Nella mattinata di ieri, giorno del quarantatreesimo anniversario del terremoto che nel 1976 colpì il Friuli, una donna che si chiama Barbara Beltrame ha affidato a Facebook il suo commovente ricordo di quelle ore. Un ricordo che ben presto si è trasformato in un appello condiviso sui social e sui giornali. All’epoca del terremoto Barbara aveva appena quattro anni ma ha un ricordo ben preciso di un’altra bambina incontrata in quelle ore in ospedale a Udine. E ogni volta “che sento la parola terremoto penso a quella bimba”, ha scritto la donna su Facebook. Quella bambina di due anni più grande di lei che nel terremoto del Friuli – è questo il suo ricordo – aveva perso tutto. Non conosce neppure il nome di quella bimba a cui lei decise di regalare il suo succo di frutta e i suoi palloncini.

Il post su Facebook di Barbara – “Abitavo a Vercelli, ma venni in vacanza dai nonni in Friuli (tra Santa Maria di Sclaunicco, dove c'erano i nonni paterni ed Orgnano, dove c'erano i nonni materni) – recita il post su Facebook -. 6 maggio 1976, avevo 4 anni ed ero ricoverata in pediatria a Udine. Quella sera mi scrissero il mio nome con un pennarello sul polso e mi portarono (assieme a tutti gli altri bambini) nei sotterranei. Chiesi a chi spingeva il mio letto: ‘Dove ci portate? E perché?' Mi rispose (credo fosse stata un'infermiera) con un sorriso: ‘Vi portiamo nei sotterranei perché domani mattina vengono a dipingere l'ospedale'. Insistetti: ‘Perché a quest'ora?' Mi rispose: ‘Ci hanno telefonato ora che vengono domani mattina'. Ci misero tutti assieme, maschi e femmine, in un grande stanzone; c'era poco spazio tra un letto e l'altro. Mi sembrava tutto molto strano, ad iniziare dalle facce serie del personale, ma a me quella spiegazione bastò e mi addormentai…”. Poi, il mattino successivo, in quello stanzone Barbara trovò dei bambini che la sera prima non c’erano. E tra loro c’era anche una bimba che attirò particolarmente la sua attenzione: “Il mattino del 7 maggio, al mio risveglio, trovai dei bimbi che la sera prima non c'erano, una cosa li caratterizzava; avevano tutti dei lividi. Una bimba di 6 anni mi colpì in particolare. Aveva il viso blu di lividi, gli occhi gonfi e tumefatti ed una infinità di graffi ovunque; saltava da un letto all'altro in preda al panico e alla paura gridando: ‘Voglio andare a casa!' Aveva perso tutti sotto le macerie…Vennero mia madre e mia nonna a prendermi (mi dimisero perché avevano bisogno di letti). Avevo 4 anni, non capivo tutto quel trambusto, ma quella bimba mi faceva pena, così tanta pena che decisi di regalarle la mia bottiglia di succo di frutta ed il sacchetto di palloncini gonfiabili che mi avevano appena portato; lei mi guardò, abbozzò un sorriso, strinse il sacchetto al petto, smise di saltare, si stese sul letto e si addormentò…Io andai a casa, non seppi più nulla di quella bambina, non la vidi più, non so nemmeno come si chiama; ma mi è rimasta nel cuore. Lei è il mio primo ricordo del terremoto”.

"Spero che la vita le abbia sorriso" – I familiari di Barbara poi le spiegarono cosa era accaduto e, anche se in quel momento lei non capì, la paura – scrive la donna – “si era impossessata di me senza che me ne rendessi conto”. “Ancora oggi – scrive ancora Barbara – fatico a stare in una stanza se non c'è un lampadario (se sento movimenti o rumori strani devo poter guardare se oscilla)”. E ancora oggi, dopo 43 anni da quel terremoto, continua a pensare a quella bambina: “Mi chiedo come sta, che vita ha vissuto e se si ricorda di me, del mio succo di frutta e dei miei palloncini…e in cuore mio spero che la vita le abbia sorriso, che di lacrime ne ha già versate troppe e le auguro tutto il bene del mondo!”.