Dopo le notizie confortanti trapelate nei giorni scorsi sulla sorte di Silvia Romano, la cooperante italiana milanese rapita in Kenya nove giorni fa, cala il silenzio sulla vicenda che sta tenendo con il fiato sospeso intere comunità in Italia e associazioni di volontariato in tutto il mondo. L’ottimismo che circolava nei giorni scorsi, dopo i numerosi avvistamenti della ragazza e dei suoi rapitori e le notizie vere o presunte trapelate dalla base operativa delle forze di polizia keniane a Garsen, sta lasciando spazio allo sconforto dovuto soprattutto alla complessità delle operazioni di ricerca in corso ormai da diversi giorni.

Il problema principale riguarda soprattutto la difficoltà di penetrare nella foresta in cui si sarebbe rifugiata la banda che ha in ostaggio la ragazza. Si tratta di una vasta area impervia e difficilmente raggiungibile con i mezzi di soccorso, ma che nel contempo offre ai rapitori protezione e cibo a sufficienza per sopravvivere anche per diverse settimane. Nella zona, infatti, vivono piccole comunità e famiglie appartenenti a tribù semi-nomadi che possono offrire viveri, acqua e ospitalità ai criminali e al loro ostaggio.

Insomma, il rischio è che la soluzione della vicenda sia ancora lontana dalla conclusione. E non solo: con i giorni che passano in fretta, aumenta anche il rischio che Silvia Romano possa essere venduta a bande criminali somale e portata verso zone al confine con la Somalia dove vivono gruppi estremisti legati ai fondamentalisti islamici di Al Shabaab. Le autorità locali e le forze di polizia continuano a mantenere il più stretto riserbo per non alimentare facili entusiasmi o incomprensibili allarmismi, la sola certezza è che la giovane cooperante milanese sia ancora viva. E questo per ora può bastare a chi attende con ansia la sua liberazione, soprattutto la famiglia in stretto contatto con la Farnesina e l’ambasciata italiana a Nairobi.

Ha collaborato Gennaro Punzio