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11 Luglio 2022
16:59

Un lavoratore su tre guadagna meno di mille euro al mese e avrà una pensione da fame: i dati Inps

“La percentuale di lavoratori sotto la soglia di 9 euro lordi l’ora è 28%, ovvero oltre 4,3 milioni, e quasi un lavoratore su tre guadagna meno di mille euro al mese. Chi è povero lavorativamente oggi sarà un povero pensionisticamente domani”: lo ha detto il presidente dell’Inps presentando l’ultima relazione annuale.
A cura di Annalisa Girardi
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Il quadro occupazionale in Italia appare sostanzialmente buono, ma preoccupa l'elemento delle retribuzioni. Nell'anno successivo allo scoppio della pandemia di coronavirus il blocco dei licenziamenti è stato superato "senza che si registrassero per questo particolari concentrazioni o livelli inusuali". Ma i lavoratori che percepiscono meno di 9 euro lordi l'ora sono 4,3 milioni, il 23,3% del totale. È quanto si legge nella Relazione annuale dell'Inps sul 2021, presentata dal presidente Pasquale Tridico oggi alla Camera, che ha sottolineato anche l'aumento delle diseguaglianza di genere. L'anno scorso infatti la retribuzione media delle donne risultava pari a 20.415 euro, il 25% in meno di quella maschile.

Cosa ci dicono i dati dell'Inps sul salario minimo

"La crisi pandemica appare pressoché riassorbita in termini di partecipazione al mercato del lavoro, in particolare sul numero degli occupati, ma non ancora in termini di volume di ore lavorate, con conseguenze sfavorevoli sul piano delle retribuzioni complessive. Questa esperienza deve spingere a ripensare il contratto sociale che ha regolato finora la partecipazione alla vita economica degli italiani", ha commentato Tridico. Per poi sottolineare come in Italia "il fenomeno della povertà lavorativa sia più marcato che negli altri Stati europei". E ancora: "La percentuale di lavoratori sotto la soglia di 9 euro lordi l'ora è 28%, ovvero oltre 4,3 milioni, e quasi un lavoratore su tre guadagna meno di mille euro al mese, considerando anche i part-time. A ciò si aggiunge il problema della instabilità lavorativa, eccessiva flessibilità che diventa spesso precarietà o insufficienza di ore lavorate per mese. La percentuale di part-time e' al 46% tra le donne, il dato più alto nella Ue, contro il 18% tra gli uomini, e una parte prevalente di questo part-time è considerato involontario".

Insomma, ha ribadito Tridico, le diseguaglianza nei redditi stanno aumentando e un riordino dei contratti, insieme a un minimo salariale, sono da auspicare per evitare la povertà lavorativa. Lo ha sottolineato anche il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, intervenendo a margine: "Dopo l'approvazione della direttiva sul salario minimo in Europa penso che vi siano le condizioni per una intesa con le parti sociali per arrivare ad un punto di caduta positivo che tenga conto della peculiarità italiana, facendo derivare il Salario minimo, comparto per comparto, dai contratti comparativamente maggiormente rappresentativi. I mezzi di informazione parlano di mancanza di mano d'opera nel settore dei servizi, della ristorazione e persino, più recentemente, della logistica. Manca però l'informazione sulla domanda di lavoro, ovvero sulle condizioni lavorative (orari e retribuzioni) che vengono offerte e sul perché di questa difficoltà, anche rispetto all'incidenza sul sommerso e sul lavoro nero"

"Lavoro povero oggi è una pensione povera domani"

L'Inps ha messo sul tavolo anche una serie di calcoli. Versando contributi per 30 anni, con un salario di 9 euro lordi l'ora, un lavoratore avrebbe una pensione, raggiunti i 65 anni, di circa 750 euro. "Un'ulteriore ragione che induce a preoccuparsi del fenomeno della povertà lavorativa di oggi è il fatto che chi è povero lavorativamente oggi sarà un povero pensionisticamente domani", ha sottolineato Tridico. E ancora: "All'interno della povertà pensionistica sono sempre le donne ad essere ripetutamente penalizzate, hanno avuto un allungamento della vita lavorativa per allinearla a quella degli uomini, andando in pensione più tardi di quanto si aspettassero al momento in cui entrarono nel mercato, pur avendo lavorato meno a lungo e tipicamente meno ore, ad una paga oraria/settimanale inferiore a quella degli uomini".

Il quadro italiano nel post pandemia

Nel 2021, prosegue la Relazione dell'Inps, il 40% dei pensionati ha percepito un reddito pensionistico lordo inferiore ai 12 mila euro. Dal 1995 l'indice di Gini, che misura le diseguaglianze, è cresciuto di circa il 10%: l'anno scorso per quanto riguarda i redditi pensionistici era allo 0,35, inferiore a quello delle retribuzioni che è allo 0,46. Il report quindi, per riassumere, mette in evidenza queste diseguaglianze di genere ed età nel mercato del lavoro, avvertendo come nei prossimi anni, se non ci sarà un'inversione di tendenza, le pensioni saranno sempre più povere. La fotografia dell'Italia post pandemia, insomma, è quella di un Paese lontano dagli obiettivi dell'Unione europea, che sta facendo i conti con ampi divari che peseranno sempre di più negli anni a venire. "La guerra in Ucraina e i noti processi di transizione in atto nell'economia non ci permettono di stare tranquilli. Il tema del contenimento e del contrasto alle diseguaglianze e ai rischi di esclusione sociale sono sempre più centrali", ha concluso Orlando.

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