Tecné: 12%. Demopolis 9%. EMG 8,8%. SWG 8,3%. IPSOS 7,1%. I numeri, i dati dei sondaggi in particolare, non dicono tutto, ma mai come in questo caso aiutano a fotografare il momento. Forza Italia è un progetto politico che sembra avvitarsi in una spirale discendente inarrestabile e l’annuncio della ricandidatura di Silvio Berlusconi alle prossime elezioni europee non ha sortito alcun effetto positivo. Berlusconi non è più un fattore, ma un politico ormai ai margini della scena mediatica e senza una vera prospettiva di rilancio nel breve e medio periodo.

Un epilogo facilmente prevedibile, nonostante la fitta cortina fumogena della macchina mediatica, che non più di qualche mese fa parlava di un clamoroso ritorno in campo di Silvio Berlusconi. “Silvio is back” strillavano titolisti e commentatori da talk show, sulla scia dei risultati positivi delle elezioni amministrative e successivamente della vittoria alle Regionali siciliane. Dopo il patto dell’arancino con gli alleati Meloni e Salvini (con tanto di improponibile torta glassata a sostituire programmi e percorsi comuni), poi, Berlusconi era diventato “l’uomo che unisce” e nell’intero racconto pre-elettorale delle politiche del 2018 le scissioni, l’assenza di leadership, di ricambio generazionale e di comunanza su temi e principi della coalizione di centrodestra, erano passate in secondo piano, marginalizzate e depotenziate. La realtà si era poi occupata di spazzare via la cortina fumogena, chiarendo non solo che Silvio Berlusconi era ormai disallineato rispetto agli elettori del centrodestra, ma anche che non aveva alcun reale controllo sul cartello elettorale con Salvini e Meloni. La gestione teatrale e sgangherata del post 4 marzo, infine, era il manifesto di un tramonto politico ineluttabile, con Salvini che si sedeva comodamente a discutere con quelli che “non sono buoni neanche a pulire i cessi” e Meloni che ribadiva quanto lei e la sua cerchia non avessero nulla a che fare con la destra liberale, cominciando a proporre crociate, blocchi navali e nazionalizzazioni.

Difficile spiegare in poche parole cosa sia andato storto nel processo di “ri-berlusconizzazione”. Forse gli italiani hanno smascherato con il voto la favoletta dell’uomo più divisivo e feroce della Seconda Repubblica che tutto a un tratto si era scoperto moderato e responsabile. Probabilmente in pochi hanno creduto che l’imprenditore della paura potesse essere l’uomo in grado di rassicurare i moderati, che l’uomo che aveva portato post fascisti e secessionisti al governo del Paese potesse trasformarsi in uno statista bonario e rassicurante. Magari gli elettori hanno capito ciò che tutti fingevano di non vedere: il centrodestra non solo non esisteva, ma non aveva né un programma, né un nome spendibile, né una intesa di massima. O semplicemente arriva il momento in cui le carriere, anche quelle politiche, finiscono.

Ora, nel pieno della concretizzazione dello “scenario zero”, ovvero del governo Lega – Movimento 5 Stelle, dell’esplosione del consenso per Matteo Salvini, dello svuotamento del bacino elettorale della destra liberale in favore di una destra populista / sovranista che mira a essere autosufficiente in termini elettorali, della grande corsa degli eletti forzisti sul carro leghista (ma anche di esponenti del mondo dello spettacolo, del giornalismo e della cultura), l’idea di ripresentarsi in prima persona come candidato alle elezioni europee va oltre il “tentativo disperato”. E questo a prescindere dalle valutazioni sulla figura di Berlusconi, sui suoi trascorsi politici e giudiziari.

È una scelta sbagliata, inutile, dannosa, per il centrodestra, per noi e anche per lo stesso Silvio Berlusconi. 

Non serve al centrodestra e a Forza Italia, all’interno della quale qualcosa si sta muovendo, con Tajani pronto da tempo alla successione e Carfagna che sta facendo un interessante percorso di costruzione e riposizionamento politico. Non serve al blocco moderato e liberale, che non può essere credibile e attrattivo se legato alla figura di un ultraottantenne pregiudicato e reduce da una esperienza politica ultraventennale. Non serve a Berlusconi, che rischia di mettere la faccia su un flop clamoroso, forse epocale se Salvini riuscirà a indirizzare la campagna elettorale su un referendum pro o contro l’Europa. Non serve al dibattito politico pubblico, che non ha proprio bisogno di argomenti del tipo "era meglio Berlusconi del governo gialloblu?"

Non serve agli italiani, cui forse sarebbe il caso di risparmiare decine di stanche comparsate in tv, di ospitate nei talk show dei soliti opinionisti, ma soprattutto l’ennesima operazione tenerezza. E forse anche qualche triste, tristissima, barzelletta.