la pietà
in foto: "La pietà" di Michelangelo, fra le più emblematiche opere dell’arte italiana

L'iniziativa, non a caso, è stata inaugurata il 20 febbraio, giorno in cui fu pubblicato nel 1909 sulla prima pagina de Le Figaro il Manifesto del Futurismo, simbolo del genio italiano e dell'incisività nel voler compiere rivoluzioni culturali. Una data che è stata di buon auspicio poiché l'iniziativa, lanciata da il Giornale Off, è letteralmente esplosa. Tra i suoi più noti promotori: Emanuele Ricucci, Edoardo Sylos Labini, Guerino Nuccio Bovalino, Andrea Barchetta, Vittorio Guastamacchia, Giovanni Lullo, Claudio Vernarelli e finora ha trovato il sostegno continuo ed esplicito di Vittorio Sgarbi, di Magdi Allam, dell'ex ministro Elio Vito, tramite i loro social, e molti altri importanti nomi della cultura e dell'arte.

Il progresso e il globalismo deculturizzante sono comuni nemici della vera idea di cultura. Le politiche economiche globali irrompono quotidianamente nel vissuto del popolo e dei singoli rendendoli schiavi tanto quanto li rende fragili la paura di poter essere le prossime vittime di un attacco terroristico. Ciò vuol dire che non può essere l’Occidente a difenderci e a rivitalizzarci, non questo Occidente. Non la tecno-finanza creativa, non quell’Occidente che si piega alle culture altrui fino al punto di inscatolare le opere d’arte, incarnazione della nostra essenza civile.

L’arte è potenza e non potere e si mostra ancora più intensamente nel momento in cui viene costretta al silenzio. È l’unico vero collante esistenziale di una comunità. Per spezzare la complicità fra due mondi apparentemente così estranei come quello dell’economia e il fondamentalismo che nega la cultura altrui, l’unica reazione utile è di riappropriarci delle nostre forme di vita culturali.

L'iniziativa #sveliamolarte è un'opposizione categorica all'oscurantismo economico e ai suoi effetti deleteri sulla nostra cultura. Non potrà essere una Banca Mondiale a farci rinascere, ma il nostro patrimonio artistico, costretto in un’occasione ad essere inscatolato, ma soprattutto oscurato dai veli invisibili che hanno reso quello che è il nostro nucleo vibrante esistenziale un semplice ornello da esibire, ormai addirittura neanche esibito per convenienze economiche.

A cambiare dovrebbe essere il nostro approccio alla cultura attuando una sorta di consapevolezza del proprio valore e di risveglio, così come spiega Emanuele Ricucci:

La cultura, in Italia, è già fuori dai musei. È ovunque! Bisogna far uscire gli italiani dal museo mentale, dal concetto di museo come magazzino statico, di contenitore, di attività da fare la domenica: andare al museo a vedere l’arte, come fosse un fatto estraneo alla vita di tutti i giorni. Nei nostri borghi, nelle nostre città, nei capitelli e nelle piazze, da Viterbo a Roma, passando per Siena e Pienza, dall’estremo nord all’estremo sud. L’Italia è un museo a cielo aperto, bisogna solo accorgersene. Deve cambiare l’attitudine, l’approccio alla cultura, che deve essere abitudine e normalità. Tornare alla semplicità, capace di snodare il caos, passo dopo passo. La soluzione più semplice, probabilmente, è la vincente. L’arte deve uscire dai musei, rubata dagli occhi di chi la guarda e poi portata nella normalità. In tempi di abbrutimento, di statue coperte, di pavimentazioni storiche ricoperte dal bitume, vedi a Roma e a Catania, di crolli a Pompei, ma anche di un soffocante materialismo, occorrerebbe tornare a “dedicarsi la vita”, citando Marcello Veneziani, riscoprire la delicata dimensione di intimità che abita necessariamente in ognuno di noi. Lì, si nascondono gli strumenti per riabilitare davvero l’arte e la cultura in Italia, dentro di noi, oltre ogni iniziativa e provvedimento di Stato.