
Per molto tempo abbiamo raccontato a noi stessi di essere il "super-predatore" per eccellenza del pianeta. E in parte è vero, naturalmente. Nessun altro animale caccia, pesca e impatta su altre specie su scala così vasta (e in modo così distruttivo) come fa l'essere umano. Abbiamo occupato il vertice della catena alimentare e, nel farlo, abbiamo anche cambiato il comportamento e le abitudini di moltissimi animali selvatici.
Ma questo significa che gli animali hanno sempre paura di noi? La risposta, secondo uno studio recentemente pubblicato su Ecology Letters, è in realtà molto più sfumata di quanto si possa pensare ed è – come capita sempre quando si tratta di animali – non univoca: dipende. Sia dagli animali che dal "tipo" di esseri umani.
Cacciatori sì, persone "innocue" non sempre

Lo studio guidato dal Centre for Ecological Sciences dell'Indian Institute of Science ha analizzato ben trent'anni di ricerche sul comportamento degli animali in presenza degli esseri umani. I risultati arrivano infatti da una cosiddetta meta-analisi, un lavoro ampio e corposo che mette insieme e confronta tanti singoli studi diversi per individuare tendenze e indicazioni più ampie e generali.
Gli autori lo hanno fatto analizzando tre aspetti fondamentali del comportamento degli animali in presenza di esseri umani: foraggiamento, ovvero il tempo dedicato alla ricerca e al consumo di cibo; vigilanza, cioè quanto un animale resta in allerta, con testa alta e sensi pronti a cogliere segnali di pericolo; movimento, quindi come e quanto si sposta in un determinato ambiente.

Questi comportamenti, per qualsiasi specie selvatica, sono cruciali perché in natura ogni animale vive un continuo compromesso tra procurarsi il cibo e mangiare e difendersi da predatori e altri pericoli: è l'essenza della sopravvivenza. Il tempo passato a guardarsi intorno è tempo sottratto al cibo. Mangiare ti espone invece ai pericoli. E cambiare ambiente o territorio abituale per evitare un pericolo è uno spreco di energie enorme e ti mette di fronte a maggiori incertezze.
E il risultato principale è molto chiaro: gli animali reagiscono con forte paura agli esseri umani che rappresentano una minaccia concreta e potenzialmente letali, come cacciatori e pescatori. In queste situazioni, infatti, aumentano la vigilanza e riducono il tempo dedicato al foraggiamento. Molto diverso, invece, è il caso di esseri umani "non letali", come turisti, escursionisti, fotografi o ricercatori. Qui le risposte sono molto più variabili e spesso meno intense. Non sempre la semplice presenza di una persona scatena una reazione di paura marcata.
Strade e centri abitati possono sembrare "rifugi"

Il dato più sorprendente emerso dallo studio riguarda però le strutture artificiali, come strade e insediamenti abitati. In alcuni casi, la presenza di queste infrastrutture riduce addirittura la vigilanza di alcune specie. Come è possibile? Il primo motivo è legato al comportamento dei predatori. Animali come lupi, orsi e grandi rapaci – tendono a evitare più spesso le aree fortemente antropizzate e frequentate dagli esseri umani. Di conseguenza, per molte prede, le zone vicine a strade o abitazioni possono apparire relativamente più sicure.
Inoltre, le aree lungo le strade sono spesso prive di vegetazione fitta, perché vengono periodicamente "ripulite". Questo può favorire la crescita di erba fresca e tenera e rendere questi spazi molto appetibili per erbivori di piccola e media taglia. Il rischio, però, resta molto alto: gli investimenti stradali rappresentano infatti una delle principali cause di mortalità per la fauna selvatica, nonché un pericolo per l'incolumità delle persone.
Adattarsi calcolando il rischio
Questi risultati supportano quella che in ecologia comportamentale viene chiamata risk allocation hypothesis, cioè l'ipotesi dell'allocazione del rischio. Semplificando, significa che gli animali selvatici adattano in maniera flessibile il loro comportamento in base a quanto un pericolo è intenso e prevedibile. Se una minaccia è costante e grave – come in un'area dove si caccia regolarmente – gli animali mantengono un livello di allerta molto più alto.
Se invece il rischio è più basso o prevedibile – per esempio in presenza di persone che non rappresentano un pericolo immediato – possono "permettersi" di abbassare la guardia e rilassarsi di più. Naturalmente non vuol dire assenza totale di paura, ma una valutazione più attenta e continua del rapporto costi-benefici. Ogni specie, e spesso ogni popolazione o addirittura individuo, calibra la propria risposta in base all'esperienza passata, al tipo di ambiente e ai predatori presenti.
Effetti che vanno ben oltre il singolo animale

Le conseguenze non riguardano però solo il comportamento individuale. Se una specie riduce il tempo dedicato al foraggiamento per paura degli esseri umani, posso ridursi la crescita della popolazione o il successo riproduttivo. Se invece gli animali si spostano in nuovi territori, possono aumentare il loro impatto per esempio sul pascolo e la vegetazione, oppure influenzare anche le abitudini e la distribuzione dei loro predatori.
Insomma, il livello di paura per gli esseri umani può innescare innescare effetti a cascata su un intero ecosistema, modificando le dinamiche, l'abbondanza e la distribuzione tra predatori, prede e flora. E secondo gli autori tutto questo ha inevitabilmente effetti anche sulla la gestione dei conflitti tra fauna selvatica e attività umane. In alcuni casi, interventi mirati e limitati possono quindi modificare in modo significativo il comportamento degli animali, riducendo l'avvicinamento alle aree densamente abitate.
Resta inoltre da capire se questi comportamenti di "abitauzione" o paura agli esseri umani siano solo risposte individuali o temporanee o cambiamenti evolutivi più profondi, ormai impressi nei geni. Per il momento, sappiamo che sono vere entrambe le ipotesi a seconda del singolo caso e contesto, ma serviranno ulteriori studi per avere risposte più ampie e generali.
La paura del "super-predatore" essere umano, quindi, non è una reazione automatica e identica per tutti. È una risposta dinamica, che varia nel tempo, nello spazio e in base al contesto. E che, ancora una volta, racconta comunque quanto la nostra presenza stia modellando in maniera profonda – nel bene e nel male – il comportamento delle altre specie.