UN PROGETTO DI
27 Febbraio 2026
11:32

I cani come i bambini ci aiutano se siamo in difficoltà, i gatti dipende: lo studio che ci parla di co evoluzione

Uno studio dell'Università Eötvös Loránd di Budapest, in Ungheria spiega perché abbiamo la sensazione che quando perdiamo qualcosa un cane si interessa e pare volerci aiutare quando invece un gatto sembra del tutto disinteressato. Gli etologi sono arrivati a una conclusione in merito, paragonando anche le reazioni dei bambini: dipende dal lungo percorso di evoluzione che Fido ha fatto con noi, a differenza del domestico felino.

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Non sono bambini, partiamo da questo fondamentale presupposto: sono cani e gatti, esseri viventi che appartengono a un'altra specie. Ma spesso per spiegare la loro etologia, ovvero il comportamento, gli esperti fanno paragoni con gli esseri umani anche proprio per rendere più comprensibile ciò che hanno scoperto, cercando di rispondere a una delle tante domande che chi vive con un compagno a quattro zampe si pone. E infatti in un recentissimo studio sono stati paragonati i comportamenti di cani, gatti e bambini relativamente a una singola situazione che accade spesso nella vita di tante persone che convivono con una di queste tre tipologie di esseri viventi.

Alcuni ricercatori del Gruppo di Ricerca di Etologia Comparata HUN-REN–ELTE e dell'Università Eötvös Loránd di Budapest, in Ungheria, si sono chiesti: perché abbiamo la sensazione che quando perdiamo qualcosa un cane si interessa e pare volerci aiutare quando invece un gatto sembra del tutto disinteressato a "darci una zampa" per risolvere questo problema? Gli etologi sono arrivati a una conclusione in merito: dipende dal lungo percorso di co evoluzione che abbiamo fatto con Fido, più lungo rispetto a quello che condividiamo con il domestico felino.

Si torna sempre all'inizio della più duratura storia di amicizia tra un essere umano e un altro animale quando poi si va a scavare nella relazione che abbiamo con le altre specie per comprendere l'unicità di quella con il cane. E anche in questo caso, secondo gli esperti, la solidarietà di un cane nel voler dare il suo contributo, a suo modo chiaramente, alla risoluzione di un problema che ci attanaglia dipende dal legame atavico che ha con la nostra specie.

Questione fondamentalmente di percorso evolutivo, lì dove quello con il cane ormai si pensa possa essere iniziato addirittura 30, 40 mila anni fa mentre la domesticazione del gatto la si fa risalire, secondo studi recenti, all'incirca 9.500 anni fa e per esattezza in realtà si parla ora di auto domesticazione riferendosi all'antenato selvatico più simile al micio di casa odierno.

Tornando dunque allo studio, gli esperti hanno analizzato come cani, gatti e bambini (tra i 16-24 mesi) reagiscono quando un familiare che si prende cura di loro cerca un oggetto nascosto. Il loro obiettivo era capire se queste tre specie mostrano comportamenti pro sociali spontanei, ovvero se fanno qualcosa che porti vantaggio a qualcun altro senza una ricompensa diretta.

Come test, i ricercatori hanno simulato una scena. La persona di riferimento si è messa a cercare un oggetto nascosto senza chiedere esplicitamente aiuto per osservare il comportamento del cane, del gatto e del bambino e valutare quando e se uno dei tre soggetti avrebbe mai indicato spontaneamente dove fosse. Il risultato è stato che i bambini spontaneamente hanno prestato aiuto (come già dimostrato in studi precedenti), cercando di collaborare in tutti i modi così come ha fatto la maggioranza dei cani. I gatti, invece, sono rimasti piuttosto indifferenti a meno che però l'oggetto nascosto non rappresentasse qualcosa di particolarmente interessante per loro, ad esempio un giochino o anche del cibo ma solo se tra le tipologie davvero preferite.

Melitta Csepregi, prima autrice dello studio, ha così commentato queste differenti reazioni: "È interessante notare che la maggior parte dei cani e dei bambini ha mostrato schemi comportamentali simili. Si sono subito adattati alla situazione e oltre il 75% di loro ha indicato o recuperato l'oggetto, il ché suggerisce una forte motivazione ad aiutare, nonostante non fossero addestrati, non ricevessero alcuna ricompensa e l'oggetto nascosto, una spugna per lavare i piatti, fosse irrilevante per loro".

Rispetto all'atteggiamento dei gatti, l'esperta chiarisce: "Suggerisce che l'addomesticamento, la condivisione della casa e la formazione di legami stretti non sono sufficienti a produrre un comportamento di aiuto spontaneo, simile a quello umano", riferendosi appunto su quanto abbiamo sottolineato prima e che affonda le radici sul tipo di relazione che si è instaurata tra noi e i piccoli felini in base all'effettivo tempo "totale" trascorso insieme dalle due specie.

"Studiare la prosocialità in un contesto comparativo è fondamentale per comprendere l'origine evolutiva e l'emergere dei comportamenti prosociali, spesso considerati prettamente umani", scrivono infatti gli autori proprio all'inizio dello studio, cosa molto importante da riportare perché ci fa comprendere che al di là di leggere questa come una notizia che ci incuriosisce, in realtà aiuta a comprendere quanto conti tanto l'individualità dei singoli soggetti, che siano bambini o altri animali, ma anche quanto sia importante il percorso evolutivo.

In questo studio, altra cosa da mettere in evidenza, non si sta dicendo che ci sono "buoni" e "cattivi": sia chiaro. Ma come riportato dagli stessi ricercatori questi risultati ci dicono semplicemente che "i gatti potrebbero scegliere di osservare invece di agire, il ché riflette la loro maggiore indipendenza e la minore dipendenza dagli esseri umani rispetto ai cani".

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