Reham accanto al padre colpito da un cecchino israeliano durante le proteste a Gaza (Ahmed Mashharawi/NRC)
in foto: Reham accanto al padre colpito da un cecchino israeliano durante le proteste a Gaza (Ahmed Mashharawi/NRC)

Nei miei sogni vedo mio padre a terra, ucciso, e mi sveglio urlando. Vivo questo incubo quasi tutte le notti”, racconta Reham Qudaih, una ragazzina di 14 anni della Striscia di Gaza. Il suo sguardo non smette di fissare il letto dove giace il padre Tareq, ferito alla gamba destra dai cecchini israeliani mentre partecipava alla “Grande marcia del ritorno”, la serie di proteste che dal 30 marzo scorso hanno visto migliaia di palestinesi manifestare al confine tra Gaza e Israele. Una mobilitazione per chiedere il diritto al ritorno nelle loro case dei profughi fuggiti o espulsi dopo la nascita dello Stato ebraico nel 1948, a cui l’esercito israeliano ha risposto con il fuoco dei suoi soldati. I morti tra i palestinesi in poche settimane sono già 100, di cui oltre 60 solo nella giornata di ieri. I feriti si contano a migliaia.

“Protestiamo per rivendicare i diritti che ci sono stati strappati dall'occupazione… non abbiamo elettricità, cibo, cure mediche o svago”, spiega Reham. Anche il quattordicenne Mohammed Ayoub, come moltissimi altri adolescenti di Gaza, voleva essere presente alla mobilitazione per cercare di abbattere la rete metallica che delimita la Striscia. Il 20 aprile, un tiratore scelto israeliano gli ha sparato in testa, uccidendolo sul colpo. “Un ragazzo come Mohammed, quale crimine ha commesso per meritarsi di morire? Lo hanno giustiziato. Cosa stava facendo? Stava per lanciare un razzo contro Israele? No, era solo un ragazzo di 14 anni che era andato a vedere le proteste”, afferma Ibrahim, il padre. “Era un suo diritto manifestare”, sottolinea. E, come se il cecchino che ha sparato al figlio potesse sentirlo: “Perché hai voluto punirlo in questo modo e ucciderlo? Perché hai scelto come bersaglio proprio il mio bambino? Dovresti avere anche tu una coscienza”. “Che diritto hanno di uccidere i ragazzi in questo modo?”, si chiede sconsolato. “Dopo il suo funerale – continua la mamma – il fratello ha cominciato ad avere degli incubi. Urlava nel sonno e quando gli ho chiesto cosa avesse mi ha risposto che aveva sognato Mohammed. Il giorno dopo, tutto agitato, ha detto a suo padre che voleva essere morto lui al posto del fratello”.

Se questi genitori hanno seppellito il proprio figlio adolescente, c’è chi il padre non lo vedrà mai più.  Sima ha solo due anni e mezzo, è la figlia di Omar Abu Samour, un contadino che la mattina del 30 marzo era andato, come ogni giorno, a lavorare i campi a Khan Yunis, a sud della Striscia di Gaza. Non ha fatto più ritorno a casa. “Omar era un agricoltore, stava lavorando la terra e lo hanno ucciso senza motivo”, accusa la madre. “Raccoglieva il prezzemolo e guadagnava 30 shekel al giorno (7 euro, ndr) con i quali a malapena riusciva ad acquistare pannolini e latte, oltre al cibo e all'acqua”. “Adesso chi aiuterà la sua famiglia?”, si chiede la donna. “Sima continua a chiedere dove sia suo padre – aggiunge – non riesce a capire perché se ne sia andato”.

Il blocco totale che Israele ha imposto alla Striscia da ormai 11 anni e la paura costante della guerra hanno minato l’equilibrio mentale dei minori palestinesi. Le Nazioni Unite stimano che almeno 300mila bimbi a Gaza abbiano bisogno di assistenza psicosociale. Bambini nati e cresciuti in mezzo a un ciclo continuo di conflitti e privazioni. Reham aveva solo 11 anni quando nel 2014 Israele dette inizio all’Operazione Margine di protezione per fermare il lancio di razzi di Hamas verso il suo territorio. In poco più di un mese, i bombardamenti israeliani provocarono oltre 2.000 vittime, tra cui più di 500 bambini. E per molti dei sopravvissuti, i morti di questi giorni hanno fatto riaffiorare alla mente i peggiori ricordi. Secondo un’inchiesta realizzata dall’Ong Norwegian Refugee Council (Nrc) tra gli studenti delle scuole di Gaza, 6 bambini su 10 soffrono incubi notturni e stress post traumatico.

Se Israele ieri ha celebrato i 70 anni dalla sua fondazione, per i palestinesi il 15 maggio coincide con la Nakba, la “catastrofe”, perché nel 1948 molti furono costretti ad abbandonare per sempre le loro case e proprietà. Da oltre un decennio, per i due milioni di abitanti della Striscia, quel sottile lembo di terra è diventato il carcere a cielo aperto più grande del mondo. E come si è visto in queste settimane, Israele non ha intenzione di permettere a nessuno di varcarne i confini, anche a costo di uccidere civili disarmati, giornalisti e persino bambini.  “Il mondo intero dovrebbe intervenire. Dovrebbe sentire i nostri cuori ardere per quelli che sono stati uccisi senza motivo. Ma nessuno sente niente – è la disperazione della mamma di Omar – nessuno si emoziona con i bambini che sono diventati orfani, con le madri che hanno perso i loro figli. Se il resto del mondo ci avesse aiutato, nulla di tutto questo sarebbe accaduto”.