
Di solito immaginiamo il letargo come un lungo sonno invernale che termina, per tutti, con l'arrivo della primavera. In realtà non funziona esattamente così. Il letargo non è infatti uguale per tutti: cambia molto da specie a specie e dipende anche e soprattutto dalle condizioni ambientali. Temperatura, disponibilità di cibo, latitudine e altitudine giocano un ruolo fondamentale, così come l'andamento climatico della singola stagione. Per questi e altri motivi alcuni animali, se l'inverno è mite, possono iniziare a "risvegliarsi" già a febbraio.
Tra quelli che tornano attivi prima ci sono alcuni mammiferi, come scoiattoli, tassi e orsi, ma anche rettili e anfibi che rispondono più rapidamente ai primi aumenti di temperatura uscendo dalla cosiddetta brumazione. Anche ricci e pipistrelli, in alcune condizioni, possono iniziare a tornare attivi già verso la fine del mese.
Perché per alcuni animali il letargo dura meno

La durata del letargo dipende da una combinazione di numerosi fattori. Il primo è legato alla biologia e alla fisiologia della specie: non tutti gli animali vanno in letargo nello stesso modo. Alcuni entrano in uno stato di ibernazione molto profondo, con un forte abbassamento della temperatura corporea, del metabolismo e delle funzioni vitali. È il caso, per esempio, del ghiro. Altri, invece, alternano fasi di inattività a brevi risvegli.
Il secondo fattore è naturalmente il clima. Nelle regioni più miti o durante inverni particolarmente caldi, gli animali possono essere stimolati dall'aumento delle temperature. Questo vale soprattutto per le specie che non vanno in un letargo "rigido" e adottano strategie più "flessibili", come gli orsi, i tassi o i ricci, e per gli animali cosiddetti "a sangue freddo", come rettili e anfibi, il cui metabolismo dipende direttamente dalla temperatura esterna.

Per rettili e anfibi, in particolare, si parla più correttamente di "brumazione", ovvero uno stato di inattività legato al freddo, paragonabile al letargo, ma meno stabile e rigido. Per serpenti, lucertole e rospi, basta infatti un periodo con temperature più miti perché questi animali si riattivino e comincino ad andarsene in giro. Naturalmente, più si sale di quota e più ci si sposta verso Nord, più sarà tendenzialmente lunga la stagione fredda e quindi anche il letargo.
Le specie che si "risvegliano" a febbraio

Tra i mammiferi che possono tornare "attivi" già a fine inverno ci sono per esempio gli scoiattoli. Non vanno in letargo vero e proprio, ma riducono l’attività e restano nelle loro tane durante i periodi più freddi. Se le temperature aumentano, però, escono facilmente per cercare cibo, soprattutto nelle aree urbane o nei boschi a bassa quota. Gli orsi sono un altro caso emblematico. Il loro non è un letargo profondo: la temperatura corporea e il metabolismo si abbassano, ma l'animale può svegliarsi con relativa facilità.
I primi a emergere sono spesso i maschi solitari e le femmine senza cuccioli, soprattutto se l'inverno è stato particolarmente mite o se le riserve di grasso si esauriscono prima del previsto. Restando tra i mammiferi, anche tassi e ricci adottano una strategia più flessibile. Infatti, con il surriscaldamento globale i ricci si stanno svegliando sempre prima, oppure ritardano il momento in cui vanno in letargo. Tuttavia, questo li rende più vulnerabile a eventuali gelate improvvise.

Infine, i rettili e gli anfibi sono spesso i primi a tornare attivi e a segnalare che l'inverno sta ormai finendo. Lucertole e serpenti escono dalle tane per esporsi al sole non appena trovano giornate più calde. Rane e soprattutto rospi, invece, si riattivano per iniziare le migrazioni verso le zone umide per la riproduzione, soprattutto nelle regioni più temperate. Gli anfibi hanno bisogno che non faccia troppo caldo per muoversi e nascendo in acqua come girini hanno bisogno di tempo per crescere, completare la metamorfosi e poi abbandonarla.