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Perché la lettera di Matteo Salvini può davvero far cadere il Governo

Il voltafaccia di Matteo Salvini sulla volontà di affrontare il processo per il caso Diciotti apre la crisi politica più grande dalla nascita del governo Conte. Solo qualche giorno fa, Luigi Di Maio aveva dichiarato pubblicamente che il Movimento 5 Stelle avrebbe votato a favore dell'autorizzazione a procedere. La lettera di Salvini cambia tutto. Ci troveremmo di fronte a un vicepresidente del Consiglio che manda a processo l'altro vicepresidente del Consiglio, senza che il Presidente del Consiglio sia minimamente legittimato a parlare.

Era la fine di agosto quando Matteo Salvini, in una intervista a Libero Quotidiano, gongolava all’idea di essere stato indagato per sequestro di persona dalla procura di Agrigento, parlando di “inchiesta boomerang” e dicendosi certo del fatto che nessuno avrebbe potuto fermarlo, men che meno un magistrato. In particolare, c’era un passaggio centrale dell’intervista di Fabio Rubini:

Se il Tribunale dei Ministri decidesse di accusarla, sarà il Senato a dover votare la sua processabilità. Cercherà voti "amici" per sfangarla?

Assolutamente no! Se il Tribunale dirà che devo essere processato andrò davanti ai magistrati a spiegare che non sono un sequestratore. Voglio proprio vedere come va a finire…

Ecco, come è andata a finire lo sappiamo: il ministro dell’Interno si è reso protagonista di un clamoroso voltafaccia, scrivendo una lettera al Corriere della Sera per chiedere che il Senato neghi l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti chiesta dal Tribunale dei ministri di Catania. Nella lettura di Salvini e dei suoi legali, “non si tratta di un potenziale reato commesso da privato cittadino o da leader di partito”, ma di una “decisione che non sarebbe stata possibile se non avessi rivestito il ruolo di responsabile del Viminale”. Dunque, trovando applicazione la speciale procedura di cui all’art. 96 della Costituzione (“Il Presidente del Consiglio dei Ministri ed i Ministri, anche se cessati dalla carica, sono sottoposti, per i reati commessi nell'esercizio delle loro funzioni, alla giurisdizione ordinaria, previa autorizzazione del Senato della Repubblica o della Camera dei deputati, secondo le norme stabilite con legge costituzionale”), il Senato dovrebbe bloccare il processo nei suoi confronti.

Una scelta che Salvini ritiene corretta perché avrebbe agito in nome di un “preminente interesse pubblico”, in ossequio alle disposizioni dell’articolo 10 del Testo Unico sull’immigrazione. Ma soprattutto, e questa appare la questione centrale, il ministro dell’Interno rivendica nuovamente di aver compiuto una scelta tutta politica, condivisa dall’intero governo, che chiama indirettamente in correità.

È il vero nocciolo della questione, quello su cui si dovranno esprimere i senatori e, allo stesso tempo, quello su cui rischia di spaccarsi la maggioranza. I senatori dovranno decidere se lo stop allo sbarco dei migranti a bordo della Diciotti sia stato un “atto politico” (che è insindacabile) o un “atto amministrativo”. Per i giudici del Tribunale dei ministri di Catania ci sono pochi dubbi: lasciare 177 migranti a bordo della Diciotti per cinque giorni è un atto che presenta “un’immediata e diretta capacità lesiva nei confronti delle sfere soggettive individuali”, dunque non rientra tra i comportamenti che mirano a “perseguire l’interesse politico dello Stato”. Peraltro, come ricostruito da Pipitone e Trinchella sul Fatto, la “decisione di non indicare il porto, tra l’altro, è di competenza del dirigente responsabile del Dipartimento per le Libertà civili e per le immigrazione, quale articolazione del Viminale” e non si può vietare un POS unicamente per  “ragioni di tipo politico”.

La mossa di Matteo Salvini rischia di spaccare la maggioranza

L’iter è noto: tocca prima alla Giunta per le Elezioni e le immunità parlamentari del Senato, che dovrà esprimersi con un voto. Sulla relazione della Giunta si esprimerà poi il Senato della Repubblica, che potrebbe mandare o no a processo il ministro dell’Interno, che è appunto un senatore. Fino a qualche giorno fa non c'erano dubbi sull'esito finale del voto, ora, dopo la lettera al Corsera, il risultato, tanto in Giunta quanto in Aula, non è affatto scontato e dipende da una serie di scelte, sia individuali che di gruppo. Con il no di Lega e Forza Italia, infatti, la responsabilità è tutta sulle spalle del Movimento 5 Stelle. E questo è il vero caso politico del mese, probabilmente dell'intera legislatura.

Perché la lettera di Matteo Salvini ha spiazzato tutti e, giurano fonti 5 Stelle a Fanpage.it, è arrivata senza preavviso, senza neanche una telefonata fra i due vicepresidenti del Consiglio e all'insaputa di Giuseppe Conte. Solo pochi giorni prima, sia Di Battista che Di Maio (seguiti a ruota da eletti e militanti) avevano anticipato che il Movimento 5 Stelle avrebbe votato sì all'autorizzazione a procedere. Addirittura il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, nel corso della sua partecipazione allo spazio domenicale di Massimo Giletti su La7, aveva spiegato di "non voler fare un dispetto a Salvini", visto che il ministro dell'Interno voleva fortemente il processo. E i membri 5 Stelle dell'esecutivo avevano fatto il passo ulteriore, legando anche il loro operato a quello del ministro dell'Interno, rivendicandone le scelte e la stessa decisione di non far sbarcare i migranti dalla Diciotti. Una scelta strategica che aveva un duplice scopo: ribadire ai cittadini italiani la solidità della maggioranza e rivendicare la coerenza del Movimento 5 Stelle, che non si serve dell'immunità parlamentare neanche quando si tratta di difendersi da un'accusa gravissima come quella di sequestro di persona.

La lettera di Salvini cambia tutto. O i 5 Stelle si rimangiano la parola e cedono su un altro pilastro della loro storia, oppure provano a mandare Salvini a processo contro la sua volontà. O abiurano a un principio o aprono una crisi politica senza precedenti. L'alternativa peggiore, poi, è quella di votare sì ma "fare in modo" che la richiesta sia bocciata dall'Aula, con qualche assenza tattica, qualche franco tiratore e nella speranza di qualche manina dai banchi del PD. Un'operazione politicista, che solo qualche mese fa avrebbe portato i parlamentari 5 Stelle come minimo sui tetti di Palazzo Madama. E che, spiegano fonti 5 Stelle a Fanpage.it, lo stesso Di Maio è intenzionato a escludere con forza.

La questione è comunque delicatissima. Perché il ministro dell'Interno ha spiegato di non ritenere corretta la valutazione dei giudici sul fatto che il suo operato non costituisca un "atto politico" e ha chiesto ai senatori di regolarsi di conseguenza: votare contro questa linea, dopo aver rivendicato pubblicamente la perfetta adesione alle scelte operate dal ministro nei giorni del caso Diciotti, significa rafforzare l'impianto accusatorio dei magistrati, soprattutto presso l'opinione pubblica. Ci troveremmo di fronte a un vicepresidente del Consiglio che manda a processo l'altro vicepresidente del Consiglio contro la sua volontà, senza che il Presidente del Consiglio sia neanche legittimato a parlare.

Comunque la si veda, il Movimento 5 Stelle è con le spalle al muro. Ed è per questo che Luigi Di Maio è furioso. Perché la strategia di Salvini sembra tutto fuorché casuale. E sono in tanti fra i 5 Stelle, in troppi, a essere stanchi di questo continuo essere messi davanti al fatto compiuto dalla Lega.

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