
Tutti i genitori sanno che un bambino molto piccolo ha una naturale predisposizione ad arrampicarsi, saltare e ficcarsi in situazioni potenzialmente molto pericolose. Eppure, negli esseri umani i comportamenti più rischiosi non raggiungono il loro apice durante l'infanzia, ma più avanti, nell'adolescenza. Nei nostri parenti più stretti, gli scimpanzé, accade invece esattamente il contrario. E questa differenza dice molto non solo su di loro, ma anche su di noi e sul modo in cui cresciamo i nostri figli.
Uno studio condotto da ricercatori della University of Michigan e della James Madison University, pubblicato sulla rivista iScience, ha infatti analizzato come cambia il comportamento degli scimpanzé quando crescono e i risultati hanno sorpreso gli stessi autori: i più spericolati non sono gli adolescenti, ma i cuccioli più piccoli.
I "bambini" scimpanzé: piccoli, leggeri e senza paura

I ricercatori si aspettavano di trovare un picco di comportamenti rischiosi negli scimpanzé adolescenti, come accade negli esseri umani, ma hanno osservato l'esatto opposto. Gli scimpanzé in età "infantile" sono quelli che si lanciano più spesso nel vuoto, si lasciano cadere dai rami o saltano da un albero all'altro senza alcun punto di appoggio. Questo tipo di comportamento viene definito "locomozione rischiosa": movimenti che aumentano la probabilità di una caduta e quindi di farsi male.
Gli autori hanno analizzato ore di filmati di 119 scimpanzé che vivono nel Parco Nazionale di Kibale, in Uganda, nell'ambito del Ngogo Chimpanzee Project. I primati sono stati suddivisi in classi di età: "infanzia" fino a circa 5 anni, "giovani" tra i 5 e i 10, "adolescenti" tra i 10 e i 15 anni. E dai risultati è emerso che i più piccoli erano fino a tre volte più propensi degli adulti a compiere movimenti rischiosi. Anche giovani e adolescenti restavano più "spericolati" degli adulti, ma molto meno dei più piccoli.
Un dato interessante è che questo comportamento non dipendeva né dal sesso né dall'altezza da terra: maschi e femmine si comportavano esattamente allo stesso modo e si lanciavano nel vuoto a qualsiasi livello della chioma degli alberi.
Rischiare per imparare a vivere sugli alberi

Gli scimpanzé sono scimmie arboricole e trascorrono gran parte della loro vita sugli alberi per socializzare, riposare, spostarsi e cercare cibo. Cadere da diversi metri può però avere conseguenze molto gravi, eppure, proprio quando sono più piccoli e vulnerabili, sembrano correre più rischi.
Secondo i ricercatori, una possibile spiegazione è legata innanzitutto alla crescita e allo sviluppo. I cuccioli sono più leggeri, hanno ossa meno rigide e "più spugnose", quindi potrebbero subire meno danni in caso di caduta rispetto a un adulto. Ma soprattutto, il gioco rischioso potrebbe avere una funzione fondamentale: allenare le capacità motorie e imparare, attraverso l'esperienza diretta, quali sono i limiti del proprio corpo.
In altre parole, dondolarsi, saltare e lasciarsi cadere non è solo incoscienza, ma una forma di apprendimento. Per uno scimpanzé adulto, sapersi muovere con sicurezza tra i rami è una competenza vitale. E questa competenza si costruisce proprio quando si è più piccoli, giocando.
La grande differenza con gli esseri umani: la supervisione

Negli esseri umani, invece, molte forme di comportamento rischioso – come la guida spericolata o il consumo di alcol – aumentano soprattutto durante l'adolescenza e sono spesso più frequenti nei maschi. Perché questa differenza così marcata rispetto agli scimpanzé, i nostri parenti più prossimi?
Secondo gli autori dello studio, la risposta sta in gran parte nella supervisione. I genitori umani e gli altri adulti che si prendono cura dei bambini hanno una capacità molto maggiore di controllare e limitare i comportamenti pericolosi durante l'infanzia. Un neonato o un bambino piccolo è quasi sempre sotto lo sguardo attento di qualcuno e questo significa che molte azioni rischiose o pericolose vengono semplicemente bloccate sul nascere.
Le madri scimpanzé, al contrario, possono intervenire solo finché il piccolo resta a portata di braccio o quando è aggrappato a loro. Non appena il cucciolo si allontana e inizia a muoversi da solo, diventa molto più complicato controllarlo. Da quel momento, è libero di sperimentare, nel bene e nel male.
Essere genitori tra supervisione, gioco, rischio e crescita

Gli studiosi hanno anche confrontato questi dati con osservazioni sulle diverse culture umane, non solo quelle dei paesi occidentali. È emerso che la supervisione dei bambini è una caratteristica diffusa in tutte le società, anche se assume forme diverse. In alcune comunità, per esempio, il controllo non è esercitato solo dagli adulti, ma anche dai fratelli più grandi, adolescenti o altri membri del gruppo familiare. Questo suggerisce che la tendenza a proteggere i bambini dai rischi non è un'invenzione moderna.
Il risultato, però, è che molti dei comportamenti più rischiosi e pericolosi vengono rimandati a fasi più avanzate della vita, quando il controllo diretto diminuisce. Per gli scimpanzé, il comportamento spericolato dei cuccioli sembra quindi essere una parte naturale e forse necessaria della crescita individuale. Giocare, cadere, rialzarsi e riprovare permette loro di diventare adulti competenti in un ambiente complesso e tridimensionale, come una foresta.

Per noi umani, osservare i piccoli scimpanzé che si lanciano tra i rami può essere un modo per ricordarci che il rischio fa parte dell'apprendimento e che limitarlo del tutto non è possibile, né forse desiderabile. La differenza sta nel trovare un equilibrio: proteggere senza soffocare, lasciare spazio all'esperienza senza abbandonare.
In fondo, come suggeriscono gli stessi ricercatori, forse anche i bambini umani sarebbero naturalmente molto più spericolati di quanto li vediamo oggi. Ma la nostra presenza costante cambia il corso delle cose. E guardando gli scimpanzé, probabilmente possiamo imparare qualcosa anche su cosa significa crescere, e far crescere, in un mondo pieno di rami da cui dondolarsi.