Pare se ne fossero accorti anche gli antichi Greci: chi sopravviveva a certe malattie ne era poi immune. E la medicina cinese, intorno al decimo secolo dopo Cristo, conosceva già la ‘variolizzazione', un tipo di profilassi contro il valiolo (a cui in Europa saremmo arrivati solo secoli dopo): consisteva in un vero e proprio ‘innesto', per cui materiale recuperato da piaghe vaiolose causate da forme più leggere di vaiolo veniva inoculato con graffi in individui sani, che prendendo una forma lieve di malattia restavano immuni anche alle peggiori. Teoricamente. Perché rimaneva una pratica tutt'altro che sicura.

Il cambio di passo nella profilassi contro il vaiolo si deve a Edward Jenner, medico inglese, un secolo prima delle decisive scoperte di Pasteur e quasi un secolo e mezzo prima del vaccino antivaioloso di Collier (le cui cicatrici vediamo sulle spalle dei nostri genitori). Agli inizi dell'Ottocento condusse studi specifici su un particolare tipo di vaiolo che colpiva le mungitrici: il vaiolo vaccino, o bovino. Questo vaiolo, che attecchiva nelle mucche, per l'uomo era relativamente innocuo. Eppure, chi lo prendeva risultava immune anche al vaiolo umano. Così Jenner prese a inoculare il ‘vaccino', ossia il materiale infetto dal vaiolo delle vacche, per immunizzare gli umani dal vaiolo.

Così, per antonomasia, ‘vaccino' è diventato il nome di tutti quei preparati che conferiscono all'organismo una resistenza specifica contro una malattia infettiva determinata, anche se oggi il ritrovato di Jenner ci pare piuttosto primitivo. E anche se non è un nome che ci richiama immediatamente la vacca. Il che è curioso, perché di ‘latte vaccino' o ‘formaggio vaccino' invece si parla comunemente: quanti amici non digeriscono il latte vaccino e preferiscono quello di capra o di soia? Quanti formaggi, nelle loro formule originali e protette devono essere vaccini? E chi può trascurare la lieta fertilità dello sterco vaccino?

Questa sì, è una cosa che accade spesso. Si usa così tanto una parola in un senso specifico che poi i nessi coi suoi significati originali, o coi suoi altri significati, si perdono di vista. Non un bene per la vitalità di una lingua, in cui i significati devono scoccare fra i rami delle parole come gli impulsi elettrici nei rami dei neuroni.