vittime in Siria

Non hanno voluto sparare a dei civili inermi. Non hanno voluto colpire chi manifestava per la propria libertà, per mettere fine ad un'oppressione che ha insanguinato le strade di una nazione. Anche se avevano una divisa addosso e ordini da rispettare, non avrebbero mai ucciso qualcuno della propria gente. Nessun soldato lo dovrebbe fare, mai. Così si sono ribellati agli ordini e sono passati dall'altra parte, dalla parte della gente, pagando con la vita l'insubordinazione.

E' successo ad Idlib in Siria dove quattro militari sono stati giustiziati per essersi rifiutati di sparare sui manifestanti. Fanno parte delle trenta vittime che ci sono state in tutta la Siria nel corso della giornata appena trascorsa. A Idlib gli scontri si sono scatenati proprio tra truppe governative e militari disertori dell'esercito di Assad. Sul campo sono rimaste quattordici vittime. Duri scontri si sono verificati anche ad Homs dove sono rimaste uccise altre dieci persone. Tra le vittime hanno perso la vita anche due bambini.

Le informazioni sugli scontri arrivano grazie al Comitato di coordinamento locale, l'Lcc, che tiene il polso della situazione. Allo stato attuale l'esercito di Assad controlla solo una metà del paese. L'altra parte è sotto il controllo degli insorti. Per questo motivo si susseguono gli atti di violenza da parte del regime che cerca disperatamente di non cedere il controllo delle città strategiche. A nulla serve la pressione della comunità internazionale che ha chiesto ad Assad di lasciare il potere al suo vice e di fermare immediatamente le violenze.

I ministri degli Esteri si sono riuniti all'Onu per mettere a punto una risoluzione che fermi la strage di innocenti pur non paventando l'eventualità di un intervento di forze straniere. Fortemente contraria alla risoluzione si è detta la Russia. Secondo il ministro degli esteri Gennady Gatilov, se Assad lasciasse il potere la Siria cadrebbe direttamente in una guerra civile. Per adesso la priorità è fermare le violenze che già stanno consegnando un bilancio di vittime che non ha nulla di diverso da una guerra civile anche se a provocarle sono le truppe fedeli al dittatore.