanda: "i cani potrebbero sopravvivere oggi senza noi umani?". Gli ultimi ad aver analizzato scientificamente questo tema sono stati uno dei più fini conoscitori della specie canis lupus familiaris, il biologo Marc Bekoff e la bioeticista specializzata nel rapporto uomo-animale Jessica Pierce che hanno dato alle stampe il libro "I cani senza di noi. Immaginare i cani in un mondo senza gli umani" nel 2021.
Bekoff e Pierce hanno analizzato nel dettaglio prima la storia che lega cani e umani e poi hanno ipotizzato un futuro in cui il Pianeta non è più abitato dalla nostra specie, arrivando a ipotizzare che i cani, dopo una forma di selezione naturale che porterebbe alla "nascita" di una tipologia diversa da quelle attuali, continuerebbero a vivere nonostante la nostra assenza. Ma c'è qualcosa in più che gli autori hanno ipotizzato e che anche altri studiosi sottolineano: da un certo punto di vista alcuni starebbero anche meglio.
Il ruolo dell'uomo nella domesticazione del cane
La domesticazione del cane è un processo iniziato nella notte dei tempi, ad oggi si stima che possa essere avvenuto addirittura 40mila anni fa. "Fido" è stato il primo animale ad essere stato addomesticato dall'uomo e su come questo processo sia avvenuto si sono succedute nei secoli tesi diverse, fino ad arrivare ad oggi anche ad una teoria di un "auto addomesticamento" durato 15 mila anni messo in opera da lupi ancestrali (simili agli attuali lupi grigi) dal carattere più mansueto che si sono auto selezionati per avvicinarsi alle comunità umane dove sono stati poi accolti grazie al reciproco beneficio della convivenza: i cani del passato avevano cibo e risorse a disposizione e gli esseri umani avevano alleati utili per la caccia e la guardiania. Altra teoria molto interessante e recente è che il ruolo delle donne sia stato fondamentale nel siglare questa amicizia interspecifica unica al mondo: erano loro ad accudire i cuccioli e ad aver attuato il processo di domesticazione per cui il cane è poi diventato stanziale all'interno delle comunità umane.
Il Canis lupus familiaris discende dal Canis lupus, dunque, ma a parte la quasi completa condivisione del DNA mitocondriale (differiscono del solo 0,2%) l'impatto della vicinanza con l'uomo ha determinato che il repertorio comportamentale e l'aspetto morfologico degli uni e degli altri siano differenti. Il cane, fondamentalmente, è stato oggetto di selezione continua da parte degli esseri umani e anche prima della nascita ufficiale delle razze (1800) c'erano varietà che corrispondevano all'utilizzo che gli uomini ne facevano (cani da pastore, cani da caccia, cani da guardia, etc.) attraverso un allevamento mirato allo scopo. Questi cambiamenti evolutivi hanno inciso dunque tanto sull'aspetto caratteriale dei cani quanto sull'estetica che ha comportato variazioni notevoli che influirebbero poi sulla vita in natura nel caso in cui determinati soggetti dovessero ritrovarsi senza riferimento umano. L'etologo Per Jensen ad esempio ha descritto la domesticazione del cane come "il più grande (seppur inconscio) esperimento biologico e genetico della storia".
La storia della co evoluzione tra cane e uomo è dunque lineare nel senso che le lancette dell'orologio non hanno mai smesso di girare da quando è iniziata e questo rapporto perdura oltre i secoli ma, allo stesso tempo, è frastagliata da episodi in cui la mano longa dell'essere umano è pesantemente intervenuta. Riguardo al tema di cui ora stiamo scrivendo è utile riportare un passaggio di un articolo dell'istruttore Luca Spennacchio su Kodami in cui viene sottolineato proprio il ruolo del cane nel processo di domesticazione e quanto appunto l'altro animale possa poi concretamente vivere anche senza di noi analizzando come potrebbe essersi comportato in passato: "La domesticazione non è stata un atto volontario dell’uomo, ma un incontro tra essere umano e proto-cane: un animale diverso dal lupo che si avvicina di sua spontanea volontà per sfruttare le “nostre” risorse. Mi sono soffermato su questa riflessione perché non di rado mi sono sentito dire: ‘Il cane lo abbiamo fatto noi e quindi possiamo farne ciò che vogliamo!'. A parte l’arroganza di pensare una cosa del genere, questa affermazione è scorretta nei suoi presupposti. Ma è anche un’idea diffusa e fa da sponda ad una prospettiva antropocentrica già di per sé molto radicata".
Il proto cane, dunque, come il "cane del futuro" sembra dimostrarci ciò che anche Bekoff e Pierce hanno affermato nel loro libro: un mondo senza esseri umani non vuol dire un mondo senza cani.
Che cosa accadrebbe ai cani se l'essere umano sparisse dalla loro vita
E' questo il punto nodale di un quesito che va sciolto facendo delle osservazioni più approfondite. Non bisogna infatti credere che tutti i cani così come oggi li conosciamo continuerebbero a riprodursi e a sopravvivere. L'uomo ha operato una selezione estrema che ha portato alla nascita di tipologie che in natura e senza la dipendenza umana avrebbero molte difficoltà come, principalmente, i cani brachicefali. Questa precisazione è stata più volte fatta dalla professoressa Pierce, non solo nel libro con Bekoff ma anche nelle diverse interviste che ha rilasciato sul tema. I cani dal muso schiacciato come i Bouledogue francesi, per fare un esempio, sono soggetti a vari problemi di salute, tra cui quelli che limitano la respirazione. Secondo gli esperti ciò ostacolerebbe la loro capacità di cacciare. "Vengono anche allevati con la coda corta e le code sono una parte importante del nostro arsenale comunicativo – ha dichiarato Pierce – Anche se si è leggermente meno abili nel comunicare qualcosa come un sentimento aggressivo o di sottomissione, è più probabile finire in una rissa rispetto a quando si è in grado di inviare segnali chiari."
La perdita delle risorse alimentari umane, però, rimarrebbe la più grande sfida da affrontare per questi animali che da sempre hanno trovato negli esseri umani la loro "nicchia ecologica". Premettendo che secondo gli studiosi questi animali ritroverebbero il loro istinto alla caccia, considerando che sono diventati proprio per la prossimità con la nostra specie dei "carnivori opportunisti", potrebbero comunque sopravvivere procacciandosi alimenti come piante, bacche, insetti per arrivare a ritrovare la loro ancestrale capacità di chiudere la sequenza predatoria (cosa che ad oggi un cane normo comportamentale non fa a differenza del lupo) con il cibarsi di piccoli mammiferi e uccelli e poi anche prede più grandi.
Quando dunque si immagina un cane del futuro in una Terra in cui non c'è più l'essere umano, bisogna comprendere che si sta parlando di una specie che si è adattata alle nuove condizioni, in cui probabilmente il piccolo cane domestico ha meno probabilità di sopravvivere in una prima fase (ma anche qui dipende poi da molte variabili) ma riferendoci alla specie in generale si può ipotizzare che sarà differente tanto da un punto di vista estetico quanto comportamentale e assumerà comportamenti da specie selvatica in base al luogo in cui si troverà.
Cosa farebbero i cani senza di noi?
Il cibo, la sicurezza e la relazione di reciproca necessità è ciò che ha portato i cani ad avvicinarsi alle comunità umane e a saldare poi il rapporto con l'uomo nel corso del tempo. Questo non significa che sia l'unico collante di un rapporto talmente unico che studi scientifici hanno portato a stabilire che tra noi e i cani si crea quella che viene definita "osmosi emozionale", ovvero un coinvolgimento emotivo tale che le emozioni dell'uno influiscono sull'altro. Ci sarebbero dunque cani "disperati" per l'assenza del loro umano di riferimento che potrebbero non farcela anche se venisse fuori l'istinto ancestrale ma ciò significa anche che questa predisposizione a tornare a quel che saprebbero "naturalmente" fare (cacciare, banalmente) non è detto che non venga fuori anche nel "piccolo batuffolo di pelo" che ora dorme sul nostro divano di casa.
E' plausibile dunque pensare è che vi sarebbe una selezione naturale: i cani che avevano vissuto come animali domestici potrebbero avere particolarmente difficoltà a sopravvivere perché non avevano esperienza di stare da soli e potrebbero non aver sviluppato le competenze necessarie per trovare cibo e affrontare incontri vari e inaspettati con le altre specie o anche solo con i loro conspecifici.