“La Bestia era diventata con gli anni ‘la mia Bestia’. È cominciato tutto in modo soffuso, graduale, invisibile.” Celeste Belcari ha venticinque anni e vive a Ponsacco (PI) con i genitori, sua sorella e la nonna. Lavora in un tabacchino da tre anni, da quando il suo “problema” le ha interrotto gli studi in Psicologia.

“Ho iniziato tre anni fa un Master in Counselling e Analisi Transazionale che ha, gradualmente, sanato l'immagine che avevo di me stessa nel futuro. Mi ero già vista a fare qualcosa che non mi avrebbe soddisfatta, invece adesso ho un diploma in Counsellor e mi preparo a finire il terzo anno per esercitare.”

La scelta più giusta fatta negli ultimi anni, racconta. Tanto che quella laurea in Psicologia in sospeso Celeste vorrà riprenderla presto. Ma la sua storia inizia tanto tempo fa, dobbiamo andare indietro di tredici anni.

“Quando io ne avevo dodici, mio cugino di otto anni è morto in pochi mesi per un tumore cerebrale maligno. Mia zia paterna, dopo la morte di sua figlia tredicenne, si lasciò morire rifiutando le cure per la sua malattia. In questo momento di tragedie concentrate ho scoperto di avere un idrocefalo dovuto a una ‘malformazione congenita', così ho subìto due operazioni urgenti.”

È qui che inizia la storia di Celeste. Il suo incipit “che spesso ha confuso come inizio della sua vita”, come dice lei. Quando poi, un anno dopo, nell’estate tra la terza media e la quarta ginnasio, l’anoressia ha bussato alla sua porta.

“‘Non mangio più la pasta’, ‘Non mangio più il pane’, ‘La cioccolata che mi piace da morire deve sparire dal mio mondo’. Di giorno in giorno sono state sempre meno le cose che mi concedevo: le quantità e le tipologie di cibo si sono ristrette a vista d’occhio e anche io mi sono ristretta a vista d’occhio.”

“Perché ti fai questo?”, “Ma come ti sei ridotta?”, “Ma non ce la fai a sforzarti un po’?”. Frasi costanti dal mondo esterno, ma a lei non importava di niente negli anni in cui l’anoressia ha guidato ogni sua scelta. Proprio questa era la sensazione che le piaceva tanto: non sentire niente. E poi la vendetta verso tutti quei “Celeste è forte”, “Celeste ce la fa”, “Celeste è brava”, “Celeste è la figlia, la nipote, la bambina, la studentessa, la guerriera perfetta”:

"L’anoressia mi ha dato modo di gridare: ‘Guardate! Sono debole! Guardate qui, che invece sono solo un mucchio di ossa fragili. Guardate, che forse mi merito proprio di morire.' Nel contempo, il gioco subdolo fra me e la mia Bestia è stato quello di farmi sentire davvero forte, di una forza disumana e malata, invincibile."

È stata sua mamma a portarla da una psicologa, quando il sottopeso ha raggiunto quel numero che tanto l’anoressia le aveva fatto bramare in poco più di tre mesi. Fu ricoverata in una struttura per disturbi alimentari con addosso 36 chili d’anima.

Unica foto rimasta dell’ospedale, Celeste: "Qui facevo il Grande Puffo".
in foto: Unica foto rimasta dell’ospedale, Celeste: "Qui facevo il Grande Puffo".

"Ci sono voluti tanto tempo, tante lacrime e tante energie per capire di avere un problema, per capire di voler guarire e di voler vivere. Per accettare di farmi aiutare e iniziare ad aiutarmi. Oggi ringrazio di aver accolto le cure e l’amore che mi è stato dato, so di aver iniziato un viaggio meraviglioso dentro di me, alla scoperta di cosa si nascondeva dietro ai ruggiti di quella Bestia."

Passano gli anni e arriva l’esame di maturità al liceo Classico. Inizia il lavoro in un bar. Arriva il 2015. Una risonanza di controllo annuale alla testa dice, dopo dieci anni, che la “malformazione congenita” non era una “macchiolina” che si sarebbe portata dietro a vita: era un tumore ed era letteralmente esploso. Così operano Celeste per rimuovere parte di quel tumore, solo quella esplosa dato che l’altra è al centro del cervello: meglio non toccarci lì con il bisturi, dicono.

"Dal 7 Aprile 2015 ho passato mesi surreali. Mi sono sentita sbattuta da un muro all’altro con la violenza che solo la minaccia della morte può avere. Mi hanno dimesso dopo vari ricoveri più o meno lunghi, dicendomi che il pezzettino residuo di tumore avrebbe potuto decidere di ‘ritirarsi’, ‘rimanere lì’ oppure ‘crescere di nuovo’. Non si può sapere se non controllandolo annualmente con la risonanza magnetica. Da quel momento è iniziata una nuova fase della mia vita: quella della consapevolezza.”

Estate 2015.
in foto: Estate 2015.

La Bestia in tutto questo ha assistito da protagonista. Dopo anni di silenzio Celeste la avverte di nuovo vicina, ben stretta. Stavolta, però, la sfrutta solo nell’illusione di “sentirsi forte”: nessuna funzione vendicativa, anzi. È diventata una migliore amica, una confidente che le ha permesso di ripercorrere passaggi del passato ma vissuti da grande, da più vicino.

"Ho iniziato a leggere del mio tumore, a sfogliare ogni esame fatto da quando avevo dodici anni, a studiare le parole mediche usate e a cercare online storie cliniche come la mia. Mi si è spiattellata davanti una realtà che non avevo mai visto così chiaramente: ‘Io ho un tumore cerebrale'. Ho passato diverse fasi da quando mi sono detta questa cosa per la prima volta: sono stata travolta dal terrore, ho provato una rabbia incontenibile, mi sono sentita anche spacciata, condannata e senza speranza. Poi ho iniziato ad accettare ed accettarmi. Ho accolto la paura e la rabbia: le ho capite. Ho accolto la Bestia e le ho riconosciuto il ruolo di malattia, dividendola da me stessa. Ho diviso anche le mie emozioni da quelle delle persone care. Mi sono identificata."

Nella vita di Celeste ci sono ancora momenti di stress dove la voglia di cibo si restringe, ma questo non minaccia la sua vita e non la porta più a un sottopeso. Riconosce quando questo accade e cerca di volersi bene al meglio che può. L’ultima risonanza di controllo annuale è stata a Dicembre, e per la prima volta è andata alla visita dal neurochirurgo da sola.

“Si può dire che ho conosciuto per la prima volta il neurochirurgo, almeno con i miei occhi e i miei sensi, e non con quelli di qualcuno che ha mediato per proteggermi. Ho conosciuto per la prima volta anche me stessa di fronte al mio tumore.”

La risposta della risonanza, ma soprattutto del medico, è stata chiara: “C’è un tumore Celeste, chiamiamolo con il suo nome”: è in quel momento che la ragazza ha instaurato una vera alleanza col suo dottore, che dal punto di vista neurologico l’ha trovata più sana e reattiva, “più luminosa”:

“È stato un complimento stupendo. Quando sono uscita dalla stanza del medico mi sono sentita al sicuro. Mi ha spiegato quali sono le strade possibili e per ognuna quali sono le risorse a disposizione. Nel frattempo mi ha tenuta anche nel presente, in cui non è ancora successo niente e in cui posso fare tutto ciò che voglio. Da quel momento, forse, mi sono data il permesso di ‘Vivere'. Non di vivere ‘a prescindere’ o ‘nonostante’ ma di vivere perché sono viva. Ho voglia di far progetti per il mio futuro, di iniziare a lavorare come Counsellor, di viaggiare. Può sembrare strano ma non avevo mai vissuto davvero.”

C’è sempre stato, per Celeste, un pensiero di sottofondo che le sussurrava di andarci piano. Un’apnea costante. Adesso, invece, ha scelto di reagire e di raccontare la sua storia in un libro, “Il peso delle ali”: un romanzo autobiografico che racconta di Sara, che poi è Celeste e chissà quante altre. Ha voluto mostrare la crudezza della sua storia impugnando una penna per tracciare un binario parallelo, graffiante ma mai cattivo perché alla fine la vita continua.

“Voglio vivere a pieno nei panni di me stessa. Non di altri e non per altri ma per me. Mi dà la sensazione fisica di un pizzico al cuore, come fanno le prime volte e le avventure entusiasmanti. Non dimentico il fatto di avere un tumore, ma accetto i miei momenti di paura e di sconforto e mi perdono, così ho l’occasione di godermi i momenti in cui non ci penso. Finalmente, dopo tredici anni, dall’inizio della mia storia, non della mia vita ma della mia storia, dico e mi dico: sono viva e voglio vivere.”

"Il peso delle ali", il libro di Celeste Belcari
in foto: "Il peso delle ali", il libro di Celeste Belcari