“Abbattiamone un pezzo per far passare la tangenziale”: una frase che in questi giorni sta facendo molto discutere in materia di beni culturali. Si tratta di un’affermazione del sindaco di Pisa, Michele Conti, riguardo l’Acquedotto Mediceo e agli interventi per costruire un tratto di tangenziale che la attraversa: per permettere al progetto di essere realizzato senza costi esagerati, Conti propone di abbattere un pezzo dello storico monumento e, magari, “ricostruirlo alcuni metri più in là”. Da un lato funzionalità e utilità, dall'altro tutela e preservazione a tutti i costi. E la domanda resta sempre la stessa: qual è la scelta giusta da fare?

Una domanda che viene da lontano

Nel 1519 Raffaello si trova a Roma, sotto la protezione di papa Leone X. Proprio su invito del pontefice Raffaello si era dedicato per un po’ di tempo alla catalogazione minuziosa degli edifici e dei monumenti romani di età imperiale. Oltre all'enorme mole di disegni, bozze e rilievi, l’artista consegna al papa anche una lettera: un appassionato invito a non sottovalutare le ricchezze dell’antichità e a tutelarle, al contrario di quanto avevano fatto molti uomini del passato che, pur di conquistare prestigio e fama, avevano distrutto moltissimi monumenti ed edifici della Roma antica.

Quanti hanno comportato, che solamente per pigliar terra pozzolana si sieno scavati dei fondamenti, onde in poco tempo gli edifici sono venuti a terra! Quanta calce si è fatta di statue e d’altri ornamenti antichi! Che ardirei dire che tutta questa Roma nuova che ora si vede, quanto grande ch’ella si sia, quanto bella, quanto ornata di palagi, chiese e altri edifici che la scopriamo, tutta è fabbricata di calce di marmi antichi.

Pochi anni dopo sarà Gian Lorenzo Bernini a porre le stesse questioni ad Urbano VIII quando si tratterà di ripensare la funzionalità e l’estetica del Pantheon, l’edificio forse più famoso della romanità pagana. Sarà poi il turno dei francesi, all'indomani della Rivoluzione, a dover fare i conti con le vestigia di una storia, in questo caso, scomoda.

Una vicenda complessa, quella che lega l’uomo con i simboli del proprio passato: se ne resero conto pochi anni dopo i tedeschi, e con loro gran parte d’Europa, a seguito della scoperta dei resti di Pompei ed Ercolano, del ritrovamento delle tracce dell’antica Micene da parte di Schliemann, e dell’enorme sorpresa di fronte alle affascinanti testimonianze della civiltà egizia a seguito delle campagne napoleoniche. Le considerazioni appassionate di Raffaello trovarono terreno fertile per divenire oggetto di studi e ricerche. La trasformarono radicalmente il rapporto dell’uomo con la propria storia. Un rapporto che divenisse “critico”, oculato, ragionato e cauto nel trattare una materia così complessa.

Cosa vogliamo fare con la nostra storia?

In Italia, a partire dagli anni Venti fino ai giorni nostri, l’evoluzione normativa in materia di beni culturali è stata lunga e variegata: passando per gli anni Settanta, quando viene istituito il “Ministero per i beni culturali e ambientali”, fino ad arrivare agli anni Duemila, quando viene emanato il Codice dei beni culturali e del paesaggio, il salto in avanti nella tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale italiano è stato enorme. Nonostante questo le norme in materia di restauro e tutela sono numerose, e le scuole di pensiero sugli interventi da effettuare a volte appaiono contraddittorie fra loro, così come quelle relative al procedimento da adottare in caso di sorprese archeologiche particolari o nei casi come quello di Pisa, dove sembrerebbe necessario dover scegliere, senza possibilità di compromessi, fra praticità e conservazione “critica” del passato.

L’obiettivo generale che le normative si sono sempre poste è quello di tornare a guardare alla storia, che si manifesti sotto forma di monumento, opera d’arte o bene architettonico, come un’opportunità più che un “problema da risolvere”: nonostante questo, lo spettro della funzionalità si palesa ogni volta che ci si trova di fronte ad un nuovo ritrovamento, a quella che nel gergo tecnico si chiama “sorpresa archeologica”. L’introduzione di nuove figure professionali come, ad esempio, l’archeologo di cantiere, sembrano risolvere solo in parte un problema che, è evidente, non è solo di natura tecnica: la vera domanda da porsi è, probabilmente, cosa intendiamo fare di questa storia? Qual è il ruolo che vogliamo attribuirle nel nostro futuro?