"Portami dove sei nata": il libro di Roberta Scorranese è stato pubblicato ad aprile da Bompiani nella collana Overlook.
in foto: "Portami dove sei nata": il libro di Roberta Scorranese è stato pubblicato ad aprile da Bompiani nella collana Overlook.

“Riconosco i miei fantasmi dall'odore di cosa viva. È un attimo. Incrocio per strada un paio di occhi neri con le palpebre rivolte leggermente all'ingiù e subito un volto si sovrappone a un altro, con la nitidezza di un ricordo gemmato chissà dove negli anni”. Il ricordo, quando unendosi alle emozioni incontra le parole, diviene racconto: è quello che accade nel libro di Roberta Scorranese, “Portami dove sei nata”, pubblicato nell'aprile 2019 da Bompiani nella collana Overlook. Il luogo in cui l’autrice ci porta è Valle San Giovanni, in provincia di Teramo, sotto il Gran Sasso.

L’Abruzzo, una terra “di miracoli e di crolli”

Ma questo piccolo paesino con poco più di cento abitanti è solo il punto di partenza di un viaggio in quella “terra di miracoli e crolli” che è l’Abruzzo. Un viaggio che Roberta Scorranese compie attraverso i ricordi della propria storia familiare, dagli anni Quaranta agli anni Ottanta, ma che qua e là lasciano spazio anche alla storia presente: quella dolorosa, ancora attuale, di una terra spaccata in due dal terremoto. Una terra però ancora forte e orgogliosa che ha sempre creduto nei miracoli e che continua a farlo, nonostante i crolli.

L’Abruzzo della Scorranese è una terra in cui ai santi si dà del tu, e in cui i miracoli sono interpretati quasi come la restituzione, dovuta, di tutto l’impegno che la vita richiede (“San Gabriele, io me la ricordo quella volta che nonna Chiarina ti tenne il muso per giorni: lei ti aveva mandato i soldi per le messe, le offerte per il convento e tutto, ma tu la povera Viola, la vacca più grassa, non gliel'hai salvata”). È una terra che ha sempre conservato un legame fortissimo con la natura: e che, a causa di essa, ha pagato un prezzo molto alto.

È una terra che ha una fede immensa, anche dopo dieci anni da quel terribile terremoto che l’ha spaccata in tanti pezzi: “C’è dimestichezza con la divinità, cosa che invidio molto. E così, da questa ‘fede visionaria’ traiamo la nostra forza: sappiamo immaginarci diversi, sappiamo vederci diversi. E questa fantasia può aiutare le ricostruzioni, quelle edilizie e quelle morali. Ci appoggiamo a una fede laica, narrativa. Ecco, il racconto: il potere salvifico del racconto”.

L’Abruzzo della Scorranese, terra delle donne

Ma l’Abruzzo della Scorranese è anche una terra governata dalle donne. La granitica durezza di Santina nei confronti della vita, il coraggio di Celestina nell'affrontare il suo destino “fuori posto”, e la commovente fermezza di nonna Chiarina nell'accettare il suo di destino, come qualcosa di già scritto ma di meraviglioso: tutte queste storie, e molte altre, rievocano un mondo in cui l’elemento femminile è centrale. Le storie personali delle donne della famiglia, ricostruite dall'autrice attraverso i ricordi, le suggestioni e i racconti ascoltati da bambina, vanno a comporre un affresco molto più grande in cui ad emergere, con emozionante chiarezza, è il cuore dello spirito abruzzese.

“Come avviene in tutte le cosiddette società chiuse, gli uomini regnano ma non governano, mentre le donne non regnano ma governano”, spiega Roberta. E così, l’Abruzzo dei ricordi prende forma nella pagina scritta come un mondo ancestrale, legato indissolubilmente ai miracoli e alla spiritualità di cui le donne si facevano custodi attraverso abitudini e pratiche molto particolari. Ma le donne del passato, quelle vissute a Valle San Giovanni negli anni Cinquanta, non sono tanto diverse da quelle di oggi: “la storia di Cesira che prende la patente sostenendo gli sguardi di un intero paese sulla piazza, con gli abitanti (e il marito in testa) pronti a sottolineare ogni sbavatura della sua manovra di parcheggio, sembra ambientata oggi: chi può dire che, nei piccoli paesi, gli stereotipi sulla donna alla guida siano scomparsi?”.

Fra presente e passato: il dialetto, e i serpenti

Roberta Scorranese ha lavorato a lungo per incastrare alla perfezione tutti i piccoli pezzi di questo mosaico: tutte le storie del libro sono vere, sia quelle di ieri che quelle di oggi. Molte di quelle ambientate al presente sono state raccolte dall'autrice in prima persona nei luoghi del terremoto, mentre tutte le altre storie, quelle del passato, sono state collezionate nei ricordi e nei racconti dei nonni, degli zii e degli abitanti del paese. La lingua stessa, che molto spesso compare nel libro sotto forma di dialetto, è indispensabile per comprendere questa unione di passato e presente: “Ho creato una sorta di neo idioma, che non si regge sul dialetto puro e nemmeno sull'italiano asettico, ma mescola i registri e gli idioletti, in modo da restituire il carattere di un territorio”.

Roberta Scorranese lascia la sua terra d’origine a vent'anni e, a distanza di molto tempo, le storie non vissute e i ricordi ascoltati da bambina si sono riproposti davanti ai suoi occhi con forza, chiedendo di essere recuperati: “C’è un momento preciso in cui la vita ti appare sotto forma di racconto”, scrive l’autrice. “Mi mancava quel passato che non avevo vissuto e che ho voluto ricostruire dando voce ai luoghi e alle persone che hanno composto la mia struttura emotiva primaria. E in copertina ho scelto di mettere i serpenti non solo perché sono legati a un’antica tradizione, quella dei serpari di Cocullo, ma anche perché questo libro è un ritorno a casa, e tutti i ritorni sono fatti di seduzione e paura. I serpenti esprimono questo sentimento contrastante”.