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Capriolo investito lasciato ad agonizzare per ore: “I soccorsi ci hanno detto di lasciarlo lì”

Giada denuncia a Fanpage.it il soccorso in ritardo di un capriolo investito: il Canc di Torino difende le proprie procedure, ma non c'è unità sulla gestione di casi simili.

29 Novembre 2025
6:30
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Il capriolo ferito

"Ho assistito all’investimento di un capriolo da parte di un’auto che non si é fermata, l’animale era ancora vivo, respirava e mostrava tutti i segni di un trauma cranico. Le condizioni erano critiche: era a terra, in stato semi-incosciente e c’erano 2 gradi. Ma quando ho contattato il Centro competente ci è stato risposto di ‘lasciarlo lì' perché ‘sarebbe solo peggio fare qualcosa'". Questa è la testimonianza inviata a Fanpage.it da Giada.

La giovane ha contattato la redazione mostrando un filmato in cui si vede il capriolo a terra agonizzante e raccontando una storia che cozza profondamente con l'idea del lavoro che i centri di recupero e salvataggio per animali selvatici dovrebbero svolgere.

La struttura in questione è il Canc, parte delll’Ospedale Veterinario Universitario dell’Università di Torino dedicata agli animali selvatici e domestici non comuni. Raggiunta da Fanpage.it la responsabile Mitzy Mauthe difende l'operato della sua struttura: "È la procedura operativa corretta secondo i nostri protocolli. Se l'animale selvatico non ha ferite evidenti come fuoriuscita di sangue o arti evidentemente rotti si suppone che abbia un trauma cranico, ed è più facile che si riprenda da solo che non portandolo al centro, a causa dello stress del trasporto". E aggiunge: "Anche noi siamo animalisti, ma lo siamo con cognizione di causa e con la scienza".

La testimonianza: "Si sono rifiutati di intervenire"

Giovedì 20 novembre Giada ha visto un'auto investire un animale sulla strada che collega Orbassano e Stupinigi, nell'area della città metropolitana di Torino. L'auto non si è ferma e così è lei ad accostare il suo veicolo per controllare lo stato dell'animale, come racconta alla redazione: "Non perdeva sangue ma era evidentemente ferito e in grave difficoltà, non riusciva a muoversi e aveva la testa reclinata. Però era ancora vivo".

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Il capriolo ferito al momento del ritrovamento

Giada ha quindi eseguito la procedura corretta in una situazione del genere: ha contattato il più vicino centro di recupero per animali selvatici. Il numero contattato è quello del Canc di Torino, il Centro animali non convenzionali dell'Università che gestisce tutta la fauna selvatica rinvenuta in stato di difficoltà nel territorio provinciale, per un totale di oltre 3.000 animali all'anno, come si legge sul sito ufficiale.

"Dal Canc mi hanno dato un altro numero spiegando che era il referente che si occupava dei recuperi in quella zona – spiega Giada – Quando l'ho contattato spiegando la situazione del capriolo però mi ha risposto di "lasciarlo lì”, perché "con trauma cranico muoiono di miocardite da stress” e quindi “fare qualcosa è solo peggio", di conseguenza non sarebbero intervenuti. Ho insistito più volte, ma si sono rifiutati nonostante l’animale fosse agonizzante. Solo dopo più di 4 ore e dopo forti pressioni hanno accettato di venire".

Anche l'intervento in sé non sarebbe stato eseguito nella maniera corretta: "L'operatore ha coperto gli occhi del capriolo e poi lo ha sollevato dal fosso tirandolo dalle corna, per poi schiacciarlo all'interno di un cassone piccolissimo per la stazza dell'animale all'interno del camioncino. Il capriolo infatti era tutto piegato su se stesso. Il tutto è avvenuto senza luce dato che non aveva una torcia ma solo i fari del camioncino a illuminare il fosso".

Un salvataggio da incubo che ha lasciato stupefatta la giovane: "Una situazione del genere è gravissima. Tutti dovrebbero sapere cosa aspettarsi quando chiamano dei professionisti che dovrebbero proteggere gli animali.

Al termine dell'operazione è stato fatto firmare un verbale, una prassi consueta al termine di un salvataggio di selvatici, e Giada ha chiesto di poter essere informata circa le sorti dell'animale: "Ci ha risposto che non si può sapere nulla ed è andato via".

La risposta del Canc di Torino: "Procedure corrette. Si sarebbe ripreso prima se l'avessimo lasciato dov'era"

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Il capriolo durante il ricovero (Foto gentilmente concessa dal Canc)

A occuparsi di questo salvataggio, così come di molti altri nel Torinese, è il Canc, Centro Animali Non Convenzionali dell'Università di Torino, gestito da Mitzy Mauthe, che sottolinea: "Il servizio ‘Salviamoli insieme…on the road' è svolto dal Dipartimento di Scienze Veterinarie per conto della Città Metropolitana e ha come responsabile il professore Giuseppe Quaranta. Gli animali, se necessitano di cure, vengono presi in carico dal Canc di cui sono la responsabile".

Non è stupita della chiamata della redazione: "Ci è stata mandata una lettera di lamentele alla quale il collega Quaranta ha risposto per la sua parte, e io per la mia. L'emozione a volte non aiuta a capire le situazioni e mal si interpretano gli atteggiamenti".

Secondo Mauthe in assenza di ferite visibili o arti in posizioni innaturali è bene non intervenire, perché probabilmente l'animale si riprenderà dal trauma cranico in maniera autonoma: "È meglio non toccarli, non accarezzarli, non illuminarli, e lasciarli in un ambiente il più tranquillo possibile per dar loro il tempo, se è trauma cranico, di riprendersi. Se trascorso questo lasso di tempo non si riprendono, parte il soccorso e vengono portati al centro".

Mauthe spiega che le procedure eseguite dall'operative sono condivise con il Dipartimento dell'Università e ne spiega la ratio: "Le gabbie per i caprioli sono strette allo scopo di evitare ulteriori danni: non devono sdraiarsi ma restare in posizione sternale perché in caso di emorragia interna il polmone più in basso non riuscirebbe a funzionare. Inoltre non devono muoversi più di tanto perché se ci fosse una frattura, il muoversi aggraverebbe la situazione".

E sulla presa per le corna aggiunge: "L'operatore l'ha preso per le corna perché è l'unico punto dove l'animale non sente dolore perché non ci sono terminazioni nervose. A quel punto nel più breve tempo possibile lo si deve infilare nella cassa, a volte magari con manovre che possono sembrare un po' violente, ma perché la rapidità è fondamentale: meno l'animale viene toccato dall'essere umano meglio è".

Il capriolo è rimasto al Canc 5 giorni, e poi è stato liberato: "Aveva un trauma cranico, si è ripreso lentamente, se l'avessimo lasciato lì si sarebbe ripreso molto più in fretta".

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Gli esperti: "Necessario sempre verificare sul posto lo stato dell'animale"

A parte l'obbligo di chiamare i soccorsi per chi commette o assiste all'investimento di un selvatico non ci sono regole nazionali definite per quanto riguarda le procedure, e per questo le operazioni raccontate dal Canc stridono con quelle messe in atto in altri Centri di salvataggio e recupero di selvatici.

Veronica Cippitelli, operatrice faunistica nell'ambito del progetto europeo LifeLanner e fondatrice dell'associazione di promozione sociale Cosmofauna, con la quale organizza corsi nazionali proprio per operatori e volontari dei Centri di recupero per animali selvatici spiega le modalità che insegna ai suoi allievi: "Per prima cosa, la persona che ha assistito all'incidente deve fermarsi in condizioni di sicurezza e chiamare forze dell'ordine e i soccorsi, altrimenti si incorre in omissione di soccorso".

"L'operatore deve intervenire il prima possibile. Dalla nostra esperienza sappiamo che nel 99% dei casi l'animale potrebbe avere delle fratture o emorragie interne. Quindi l'operatore deve recarsi sul posto con tutta l'attrezzatura: una cassa chiusa, corde per legare le zampe e una mascherina per gli occhi".

E sulla presa per le corna spiega: "Se si è da soli può essere utile perché potrebbe dare una testata e fare male all'operatore. Ma in generale il soccorso su un capriolo va fatto in due con una persona che tiene la testa e l'altra le zampe precedentemente legate con le corde, così che non possa scalciare rischiando di farsi male da solo".

Piero Milani, fondatore de Il Pettirosso, uno tra i Cras più noti e attivi d'Italia, aggiunge: "Si deve sempre andare sul posto in caso di ferimento per incidente stradale. Se non si va come si può sapere quali sono le reali condizioni dell'animale? È il nostro compito, non del cittadino che ci contatta. La verità è che spesso manca il personale per questo tipo di attività".

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