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Crisi di Governo 2022
19 Luglio 2022
18:01

Cosa succede se Draghi viene sfiduciato in Aula e cosa può fare un governo dimissionario

Il costituazionalista Salvatore Curreri in un’intervista a Fanpage.it spiega cosa potrebbe succedere se Draghi confermasse le sue dimissioni dopo le sue comunicazioni fiduciarie alle Camere.
A cura di Annalisa Cangemi
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Crisi di Governo 2022

Il presidente del Consiglio Mario Draghi, dopo aver presentato venerdì scorso le dimissioni – respinte dal Capo dello Stato Sergio Mattarella con lo scopo di parlamentarizzare la crisi di governo – domani è atteso in Parlamento, dove renderà le sue comunicazioni, per verificare l'esistenza di una maggioranza in grado di sostenerlo. Domani mercoledì 20 luglio, prima al Senato e poi alla Camera, il presidente del Consiglio terrà le cosiddette ‘comunicazioni fiduciarie': significa che l'intervento di Draghi sarà seguito dal voto di fiducia. Abbiamo chiesto al costituzionalista Salvatore Curreri, professore di Diritto costituzionale e pubblico comparato presso l'Università di Enna "Kore", quali potrebbero essere gli scenari e cosa potrebbe succedere nel caso in cui Draghi decidesse di lasciare Palazzo Chigi.

Il costituzionalista Salvatore Curreri
Il costituzionalista Salvatore Curreri

Professore, proviamo a tracciare qualche scenario in vista della verifica parlamentare di domani. Cosa succede se il presidente Draghi conferma le dimissioni?

Abbiamo diverse possibilità. Draghi potrebbe rassegnare le dimissioni nelle mani del Presidente della Repubblica, il quale, davanti alla sua reiterata volontà di lasciare, non potrà che prenderne atto, invitandolo a restare per il cosiddetto ‘disbrigo degli affari correnti'. Ricordiamo che i governi rimangono in carica anche se dimissionari, perché formalmente l'accettazione delle dimissioni si ha quanto viene nominato il nuovo governo. Mattarella ha già detto che non ci sarà altro governo al di là di quello in carica, dunque Draghi rimarrebbe in carica a gestire le prossime elezioni, fino a ottobre-novembre. Questo significa anche che Draghi dovrà presentare la Nota di aggiornamento al DEF, che deve essere presentata entro il 27 ottobre, e dovrà presentare anche la legge di bilancio, entro il 20 ottobre, anche se questo è un termine che di solito non viene rispettato. Probabilmente sarà una legge di bilancio molto light, e poi sarà il nuovo governo eventualmente a emendarla.

Se Draghi confermasse le dimissioni Mattarella potrebbe a quel punto respingerle e sciogliere comunque le Camere?

Nessuno può restare in carica contro la propria volontà. Mattarella, con tutta la sua moral suasion, di fronte all'ostinazione di Draghi, non può fare nulla. Piuttosto, ed è un'opzione di cui si sta discutendo in queste ore tra i costituzionalisti, ci sarebbe un'altra via. Ma dobbiamo fare un passo indietro e delineare due scenari differenti: nel primo Draghi si dimette a seguito del dibattito parlamentare, ma prima del voto di fiducia; formalmente in questo caso non avremmo quindi un voto di sfiducia nei confronti del governo. Nel secondo Draghi si dimette anche se le Camere gli votano la fiducia, ritenendo comunque la maggioranza parlamentare insufficiente rispetto a quella che lui aveva ipotizzato. In entrambi questi casi avremmo delle dimissioni senza un voto di sfiducia, paradossalmente potremmo avere delle dimissioni nonostante il voto di fiducia. Sarebbe una situazione molto strana. Di fronte a questo scenario non è da escludere l'ipotesi che Mattarella – sempre che Draghi sia d'accordo – respinga le dimissioni, il premier resti in carica nella pienezza dei suoi poteri, e le Camere vengano comunque sciolte.

In questo caso avremmo un governo non dimissionario e la Camere sciolte?

Sì, esattamente. È comunque uno scenario che mi convince poco, perché in una forma di governo parlamentare quando vengono sciolte le Camere è inevitabile che ci siano conseguenze sui poteri dell'esecutivo. Un governo di questo genere però potrebbe continuare a lavorare, magari presentando decreti legge, cosa ammessa dalla Costituzione. Il governo però con le Camere sciolte non può porre la fiducia, ma potrebbe continuare ad attuare le deleghe legislative. In questo modo non si interromperebbe la fase di esecuzione del Pnrr. Tutto questo però non ha solo un significato costituzionale, ma avrebbe anche un significato politico, è insomma la politica che deve segnare i confini oltre i quali Draghi non può spingersi. C'è stato anche un precedente, citato dal collega Olivetti: questa situazione si è già verificata quando Scalfaro respinse le dimissioni del governo Ciampi, sciolse le Camere e l'esecutivo rimase in carica. Lo stesso si verificò sempre con il Presidente Scalfaro nei confronti del governo Dini. In entrambi i casi si trattava di governi tecnici.

Se invece Draghi ottiene la fiducia da entrambe le Camere e decide di restare, potremmo avere un Draghi bis?

Avremmo un Draghi bis nel caso in cui il presidente del Consiglio rassegnasse le dimissioni e poi venisse subito incaricato per formare un nuovo governo. Ma si potrebbe invece ipotizzare un'operazione di rimpasto, che è stata già fatta in altri casi: il governo si limita a sostituire i ministri dimissionari, si presenta alle Camere, si fa una votazione fiduciaria. In questo modo continueremmo ad avere il Draghi 1, seppure con diversa compagine ministeriale, non un nuovo governo.

Se le Camere invece venissero sciolte, e venissero indette nuove elezioni, quanto dovremmo aspettare per avere un nuovo esecutivo? 

La Costituzione prevede che si vada a votare entro 70 giorni dal decreto di scioglimento. Significa che come data per il voto si ipotizza o il 25 settembre o il 2 ottobre. Più probabile il 2 ottobre, o qualche data successiva, perché avviare la macchina elettorale significa espletare una serie di adempimenti, come la presentazione dei contrassegni delle liste elettorali. In base al calendario elettorale tutto questo ricadrebbe a fine agosto, difficile fare le liste in quel periodo dell'anno. Probabilmente Mattarella cercherà di spingere il più possibile il calendario in avanti. Nella migliore delle ipotesi, cioè che le elezioni ci diano un chiaro vincitore – ricordiamo che nel 2018 ci sono voluti due mesi e mezzo per formare il nuovo governo – si arriverebbe a fine ottobre. Oltre il termine per la legge di bilancio.

A quali condizioni secondo lei Draghi potrebbe accettare di restare?

Ora le Camere sembrano orientate a votare domani la fiducia, dobbiamo vedere cosa vorrà fare Draghi, se vorrà continuare anche con una maggioranza diversa. Ritengo che il punto decisivo sarà la seconda spaccatura del M5s, perché se dovesse verificarsi un'altra scissione Draghi potrebbe decidere di restare, a prescindere da Conte, tenendo conto anche delle pressioni del Quirinale.

Con un governo dimissionario quali sarebbero i poteri di Draghi? Cosa si intende esattamente per “disbrigo degli affari correnti”?

Formalmente quando il governo è dimissionario viene emanata una direttiva dalla Presidenza del Consiglio, attraverso un dpcm, per dare delle indicazioni. L'espressione ‘disbrigo degli affari correnti' è abbastanza elastica, non c'è una definizione matematica, tutto dipende dalle condizioni politiche del momento. Tanto più se Draghi non dovesse avere un voto di sfiducia. Se le forze politiche glielo consentono Draghi potrebbe andare avanti, quasi come se nulla fosse, continuando con i decreti legge e adottando i decreti legislativi di attuazione delle leggi delega del Pnrr. Un governo non battuto, che ha ancora la maggioranza, incalzato dalle scadenze e dagli impegni internazionali, come la crisi in Ucraina, potrebbe continuare a lavorare anche se dimissionario.

C’è secondo lei la possibilità che Mattarella affidi l’incarico a un’altra figura, in grado di accompagnare il Paese fino alla naturale conclusione della legislatura?

No. Mattarella ha sempre detto che Draghi è l'ultimo governo di questa legislatura, e non ce ne saranno altri. Io credo comunque che Draghi resterà, bisognerà capire quale sarà l'ampiezza dei suoi poteri. Domani è possibile che la crisi rientri, magari con un rimpasto ministeriale.

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