
Sono passati solo quattro giorni da quando abbiamo pubblicato il nostro video reportage "Attenti al padrone". E' un approfondimento che è nato grazie alla testimonianza della sorella di Paolo Pasqualini, l'uomo morto nel bosco di Manziana per il comportamento aggressivo di tre Rottweiller.
Proprio ieri è giunta la sentenza di primo grado di giudizio nei confronti di Patrizio Pintus e Giovanna Minelli, le persone di riferimento dei tre cani Apollo, Aron e Aria. I due sono stati condannati con rito abbreviato per "omicidio colposo per omessa custodia e vigilanza degli animali" ad un anno di reclusione, con pena sospesa, e al pagamento di 50 mila euro a titolo provvisionale, ovvero come prima tranche di risarcimento nei confronti dei parenti della vittima.

Ma la giurisprudenza in questi pochi giorni da quando è andato online il nostro speciale ha sentenziato, e questa volta in maniera definitiva visto che si è espressa la Cassazione, anche per un altro evento tragico in cui il comportamento di altri cani ha portato alla morte di una persona. E' il caso di Simona Cavallaro, diciannovenne morta a causa dell'aggressione di 13 cani rimasti incustoditi nella pineta di Satriano, in Calabria, e per la cui morte è stato condannato Pietro Rossomanno, il pastore cui afferivano gli animali, a 3 anni per omicidio colposo. Anche quest'ultimo con ogni probabilità non sconterà un giorno in carcere: il nostro ordinamento prevede che per condanne inferiori ai 3,4 anni si possano chiedere misure alternative alla detenzione.
Un anno e tre anni. Qui si ferma la decisione dei giudici, in attesa di conoscere le motivazioni. Ma ciò che già emerge e in modo molto lampante è che gli unici a pagare con un "fine pena mai" sono solo gli animali, sentenza ormai praticamente certa per quanto riguarda i cani di Satriano mentre i Rott di Manziana hanno ancora la speranza di essere affidati a enti che ne hanno fatto richiesta per la loro riabilitazione comportamentale.
Così, mentre la vita degli esseri umani giudicati si dipanerà secondo quanto le norme del nostro ordinamento giuridico prevedono, in base chiaramente anche all'interpretazione della dinamica dei fatti che attiene alla magistratura, l'aspetto legato a come questi animali erano trattati da parte di chi li deteneva è passato del tutto in secondo piano. O comunque non è stato oggetto della decisione dei giudici che hanno applicato ciò che la legge appunto prevede, come nel caso di Pasqualini che ha visto la condanna solo ad un anno perché gli imputati hanno usufruito del rito abbreviato.

Ora, il punto però non è solo quello di focalizzare l'attenzione sulla "capacità punitiva" delle sentenze o delle leggi che attengono alla relazione uomo animale, ma proprio sull'incapacità di indicare la strada corretta con coscienza e competenza da parte tanto del potere legislativo che di quello esecutivo e pure, come in questi casi, di quello giudiziario. Nel nostro Paese manca completamente una visione da trasferire alle persone in cui sia chiara la direzione da intraprendere quando si decide di adottare o acquistare un cane, rispetto ad un rapporto che dovremmo conoscere tutti a fondo, considerando che esiste da sempre visto che uomini e cani "camminano insieme nel tempo da almeno 30-40 mila anni.
Nel nostro speciale, non a caso, per una volta abbiamo usato anche noi la parola "padroni". E' un termine ancora in voga nel linguaggio comune, ma che non corrisponde a quello che dovrebbe esserne poi il suo significato più profondo: deriva infatti dal termine latino patrōnus che significa "protettore, difensore, letteralmente ‘chi fa da padre'" (cit. Treccani). Ecco, chi ha emanato quelle sentenze ha valutato la cosiddetta "omessa custodia" e lì si è fermato, rimandando a noi cittadini una valutazione assolutamente necessaria per comprendere come stanno le cose: la continua mancanza di una cultura di prevenzione.
Ciò che i tre poteri fondamentali dello Stato in materia di relazione tra noi e i nostri "migliori amici" non stanno facendo è sempre la stessa cosa a diversi livelli di competenza: agire in prevenzione, ovvero non prendere delle decisioni che attengono alla sensibilizzazione delle persone rispetto alla responsabilità di vivere con un cane, che sia un molosso o un piccolo Pinscher ("padre" del Dobermann, per inciso). Ma solo quando poi si tratta di soggetti appartenenti alla prima tipologia, o anche ai Terrier di tipo Bull, si grida all'emergenza e si invocano leggi come quella che ora è in studio in Parlamento in cui si vuole un patentino obbligatorio per i cani "potenzialmente pericolosi" ma che poi, andando a spulciarne il dettato, si scopre che sarebbe solo a carico di chi non compra un cane con pedigree da un allevatore con affisso Enci. Una chiara forma di incostituzionalità, a cui si spera i relatori della Commissione Sanità a cui ora è demandato il testo di legge proposto dalla Regione Lombardia faranno caso prima di far passare eventualmente il testo in Senato.
E in tutto questo, a maggior ragione per dimostrare la cecità delle istituzioni su tutto ciò che afferisce a quella che oggi è una delle relazioni più importanti ed impattanti nella vita quotidiana tra la nostra specie e un'altra, è che alle loro mancanze sopperiscono i cittadini. E non dei cittadini qualsiasi, magari come i volontari che puntualmente poi vengono etichettati come una sorta di partigiani che non pensano agli esseri umani ma solo agli animali. Ma persone come Priscilla, la sorella di Paolo Pasqualini, che nel dolore di una sofferenza inimmaginabile ha investito il suo tempo a cercare di capire e spiegare come stanno le cose. E' sua una recente indagine, infatti, che in linea con ricerche scientifiche che già avevano affermato la stessa cosa, certifica ancora una volta che è scorretto parlare di "razze pericolose" per natura. Ad esempio nella relazione, in cui ha raccolto i (pochi) dati disponibili sulle aggressioni da parte dei cani richiesti direttamente al Ministero della Salute, ha messo in evidenza che i Pitbull, puntualmente al centro delle cronache, hanno un’incidenza solo del 4,8% rispetto alle aggressioni, arrivando a chiarire che "non è la razza più aggressiva, semplicemente è tra quelle più diffuse in Italia".
Quello che i familiari di Pasqualini hanno fatto fino ad ora, con impegno e costanza, è ciò che dovrebbero fare appunto le istituzioni: controlli e verifiche per arrivare prima ad avere dati certi ma con quel "di più" che un singolo cittadino o una qualsiasi associazione non potranno mai arrivare a realizzare da soli, ovvero stabilire delle regole di base perché la relazione con il cane, qualsiasi cane, diventi un percorso di vita basato su scelte consapevoli.
Solo così non ci saranno più titolo choc sui giornali, tanto per sentenze che lasciano l'amaro in bocca a chi ha visto morire in modo così orribile un parente quanto per i casi che, altrimenti, continueranno inesorabilmente a ripetersi.