
Ma cosa c’è di “incredibile” nel fatto che un cane che era finito su tantissimi post e anche articoli dei media, spacciato come “il più piccolo del mondo” ora sia sotto i riflettori perché la sua persona di riferimento è accusata di maltrattamento animale? Eh sì, ci si sorprende del fatto che Gemma Blackman, una 43enne residente a Banbury, sia finita sotto inchiesta dopo la segnalazione di un acquirente di cuccioli che lei spacciava come oggetti, approfittando della pubblicità che aveva guadagnato gratuitamente mettendo in mostra Olaf, un Chihuahua che veniva presentato come “il più piccolo del mondo”.
Ovviamente se questa donna è riuscita a creare una puppy mills di cani in miniatura, il motivo è sempre lo stesso: la costante richiesta di questo tipo di animali da parte delle persone in tutto il mondo, non solo in Gran Bretagna e di sicuro anche qui in Italia, dove recentemente infatti è stato smantellato un allevamento abusivo di Barboncini toy a Villaricca, in provincia di Napoli.
La storia virale del Chihuahua Olaf
Il caso di Olaf era venuto alla ribalta nel 2022, quando Gemma Blackman aveva dichiarato al quotidiano The Sun di ritenere che il suo Chihuahua Olaf fosse il cane più piccolo della Gran Bretagna. Da quel momento la notizia era stata ripresa anche da altri media e le persone avevano iniziato a seguire la donna sui social dove aveva “lanciato” anche la sua “produzione” di cani di taglia piccola per venderli e trarne profitto. Un guadagno che secondo quanto emerso dalle indagini le avrebbe portato ad ottenere 12 mila di sterline nell’arco degli ultimi tre anni con un allevamento illegale che ha portato alla vendita di animali privi delle certificazioni sanitarie, ovvero senza le vaccinazioni obbligatorie, e allo sfruttamento dei cani adulti come fattori e fattrici in condizioni pessime di detenzione.
La donna ha già affrontato il primo grado di giudizio ed è stata condannata per maltrattamento e attività illegale di allevamento dei cani, a fronte anche della sua ammissione di aver compiuto questo tipo di reati. Non è andata in carcere, a fronte delle leggi vigenti in Gran Bretagna, le è stato vietato di allevare cani per due anni e di pagare 2.114 sterline come spese processuali e un'indennità per le vittime.
La moda dei cani tea cup
Questa storia che arriva dal Regno Unito, dunque, si inserisce ancora una volta nell’interesse che i cani di taglia minuscola continuano a generare sulle persone. O forse sarebbe meglio invertire questa frase, ovvero ragionare sul nostro modo di intendere la relazione con un essere vivente che tale non viene visto se non per ottenere una sorta di pupazzo cui riversare “amore” ma che con l’amore non ha nulla a che fare se solo si ragionasse davvero delle condizioni in cui vengono mediamente allevati questi animali in completa assenza di qualsiasi forma di cura del loro benessere.
Spesso ricordiamo nei nostri articoli al riguardo che la moda dei cosiddetti “tea cup”, ovvero cani talmente piccoli da stare in una tazza di tè, è diventato un fenomeno diffuso e chi si rivolge a persone che per ottenere profitto fanno nascere soggetti che poi hanno puntualmente patologie sia fisiche che comportamentali altro non è che rendersi complici del destino infausto di migliaia e migliaia di animali in tutto il mondo, soprattutto nella “colta” Europa.