È forse il primo, grossolano, errore di Maria Elena Boschi: preferendo il fare al dire la ministra ha cercato sempre di parlare il meno possibile, concentrandosi sul legare il proprio cognome ad una serie di riforme. A differenza di altri membri del governo la Boschi sembra avere imparato la lezione renziana: lasciare a Matteo la comunicazione e concentrarsi sulla sensazione di essere impegnati, al lavoro, in movimento. Per questo l'uscita di ieri della Boschi a Desenzano del Garda, tappa del tour che il PD ha voluto programmare per tutta Italia in previsione del referendum costituzionale di ottobre, è un errore marchiano: “Sappiamo – ha detto Boschi – che parte della sinistra non voterà le riforme costituzionali e si porranno sullo stesso piano di CasaPound e noi con CasaPound non votiamo“. Incassando un applauso (per altro imbarazzato) da parte dei tifosi presenti.

È un autogol, quello della Boschi, per diversi motivi ma soprattutto è la prima vera "caduta di stile" di una campagna che dimostra già ora mostra di tendere i nervi ai componenti del governo: quella che dovrebbe essere una discussione nel merito ("stare nel merito delle cose" è un altro dei comandamenti del gruppo di comunicazione vicino al premier che dall'inizio della legislatura sembra essersi perso per strada) si sposta, al solito, sulla delazione degli avversari che questa volta non sono solo più conservatori o gufi ma addirittura parafascisti.

  1. Valutare un obiettivo politico in base alle compagnie che ci si ritrova è un'accusa che rischia di diventare patetica se lanciata da un governo che ha Angelino Alfano come Ministro degli Interni e Denis Verdini (e con lui gli altri transfughi berlusconiani) a sostenere i numeri della maggioranza. Il bambinesco "dimmi con chi vai e ti dirò chi sei" funziona se lanciato da compagini politiche di specchiata moralità in ogni passo del proprio percorso e con una storia limpida e maggioranza chiara: ecco perché in questa legislatura, forse, sarebbe meglio tacere.
  2. Citare Casapound èun trucco pericoloso: prendere il particolare per descrivere il generale è lo stesso percorso che renderebbe facilmente il PD  amico dei casalesi (per l'indagine Esposito in Campania), a favore dell'evasione fiscale (per la vicenda Soru) e altre cento cose. Ultimamente i democratici hanno scelto una tecnica d'attacco difficilmente condivisibile: attaccano il M5S con gli stessi mezzi, si dicono garantisti per poi sparare a palle incatenate contro il grillino Nogarin a Livorno, accusano di banalizzazione gli avversari e poi si perdono su un #ciaone. E ora con un Casapound che suona più o meno della stessa bambineria.
  3. Quella che vota contro la riforma costituzionale non è una parte della sinistra ma è la sinistra. Tutta. Ci stanno dentro tutti i partiti al di qua del PD (e l'ultimo lembo di sinistra all'interno del PD) ma soprattutto c'è l'ANPI. Lo stesso ANPI che in un comunicato congiunto con l'ARCI, per bocca del suo presidente Smuraglia, non molti giorni fa ha scritto: «Carissime e carissimi,
    stiamo entrando nel vivo della campagna referendaria, per ottenere un NO alla riforma del Senato, voluta dal Governo e per ottenere due SI agli emendamenti che proponiamo alla legge elettorale. È una battaglia che stiamo conducendo anche con altre forze, ma nella quale noi – ANPI ed ARCI – uniti da un protocollo di intesa, non formale, vogliamo impegnarci a fondo, con la nostra autonomia, la nostra indipendenza di pensiero, il nostro modo, comune, di voler realizzare appieno la democrazia.» Sarebbe bastato google, per dire. e invece no: la Boschi è riuscita ad accusare l'ANPI di essere fascista. Genio.
  4. La personalizzazione è un trappola che hanno scorto in molti: basta leggere i manifesti di molti dei comitati per il no (ANPI incluso, per dire) dichiarano chiaramente di non avere nessuna voglia di testare io no la tenuta del governo ma piuttosto difendere la Costituzione, il diritto alla rappresentanza dei cittadini e il meccanismo di sovranità popolare. Il referendum insomma ha imboccato già una strada molto "politica" che richiede motivazioni politiche, argomentazioni ponderate e dibattiti sui concetti. L'uscita della Boschi è un "buttare la palla in tribuna" quando ancora manca troppo alla fine della partita. Un catenaccio che stride con i tempi.
  5. I fascisti si chiamano fascisti e Casapound è solo una goccia dell'universo neofascista. Viene il dubbio che alla Boschi faccia gioco citare un movimento piuttosto che la posizione politica perché in questa maggioranza ci sono alcuni che non hanno mai nascosto di avere posizioni ultradestrorse. Immaginate se la Boschi avesse detto "parte della sinistra voterà con la destra". Sarebbe stata seppellita da una risata. O no?

Per almeno 5 motivi (ma ce ne sarebbero altri) la frase della Boschi è un errore. Un errore che potrebbe essere stato per superficialità o per nervosismo e in entrambi i casi è uno sbaglio pesante per chi governa. E ancor di più per chi, come la Boschi, di questo governo vorrebbe essere la faccia più pop.