Cinque ragazzi, tre dei quali in carrozzina, qualche giorno fa si sono recati al cinema per vedere “7 uomini a mollo”, un film che tratta proprio il tema della disabilità. L’ironia della sorte ha voluto che sia stato il loro stesso handicap a rovinare quell'uscita per “questioni di sicurezza”: il numero massimo di disabili nella sala assegnata, infatti, poteva essere solo di due persone (al limite, con l’aggiunta di altre due purché “parzialmente deambulanti” e quindi non in carrozzina come il terzo di loro). A quel punto, nessuno è voluto entrare lasciando un amico fuori e ne è nata una polemica con i manager del multisala. Ma facciamo un po’ di chiarezza.

La vicenda, ovviamente, ha sollevato polemiche e attacchi anche sui social. Accuse però che è bene non rivolgere alla “catena” di cinema dato che la discriminazione è da ricondursi alla legge stessa e non al singolo caso. È il decreto ministeriale 236.1989, infatti, a stabilire la predisposizione di posti riservati a persone con ridotta capacità motoria in numero pari ad almeno due posti per ogni quattrocento (o frazione di quattrocento) con un minimo di due. La sala dovrà inoltre essere dotata, nella stessa percentuale, di spazi liberi riservati alle persone in carrozzina, predisposti su pavimento orizzontale, con dimensioni tali da garantire la manovra e lo stazionamento.

Ricapitolando: ogni sala deve avere un minimo di quattro posti per persone con disabilità, ma solo due di questi saranno adibiti alle carrozzine, mentre gli altri saranno destinati a persone con problemi motori non abbastanza gravi da non potersi mettere seduti su una poltrona qualsiasi. Certo, queste accortezze non bastano a garantire una corretta visione del film: il più delle volte, ad esempio, i posti riservati si trovano nella primissima fila, assai scomoda vista la posizione dello schermo, oppure nell'ultima fila in quanto più vicina all'uscita di emergenza. Ma che colpa può averne un cinema che si è limitato, magari in modo inflessibile, a far rispettare le regole?

Di fronte a certi ostacoli dovremmo cercare, laddove ci sia rispetto e comprensione dall'altra parte, di non attaccare a occhi chiusi ma di provare a smantellare e riscrivere le regole alla base, collaborando. Se ci pensiamo bene, d'altronde, il problema dei posti limitati per l’handicap lo troviamo purtroppo ovunque: dai palazzetti dello sport ai teatri, dai vagoni del treno ai posti in aereo, dalle aree dei concerti agli eventi più disparati. I responsabili delle sale hanno da sempre dichiarato di avere “le mani legate” dalla burocrazia, e per il corretto svolgimento del loro lavoro, in sicurezza, non è possibile ad oggi fare molto di più.

È evidente come queste regole stiano sempre più limitando la libertà della persona. Limiti riconosciuti, peraltro, al punto che si potrebbe invocare la tutela antidiscriminatoria introdotta dalla Legge 67.2006. C’è quindi bisogno di superare il rispetto della norma, ri-organizzando gli spazi pubblici cosicché ognuno sia libero di scegliere senza sentirsi “confinato”, relegato, parcheggiato da una parte: disabili in carrozzina o con mobilità ridotta, anziani, bimbi nei passeggini… E dobbiamo farlo insieme a chi quegli spazi li gestisce, con una visione comune di accessibilità e inclusione.

Altrimenti, ci troveremmo ancora una volta a denunciare, a gran titolo di giornale, l’ennesimo caso di discriminazione, alimentando inutili e controproducenti bracci di ferro legali. E noi di questo non abbiamo bisogno, ché con un "condividi" pietistico si va da poche parti… pure se si è solo in due, come previsto dalla – ingiusta – legge.