
Almeno 30 lupi morti in Italia in soli due mesi. Inizia così il 2026 per l’animale selvatico d’eccellenza, insieme agli orsi, ovvero le specie più note anche per il “grande pubblico” e puntualmente avversate dalle politiche regionali, soprattutto in Trentino. I dati emergono dal bimestrale “Osservatorio Lupo Italia” di 30Science.com in cui sono stati riportati e analizzati i casi di morte di lupi avvenuti appunto a gennaio e febbraio di quest’anno.
Ciò che emerge è che dei 30 cadaveri rinvenuti corrispondono anche altri casi in cui gli animali non sono morti ma quattro sono stati ritrovati feriti e tre hanno potuto ritrovare la libertà dopo i soccorsi.
La “questione lupo” nel nostro Paese è da sempre presente, sin dai tempi in cui abbiamo portato la specie quasi all’estinzione, negli anni 70 del secolo scorso, e poi con il ripopolamento che oggi ha prodotto quella che si considera una presenza così massiccia da far sì che l’Europa, e l'Italia di conseguenza, abbia deciso di declassificare la specie da “rigorosamente protetta” a solo “protetta”.
I numeri dell’osservatorio restituiscono un quadro dalle tinte fosche, anche perché si mette in evidenza che la mortalità della specie negli ultimi anni ha visto sempre di più aumentare il suo tasso. Emerge infatti dal report dell’associazione “Io non ho paura del lupo” che ha raccolto e analizzato i dati istituzionali facendo richieste di accesso civico generalizzato a Regioni, Province autonome, ASL, Istituti Zooprofilattici e ISPRA, per ricostruire la quantità minima di lupi morti tra il 2019 e il 2023.
Il risultato della ricerca è che in questi cinque anni sono 1639 gli animali deceduti, rappresentando il doppio delle morti avvenute dal 2019 al 2023 quando si contarono 210 esemplari ritrovati senza vita. La media, praticamente, si attesta su più di un lupo morto al giorno, ovviamente con una sottostima perché appunto il riferimento è legato solo a casi registrati e non è possibile avere contezza di animali morti ma che non sono stati rinvenuti o denunciati.
L’impatto principale rimane quello antropico sul destino dei lupi, come del resto su quello di tutte le specie selvatiche. E’ l’uomo il principale artefice della perdita di individui di una popolazione che con il declassamento potrebbe sempre di più faticare a rimanere in vita in un ambiente umanocentrico in cui la presenza di infrastrutture, la frammentazione degli habitat e i comportamenti illegali si intrecciano con la dinamica naturale della specie.
L’AGI ha interpellato il professore Luigi Boitani, presidente della Large Carnivore Initiative for Europe e tra i massimi esperti del settore, che ha così commentato questi numeri: “Una trentina di esemplari uccisi in soli due mesi rappresentano un numero non trascurabile se pensiamo all’intera popolazione. Se questa media fosse confermata per tutto l’anno si arriverebbe a circa 200 lupi uccisi. Non è poco”.
Per quanto riguarda le aree più coinvolte, l’Osservatorio ah riscontrato che la regione che conta il maggior numero di casi è l’Emilia Romagna, dove sono stati ritrovati sei cadaveri e dove anche sono stati riscontrati due casi di avvelenamento nella zona dell’alta Val di Taro e l’area di Parma. Vengono poi ricordati i casi dell’investimento ferroviario di una coppia di lupi sulla linea Teramo-Giulianova, la cattura di una giovane lupa a Novi Ligure per comportamenti confidenti e la morte di due lupi molto noti: Andrea, l’animale radiocollarato dall’Università di Udine abbattuto in Austria, e Anco, il cosiddetto “lupo dei record” che viveva alle porte di Roma.