“Avevo provato a scappare una volta, ma lui mi ha beccata e da allora mi ha sempre minacciata di morte. Quando andai a partorire mi disse che se avessi osato raccontare qualcosa alle infermiere mi avrebbe uccisa insieme al piccolo”. È l'agghiacciante racconto di Mariana, la donna liberata dai carabinieri nel tugurio di Lamezia Terme, in Calabria, dove il suo aguzzino l'ha tenuta segregata per 10 anni, costringendola ad avere due figli da lui. La donna ha deciso di rendere pubblica la sua esperienza di fronte alle telecamere di ‘Pomeriggio Cinque'.

È calma mentre parla del suo carceriere, un tempo il suo ex datore di lavoro: "Più di una volta mi ha spaccato la testa, una volta con il martello, una volta con un palo di legno, e mi ha ricucita con ago e filo da pesca” dice con volto che non tradisce emozioni. Mariana, di origini rumene, oggi è come svuotata, ma non rinuncia a credere che possa esserci giustizia per quanto patito dall'uomo che per anni l'ha terrorizzata. Tra poco inizierà il processo e Mariana aspetta quella data stringendosi ai due figli avuti dagli abusi, un dono ricevuto all'inferno.

La giovane, infatti, ha vissuto per anni in un appartamento con finestre e porte sigillate e in un rudere in campagna a Lamezia Terme. Violentata, picchiata, insultata: Mariana è stata vittima anche della crudeltà del figlio del suo aguzzino: “Lo aveva aizzato contro di me dicendogli che non gli volevo bene”. Poi un giorno qualcuno ha notato le condizioni disumane in cui il bambino andava in giro con il carnefice e i carabinieri hanno fatto il resto. “Ho ancora paura. Quando ci hanno liberati faceva freddo. Ho avvolto la mia bambina in una coperta e siamo andati via. La famiglia di lui ancora mi minaccia”.