Elisabetta Trenta, ministro della difesa italiano, ha annunciato che "a breve ci sarà una legge per tutelare i diritti dei militari che hanno dato la loro disponibilità per il loro Paese. Non sarà più il militare a dover dimostrare che si sia ammalato al servizio del Paese, ma sarà la difesa a dover dimostrare che la malattia non sia collegata al servizio reso". Il provvedimento – ha aggiunto il ministro – sarà collegato "a tutti quei militari che si sono ammalati mentre servivano in alcune zone del mondo, in particolare alle vittime dell'uranio impoverito". Secondo la titolare del dicastero di Via XX Settembre la misura servirà a "rendere sempre più vicini militari e cittadini, una grande risorsa del Paese. Sogno un cittadino che incontrando un militare possa dirgli: grazie per il tuo servizio. Miro a questo, e vediamo se ci arriviamo".

Quella dell'uranio impoverito è una strage che – nel silenzio pressoché totale – ha causato la morte di almeno 345 persone, mentre altri settemila uomini dell'Esercito si sono ammalati. I dati, riportati dall'Osservatorio Militare, un gruppo indipendente fatto di militari ed ex militari, sono impressionanti e si riferiscono a quei militari che hanno usato armi all'uranio impoverito a partire dalla guerra nei Balcani negli anni '90. Un proiettile all'uranio aumenta la capacità di penetrazione nelle corazze, diventando una sorta di "super arma" che gli eserciti della Nato hanno sperimentato nel conflitto nella ex Jugoslavia e utilizzato regolarmente in Afghanistan nel 2001 e nella guerra in Iraq nel 2003. Le munizioni sono state realizzate usando  scorie di uranio provenienti dalle centrali nucleari estremamente radioattive e molto pericolose per l'uomo: per anni i vertici dell'Esercito Italiano hanno negato ogni responsabilità, ma oggi è chiaro che tutti sapevano e nessuno fece nulla per evitare che i soldati rischiassero di ammalarsi.